|
Le implicazioni e
le pesanti conseguenze, simboliche e pratiche, della
iniziativa di legge che ha istituito il cosiddetto
"Giorno del Ricordo" sono sotto agli occhi di tutti.
Meno noti sono gli interessi materiali che motivano
concretamente queste operazioni...
TERRE
IRREDENTE
La propaganda
italiana sulle "foibe" e l'"esodo", sempre affiorante
nel corso della Guerra Fredda e poi pesantemente
scatenata a livello di massa dalla metà degli anni
Novanta, è basata su molte menzogne e sull’uso di lenti
di ingrandimento
ad hoc
che fanno apparire come abnormi fatti sostanzialmente
assimilabili a quelli accaduti ovunque durante la
Seconda Guerra Mondiale.
Questa propaganda ha due scopi: da una parte, è la
vendetta morale di chi ha perso la guerra ma vorrebbe
vincerla adesso dal punto di vista del giudizio storico;
contemporaneamente, c’è un interesse geo-strategico
molto concreto ad agitare queste questioni per
esercitare pressioni ai danni dei nuovi piccoli Stati
balcanici, sorti dallo squartamento della Jugoslavia.
Essi non possono infatti efficacemente difendersi né
dalle campagne propagandistiche né tantomeno dalle mire
neocoloniali dei paesi limitrofi.
Il contenzioso sul
confine orientale dell'Italia, pur presentandosi a prima
vista nella forma oscena del revisionismo storico, è
insomma ben altro che non un semplice dibattito
storiografico. Lo scopo che ci prefiggiamo con questo
scritto è quello di fare luce anche sugli aspetti
concreti, materiali della complessa
querelle.
Ritorneremo?
8 novembre 1992. Gianfranco Fini viene ritratto al
fianco di Roberto Menia, all'epoca segretario della
federazione MSI-DN di Trieste, mentre, in barca al
largo dell'Istria, lanciano in mare bottigliette
tricolori recanti il seguente testo:
<<
Istria, Fiume, Dalmazia: Italia!... Un ingiusto
confine separa l'Italia dall'Istria, da Fiume,
dalla Dalmazia, terre romane, venete, italiche. La
Yugoslavia
[con la Y, sic]
muore
dilaniata dalla guerra: gli ingiusti e vergognosi
trattati di pace del 1947 e di Osimo del 1975 oggi
non valgono più... E' anche il nostro
giuramento: "Istria, Fiume, Dalmazia: ritorneremo!"
>>.(1) |

|
Roberto Menia, oggi
parlamentare della Repubblica, già all'epoca doveva la
sua notorietà in particolare a certe spedizioni in Carso,
insieme ad altri suoi camerati per demolire a colpi di
piccozza le targhe bilingui dedicate alla liberazione
dal nazifascismo, ed agli insulti razzisti rivolti a
suoi noti concittadini di lingua slovena, per i quali si
era beccato qualche denuncia penale. Egli si vanta
tuttora del fatto che ogni anno, a ottobre, usa
festeggiare l'anniversario della Marcia su Roma. Tra le
"frasi celebri" di Roberto Menia, cresciuto in quegli
ambienti triestini tra i cui slogan spicca "Bilinguismo
mai!",
ricordiamo ad esempio: "L'Istria
diventi pure un'euroregione. Purché torni all'Italia",
ed anche: "Abolire
il Trattato di Osimo, restituire a Trieste la Zona
B, annullare il Trattato di pace in base al quale
abbiamo perso l'Istria, Fiume e Zara, e finalmente
chiedere la restituzione della Dalmazia".(2)
Saltiamo al 30 marzo
2004, giorno in cui
il Parlamento della Repubblica Italiana proclama la data
del 10 febbraio "Giorno del ricordo". Per l'occasione, i
deputati delle destre, e primi tra tutti i governativi
di Forza
Italia
(sic) ed
Alleanza
Nazionale
(sic), inclusi i suddetti Fini e Menia, festeggiano la
votazione della legge tra brindisi e lacrime di gioia.
Che cosa hanno da
festeggiare o da commuoversi, quei deputati? Il 10
febbraio è l'anniversario del trattato di pace di Parigi
(1947) con cui si pose formalmente termine alle ostilità
della Seconda Guerra Mondiale tra Italia e
Jugoslavia. Secondo il testo ufficiale, «la
Repubblica riconosce il 10 febbraio quale "Giorno del
ricordo" al fine di conservare e rinnovare la memoria
della tragedia degli italiani e di tutte le vittime
delle foibe».
Di fatto dunque il 10 febbraio è stato assunto come data
simbolica dell'inizio del cosiddetto "esodo degli
italiani da Istria e Dalmazia". Come nelle tesi
tradizionalmente sostenute dalla pubblicistica di
estrema destra, inoltre, per questo "esodo" viene
addotta come causa la presunta persecuzione, o "pulizia
etnica", attuata in quelle terre dagli slavi contro gli
italiani "in quanto tali". Tale persecuzione sarebbe
esemplificata da orrendi crimini di guerra quali,
appunto, le "foibe".
Crimini di guerra sul "confine orientale" ed "esodo
degli italiani"
Le foibe sono fenditure profonde provocate dall'erosione
millenaria delle acque nelle rocce calcaree. Esse sono
sempre state usate dagli abitanti delle zone carsiche
per far sparire ciò di cui intendevano disfarsi:
oggetti, carcasse di animali, ma anche vittime di
tragedie private o delle violenze della storia. La
storiografia di destra ha offerto versioni
contraddittorie, ma sempre truculente, su presunte
uccisioni di massa di "molte migliaia di italiani",
gettati (vivi? morti?) in fondo alle "foibe" da parte
dei "comunisti slavi" nel corso della Guerra di
Liberazione. Tuttavia, del contenuto di queste presunte
fosse comuni in termini di cadaveri poco si riesce a
capire, nella ridda delle versioni propagandistiche. È
noto inoltre che le foibe, il cui utilizzo viene
correntemente attribuito solo ai partigiani di Tito,
furono utilizzate per le frettolose sepolture delle
vittime degli scontri armati da tutti quelli che
combatterono in quei luoghi.
Durante la Guerra
Fredda, sui media italiani la campagna sulle “foibe”
emergeva occasionalmente, legandosi alle operazioni di
propaganda psicologica dei servizi segreti - nella zona
giuliana strutturati e cresciuti attorno alla Decima
Mas, poi trasformatasi in Gladio: chi ricorda il "nasco"
di Aurisina/Nabrezina, in Carso? La campagna sulle
"foibe" era stata però iniziata dalla stampa nazista
dell’Adriatisches
Küstenland
(Cernigoi 2002, 2005). Essa ha ripreso particolare
enfasi dopo il 1991 come forma di pressione su Slovenia
e Croazia, e si avvale oggi del contributo in senso
revisionista di storici “democratici”, fino a lambire i
libri di testo delle scuole dell’obbligo.(3)
Per compiere l'operazione istituzionale denominata
"Giorno del Ricordo", le autorità italiane si sono
avvalse di consulenze storiche parziali, faziose, o di
nessuna consulenza storica. Non è stato tenuto in alcun
conto il lavoro degli studiosi non revanscisti: in
particolare, è stato censurato il lavoro realizzato
dalla Commissione mista italo-slovena.(4) Nel corso
di dieci anni di studi e ricerche, questa commissione
aveva elaborato un rapporto finale che, pur nei limiti
che ciascuno può rilevare a seconda della propria
personale prospettiva politico-ideologica, rappresenta
comunque un punto d'incontro di diversi punti di vista
su quelle vicende.
Niente da fare. Il
Presidente Ciampi quest'anno, nell'ambito delle celebrazioni
del Giorno del Ricordo, ha attribuito una medaglia d'oro a
Norma Cossetto, uccisa da antifascisti in Istria. La
motivazione recita: «Giovane
studentessa istriana, catturata e imprigionata dai
partigiani slavi, veniva lungamente seviziata
e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata
in un foiba. Luminosa testimonianza di coraggio e di amor
patrio».
Nel suo recente libro "Dossier Foibe" Giacomo Scotti ha
documentato come Norma Cossetto, figlia del podestà di
Visinada, fosse la responsabile locale della Gioventù
Universitaria Fascista (GUF). Norma Cossetto figura insieme
ad altri fascisti e collaborazionisti nell'elenco dei 26
nominativi cui è stata attribuita l'onoreficenza per la
Giornata del Ricordo 2006. Questa "luminosa testimonianza di
amor patrio" rivendicò sempre il suo fascismo, tanto da
inneggiare a Mussolini davanti a chi la catturò ed uccise.
Dal verbale del capo dei Vigili del Fuoco di Pola non emerge
nessuno dei particolari efferati che sono generalmente
riferiti riguardo alla sua uccisione: Scotti elenca le
contraddizioni; Ciampi invece, evidentemente, non se ne cura
proprio.
Neanche l'allora presidente Scalfaro si curò di verificare
che cosa effettivamente era o non era stato trovato in fondo
alla "foiba di Basovizza" quando, una decina di anni fa,
firmò il decreto con cui questa veniva proclamata monumento
di interesse nazionale. È stato mostrato (Cernigoi 2005) che
non esiste alcun elemento concreto che possa far ritenere
che in fondo alla foiba si trovino o siano stati trovati
cumuli di cadaveri di italiani sterminati; al contrario, la
foiba, svuotata nel primissimo dopoguerra da carcasse di
animali e cadaveri di soldati morti in combattimento, fu
destinata a discarica comunale (sic) dal sindaco
democristiano di Trieste dell'epoca, Gianni Bartoli - il
quale era, per inciso, anche il compilatore del primo elenco
di "infoibati".
A proposito di elenchi:
non ce n'è uno che sia affidabile. Un trucco spesso usato è
quello di definire "infoibati" tutte le persone scomparse,
ma non si disdegnano le falsificazioni grossolane.
All'inizio di marzo 2006 è stato reso noto un elenco di 1048
nominativi di persone deportate dalla provincia di Gorizia
ad opera del IX Korpus nel maggio 1945. L'ANSA e molti
quotidiani italiani ne hanno subito approfittato: "Quei
1048 nomi riemersi dalle foibe",
titolava la velina di Paolo Rumiz su Repubblica del
10/3/2006. Eppure, tra i nomi contenuti nell'elenco ci sono
110 persone che sono ritornate vive e vegete; la stragrande
maggioranza dei nominativi riguarda militari, nazifascisti o
collaborazionisti - persino
domobrani,
cioè sloveni filo-fascisti - internati in Slovenia ed in
parte, evidentemente, giustiziati, in parte morti per
malattie. Manca l'ubicazione dei cadaveri. Secondo lo
storico sloveno Boris Gombac, "gli architetti della tensione
sul confine hanno usato questi elenchi a fini
propagandistici".(5)
Non è questa la sede per una disamina completa del lavaggio
del cervello compiuto ogni anno a latere della "Giornata del
Ricordo". Ci limitiamo qui a richiamare alcuni aspetti della
disinformazione corrente, rinviando per l'approfondimento
agli ottimi studi e materiali prodotti negli ultimi anni,
frutto essenzialmente - in un contesto ufficiale ed
accademico purtroppo tutto piegato alle opportunità
politiche - del lavoro volontario di pochi intellettuali
indignati.(6)
Facciamo di nuovo qualche passo indietro. Dopo la fase
"tardo-risorgimentale" - la Prima Guerra Mondiale, la
italianizzazione forzata e l'irredentismo (si pensi
all'"impresa di Fiume" di Gabriele D'Annunzio) - sotto il
Fascismo l'occupazione coloniale di vasti territori, da
Lubiana a Pristina (1941-1943), era stata particolarmente
violenta. Vi erano campi di concentramento italiani in
territorio slavo, ad esempio a Rab/Arbe, ma anche campi per
prigionieri jugoslavi in territorio attualmente italiano,
come a Gonars in Friuli.(7) Il tasso di mortalità in questi
luoghi era molto alto. I crimini di guerra commessi
dall'esercito d'occupazione italiano - villaggi bruciati,
fucilazioni di massa, eccetera - sono regolarmente omessi
dalle narrazioni ufficiali e "pubbliche". Essi non fanno, in
effetti, parte della memoria collettiva degli italiani; ed i
responsabili di quei crimini furono protetti e si
riciclarono nell'Italia del dopoguerra.(8)
Dopo l’8 settembre 1943,
Trieste ed il suo entroterra divennero parte della regione
del Terzo Reich denominata
Adriatisches
Küstenland.
In questa regione i collaborazionisti di ogni “etnia” -
fascisti italiani di Salò ma anche domobrani, ustascia e
cetnici
- si resero responsabili di crimini difficilmente
riassumibili in questa sede... La risposta dei partigiani fu
quella necessaria e giusta, e ben raramente sconfinò nelle
vendette personali. Di fatto, queste ultime, regolarmente
sottoposte a giudizio dai tribunali jugoslavi nel
dopoguerra, causarono assai meno lutti (parliamo di cifre
con uno o due zeri di meno) nella regione giuliana di quanto
nello stesso periodo non successe, ad esempio, in Piemonte o
in Emilia-Romagna - tanto per citare un dato: furono circa
20.000 i collaborazionisti passati per le armi solo a Milano
e provincia.
In un contesto italiano quale quello attuale, segnato da un
revisionismo dilagante di segno nazionalista e revanscista,
cadono nel vuoto le proposte, reiterate sia da parte slovena
che da parte croata, di incontri ed atti simbolici per una
definitiva riconciliazione delle tre parti: a Ciampi, o al
suo successore, si chiede di rendere omaggio alle vittime
slave dei campi di concentramento di Gonars o Rab/Arbe, o
magari andare anche sui luoghi dove le truppe di occupazione
italiane bruciarono villaggi e commisero eccidi di massa. Le
controparti slovena e croata, dal canto loro, renderebbero
omaggio alle "vittime delle foibe". Ciampi però non si degna
nemmeno di replicare a Drnovsek e Mesic su queste ipotesi:
d'altronde, anche lui fu soldatino dell'esercito di
occupazione italiano nei Balcani, all'epoca - in Kosovo, per
la precisione.
Veniamo al cosiddetto
"esodo da Istria e Dalmazia". Le ragioni di esso furono
molteplici, ma non si può proprio dire, come fa certa
storiografia neofascista/postcomunista, che esso fu dovuto
ad una ostilità di carattere nazionale. Da una parte, il
moto migratorio dalle campagne alle città in quell’epoca era
generalizzato, e comportò ad esempio anche la emigrazione di
triestini ed istriani verso città industriali più grandi, ed
anche verso l’estero. Dall'altra, interagirono fattori di
carattere politico-ideologico. Tra chi abbandonava la
Jugoslavia c'erano: persone semplici, soggette alla
propaganda anticomunista violentissima veicolata soprattutto
dal clero; anticomunisti convinti; persone accusate o
timorose di essere sotto inchiesta per collaborazionismo; ed
anche veri e propri criminali fascisti. Non a caso in quel
periodo Trieste pullulava - letteralmente - di esuli
sloveni, croati e serbi legati ai movimenti fascisti e
nazisti delle loro terre, che avevano anch’essi perso la
guerra. Non solo: tra gli esuli di lingua italiana vanno
annoverati i tanti "regnicoli", vale a dire quegli italiani
della penisola trapiantati in Istria e Dalmazia solo da
pochissimi anni, essenzialmente nel periodo tra le due
guerre mondiali. Sparsi tra questi, anche fanatici
irredentisti italiani, dei quali possiamo facilmente
immaginare la posizione politica rispetto alla nascita di
una Jugoslavia plurinazionale e socialista. Insomma, ad
andarsene erano sia italiani che slavi, povera gente in
cerca di fortuna e ricchi possidenti in fuga, persone che
non nutrivano fiducia nella costruzione del socialismo o
anche persone nient'affatto politicizzate, insieme a
fascisti e - dal luglio 1948 in poi - anche comunisti
filosovietici: dopo
la Risoluzione del Cominform se ne andarono infatti tanti
lavoratori, rappresentanti della classe operaia delle città
e dei porti costieri, come ad esempio i portuali di Pola. Va
detto poi che, in seguito al trattato di pace di Parigi,
agli abitanti di Fiume, Istria e Dalmazia fu accordata la
facoltà di scegliere in tutta onestà se accettavano la nuova
sovranità jugoslava, o se preferivano andar via: per questo
chi sceglieva di andarsene veniva tecnicamente definito optante,
e non
esule.
L'afflusso di decine e decine di migliaia di persone a
Trieste è durato molti anni, concentrandosi soprattutto tra
il 1947 ed il 1954. In un certo senso esso non è mai smesso,
per ragioni economiche come anche, oggigiorno, per gli
effetti della distruzione della Jugoslavia. Tale afflusso ha
pesantemente aggravato la crisi di una città che sin dalla
fine della Prima Guerra Mondiale fatica a ritrovare un
proprio ruolo ed una propria identità. Da grande porto della
Mitteleuropa qual era, Trieste diventa infatti, nel 1918, un
centro periferico e tutto sommato marginale del giovane
Regno d'Italia; "importante" solo simbolicamente e come base
di lancio delle "epiche imprese" degli irredentisti. Dopo la
Seconda Guerra Mondiale, che l'ha vista teatro di gravissimi
eventi bellici, essendo collocata in una posizione
geopolitica assai scomoda, Trieste sembra soffrire di una
crisi esiziale. La popolazione, già scissa per ideali,
culture e condizioni economiche differenti ed instabili,
assiste con comprensibile diffidenza e risentimento
all'afflusso di tanta gente da Istria e Dalmazia; gente per
la quale bisognerà trovare alloggio e lavoro. In molti, in
effetti, proseguiranno il loro viaggio ben oltre Trieste,
fino alle Americhe ed in Australia talvolta, o almeno verso
tante diverse regioni d'Italia. In tutto si parla di solito
di circa 350mila persone.(9)
Degli italiani rimasti in Jugoslavia, invece, o di quelli
che addirittura ci si sono intenzionalmente trasferiti per
convinzioni ideologiche, per decenni si è preferito non
parlare. D'altronde, un aspetto piuttosto evidente, a
tutt'oggi, nella problematica relativa agli istrodalmati, è
quello della polarizzazione tra "esuli" e "rimasti". La
comunità italofona, oggi stimata in circa 30mila persone, è
in una posizione effettivamente difficile, con l'aria che
tira dal 1989 in poi. Qualcuno di loro si ricicla e prova a
spacciarsi per super-italiano, mettendosi in vario modo al
servizio degli interessi di "oltrefrontiera"; qualcun altro
prova, con fatica, a costruire relazioni di buona vicinanza
con tutti, salvaguardando e valorizzando da una parte la
propria radice culturale italiana, ma usando questa
specificità soprattutto per il bene della sua terra - vale a
dire, anche per la democratizzazione della Croazia e della
Slovenia e per la integrazione in un contesto europeo nel
quale, si presume, tutte le frontiere sarebbero destinate a
cadere. È d'altronde innegabile che proprio queste fasce di
popolazione, abitanti "a cavallo" dei confini e di etnia
"altra", abbiano sofferto particolarmente per la situazione
venutasi a determinare con le secessioni jugoslave, ovvero
con la creazione di ulteriori frontiere in un'area nella
quale nessuna frontiera può avere alcuna legittimità
culturale o sociale.(10)
Destra-sinistra-destra-sinistra
In occasione del Giorno del Ricordo 2006, in pieno
centro a Trieste si è svolto un corteo, animato da cori
inneggianti al duce e saluti romani. Oltre un centinaio
di persone, appartenenti al Gruppo Unione Difesa (GUD),
hanno infatti voluto celebrare a modo loro, rivendicando
la restituzione di tutti i territori della Venezia
Giulia passati sotto la sovranità jugoslava dopo la
guerra. In piazza Goldoni i manifestanti hanno acceso
alcuni fumogeni per protestare sotto il consolato
croato. Dopo un breve comizio tenuto dai due candidati
della lista «Prima gli italiani» (sic), il corteo è
tornato al punto di partenza. Tra le ragioni fondative
del GUD c'è pure la volontà di contrastare la legge
(38/2001) di tutela della minoranza slovena.
Si dirà: i neofascisti ci sono sempre stati. La novità
gravissima dal punto di vista politico, però, è il ruolo
svolto dalla sinistra in queste vicende almeno a partire
dalla metà degli anni Novanta.
Era il 21 agosto 1996
quando, con un articolo sull'Unità, l'allora segretario del
PDS di Trieste, Stelio Spadaro, sollevò a livello nazionale
il "problema" delle foibe, auspicando una «severa
autocritica» della sinistra, da lui ritenuta «colpevole
di aver rimosso la tragedia delle foibe e i crimini di Tito».
L'anno successivo, le dichiarazioni di Luciano Violante -
allora presidente della Camera - sui "ragazzi di Salò"
destarono ulteriori, più note polemiche.
Il 18 marzo 1998 si
svolse al Teatro Verdi di Trieste un incontro di Luciano
Violante e Gianfranco Fini con gli studenti sulla storia
della Venezia Giulia. In quella occasione Violante disse: "Ci
sono state delle responsabilità gravi del movimento
comunista e responsabilità gravi del movimento fascista: non
si tratta di contrapporre una memoria all'altra, ma di
capire e poi di misurarsi con l'altro sulla base della
propria memoria".
Anche per Fini era necessario "definire
una memoria storica condivisa". Un
netto dissenso sui contenuti del confronto fu espresso da 75
storici italiani, tra cui Angelo Del Boca, che in un
documento denunciarono «l'infondatezza
storica dell'argomentazione e l'inconsistenza delle
richieste avanzate»
da Violante e da Fini: «iniziative
come quella di Trieste sono incompatibili con la verità
storica e con i valori fondamentali della Costituzione».(11)
Il momento più grave di
questo ri-orientamento delle "sinistre" nel senso del
revisionismo storico e del revanscismo nazionale si è avuto
proprio attorno alla istituzione del "Giorno del Ricordo".
Piero Fassino, segretario dei DS, ha rilasciato ignobili
dichiarazioni in una conferenza stampa pubblica a Trieste
poche settimane prima della votazione del provvedimento, il
5 febbraio 2004. Egli ha affermato testualmente che
l'aggressione fascista alla Jugoslavia non giustificava né "la
perdita dei territori" né
l'"esodo
degli istriani".
Si è trattato della prima proclamazione palesemente
irredentista da parte di un leader della sinistra italiana.
Nella lettera inviata alla federazione degli esuli,
distribuita nel corso della conferenza stampa, si legge: "Il
PCI sbagliò perché non avvertì le tragiche conseguenze
dell'espansionismo slavo, che nel vivo della lotta
antifascista si era manifestato in comportamenti e linguaggi
propri delle contese territoriali e nazionalistiche presenti
da decenni in quelle terre".
Il PCI avrebbe sbagliato a vedere la vicenda del confine
orientale come una lotta tra fascismo ed antifascismo; essa
andrebbe letta piuttosto come "una
delle manifestazioni di quel nazionalismo pericoloso che ha
prodotto tante sofferenze in questa parte dell'Europa e che
torna a risorgere ogni tanto come s'è visto nel decennio
scorso nei Balcani".
Un riferimento alla recente guerra fratricida ed
imperialista in Jugoslavia, alla quale però - si badi bene -
Fassino ha partecipato attivamente, come esponente del
governo D'Alema nel 1999.
Dopo avere dato questo spettacolo senza precedenti a
Trieste, gli esponenti del nazionalismo italiano di marca
diessina ed ex-antifascista hanno coronato l'opera con il
voto in Parlamento.
Gli anni passano veloci.
Insieme al "Giorno del Ricordo", anche vie e piazze della
penisola vengono dedicate ai "martiri delle foibe"; vengono
poi prodotti e trasmessi dalla televisione di Stato telefilm
e
spot
di ispirazione slavofoba ed antipartigiana. La
fiction
"Il Cuore nel Pozzo", commissionata dal Ministro delle
telecomunicazioni Gasparri,(12) rappresenta i partigiani
slavi come efferati stupratori che danno fuoco agli asili
d'infanzia; il suo attore protagonista, un cabarettista "di
sinistra", ritiene che "la
fiction ha fatto sapere a 12 milioni di italiani che cosa
sono state le foibe".
Nel corso della cerimonia per il "Giorno del Ricordo"
tenutasi nel 2006 a Roma, in Campidoglio, è il sindaco
Veltroni - che nel frattempo pare essere diventato
"foibologo" per vocazione, visti gli interventi profusi sul
tema persino su riviste femminili come
Vanity Fair
- a teorizzare che si deve "riconoscere
il sopruso e la violenza di cui furono vittime non solo
fascisti, ma anche antifascisti, semplici civili privi di
una particolare convinzione politica. Italiani colpevoli
solo di essere tali".
Anche sul versante della "sinistra alternativa" le cose non
sono proprio limpide.
Nel settembre 2003, il prosindaco di Venezia Bettin,
notoriamente vicino agli ambienti dell'ex Autonomia padovana
("Centri sociali del nordest"), ed il sindaco di Venezia
Paolo Costa, con l'assenso, controfirmato, dell'assessore
all'ambiente Paolo Cacciari (PRC), decretano il cambio di
nome del Piazzale Tommaseo a Marghera, intitolato oggi ai
"martiri delle Foibe". Parte del PRC locale, giustamente
dissenziente, indice una manifestazione di protesta,
ovviamente pacifica, contro il cambiamento revisionistico
della toponomastica. Vi partecipano anche i Comunisti
Italiani, I Verdi Colomba (Boato), i Cobas Scuola e la Rete
Antirazzista. È il 28 settembre. I "Centri sociali del
nordest" arrivano, prima minacciano e poi aggrediscono sia
la rappresentanza di Rifondazione, sia un gruppo di AN,
intervenuto ovviamente per motivi opposti, costituendo di
fatto un servizio d'ordine di picchiatori alla cerimonia
revisionistica. In cinque finiscono in ospedale. Una
provocazione mirata, dunque, a rendere ingestibile la
protesta di piazza, a difendere con la violenza la scelta di
ribattezzare Piazzale Tommaseo, ad intimorire quei settori
del PRC che caldeggiano coerentemente una rivalutazione
dell'antifascismo e della memoria storica della Resistenza.
L'azione degli
squadristi dei centri sociali "Pedro" e "Rivolta" viene poi
rivendicata dal loro capo, Luca Casarini: ''Noi
personalmente approviamo la nuova intitolazione della
piazza, perchè ci sembra importante non solo tornare in
maniera critica su una delle pagine più tragiche della
storia del '900 nel nostro paese, ma anche per togliere alla
destra fascista qualsiasi alibi e vittimismo legato a questa
vicenda... Risulta evidente che dentro Rifondazione si
annidano alcuni personaggi nostalgici che hanno organizzato
per il giorno della commemorazione una presenza in piazza
per contestarla... Noi siamo contro lo stalinismo e il
fascismo''.(12)
In seguito a questo
episodio, la maggioranza della Federazione PRC di Venezia
promuove un incontro pubblico sul tema delle "foibe", al
quale interviene lo stesso Bertinotti, rilasciando
dichiarazioni inequivocabili. Bertinotti afferma che in
passato la Resistenza sarebbe stata "angelizzata", e
presunti gravi crimini sarebbero stati nascosti. È il 13
dicembre 2003. Nei mesi successivi, l'input
bertinottiano sortisce il suo perverso effetto: da una parte
viene aperto sulle pagine di Liberazione uno scivoloso
dibattito sulla "nonviolenza", assurta a nuovo valore
ri-fondativo della Rifondazione; dall'altro, la maggioranza
del PRC in tante realtà locali si presta ad operazioni di
segno revisionista, quali le ulteriori re-intitolazioni di
vie e piazze - ad esempio a Cesena.(13) L'operazione
prosegue fin dentro il VI Congresso del Partito, quello
della
nuova Bad
Godesberg.(14)
L'attacco finale di Bertinotti contro la "angelizzazione
della Resistenza" viene portato a termine proprio a Venezia,
dove era stato avviato.(15)
Dalle divisioni tra comunisti alla distruzione della
Jugoslavia
Tra le tante amarezze di questi anni, dobbiamo dunque
constatare come l'apice di questo revisionismo sia stato
toccato proprio al tornante del 60.esimo anniversario della
Liberazione. È stato raramente ricordato, per questo
anniversario, che Trieste fu liberata dal IX Korpus
jugoslavo, e che la popolazione slava era e resta una grande
percentuale degli abitanti, soprattutto nei quartieri
popolari, nelle periferie operaie e nei sobborghi carsici,
che sono tuttora di lingua slovena. Nell'autunno del 2004,
per i 50 anni di "Trieste italiana" sono state organizzate
svariate iniziative, sulle quali le voci critiche da
sinistra sono state poche e flebili. Eppure, nell'occasione
Trieste ha dovuto subire cerimonie iper-militarizzate, nelle
quali la componente slovena della città era assente. Nota
bene: nel marzo 2006, il decreto attuativo della Legge di
tutela 38/2001 per la minoranza slovena è stato bloccato dal
governo italiano.
Quella giocata da tale
schieramento nazionalista bipartisan
è una partita ambiziosa. Essa passa attraverso la
demolizione della memoria della Resistenza, anzi attraverso
la sua demonizzazione, per poter giungere alla cosiddetta
"memoria condivisa": una lettura della storia nazionale che
si vuole super
partes,
consistente nella archiviazione della dicotomia
fascismo-antifascismo e nella equiparazione e scambio di
ruolo tra vittime e carnefici. Lo scopo di tutto questo è la
ri-costruzione di una coscienza
nazionale,
ricostruzione che passa attraverso la negazione di storia e
valori dell'Italia democratica, dalla Resistenza ai rapporti
con i paesi e popoli confinanti.
Diciamocelo francamente:
alla demonizzazione del movimento di Liberazione partigiano
sul “fronte orientale”, effettuata dalle destre e dai
moderati con finalità di propaganda anticomunista e
nazionalista per decenni, la sinistra italiana non ha mai
ribattuto con la necessaria controinformazione neanche in
passato. Viceversa, nel tempo si sono rafforzate concezioni
assurde; e si è preferito rimuovere la memoria della
Resistenza in quelle terre, che fu una lotta squisitamente
internazionalista, e mai di “pulizia etnica". I partigiani
inquadrati nelle formazioni jugoslave erano in effetti di
tutte
le nazionalità - anche in Istria ed a Trieste - e le loro
vittime (quelle della guerra e quelle di eventuali vendette
personali) idem, poichè la guerra era tra fascisti ed
antifascisti,
non
fra italiani e slavi. Le “pulizie etniche” nella storia le
hanno fatte, e continuano a farle, solo i nazifascisti ed i
loro epigoni.
In Italia la sinistra porta delle responsabilità anche per
non aver parlato abbastanza né del carattere colonialista ed
imperialista del fascismo né dei crimini commessi da camicie
nere ed ufficiali dell’esercito italiano all’estero,
innanzitutto nei Balcani. Oggi essa preferisce evocare i
“lager di Tito”: ecco allora che destra fascista e
post-fascista e sinistra ex-comunista in queste campagne
slavofobe si vanno alternando e sostenendo a vicenda, in un
ping-pong alla ricerca di legittimazione e spazio in un
sistema politico-istituzionale votato a nuove imprese
coloniali, e ad un nuovo ruolo di media potenza regionale.
La riscrittura della storia sul nostro “confine orientale” è
strategica per la riconquista economica dei Balcani.
Gli eventuali
appassionati di una ipotetica disciplina, che denomineremo dietro(ideo)logia,
andranno magari alla ricerca delle radici "ideali" (meglio:
ideologiche,
nel senso della falsa coscienza) che possano spiegare la
persistente distanza tra la sinistra italiana ed il mondo
jugoslavo. Una distanza fatta di ignoranza, diffidenza,
non-comprensione.
Per analizzare tali
pregresse attitudini, questi appassionati
dietroideologi possono
sbizarrirsi a ricostruire all'indietro, fino alla rottura
tra Jugoslavia e Cominform, nel 1948, o magari anche
prima. La tensione tra comunisti di diverso orientamento -
non sempre coincidente con l'appartenenza nazionalitaria! -
a partire dal 1948 fu effettivamente forte; essa durò, nella
sua forma più acuta, fin verso il 1953, quando nel PCI si
ritenne di poter trarre ulteriore legittimazione nazionale,
istituzionale e sociale posizionandosi sulla questione di
"Trieste italiana" (Galeazzi 2005). A partire dal 1948
furono in gran parte rescissi i naturali legami tra
comunisti italiani e comunisti jugoslavi - compresi i
cittadini jugoslavi di lingua italiana presenti in Slovenia
e Croazia, la cui bandiera è rimasta in tutti questi decenni
il tricolore bianco, rosso e verde con la stella rossa al
centro. Eppure attraverso quei legami scorreva la linfa
dell'Italia partigiana, dell'antifascismo combattente. I
cimiteri, nei quali a centinaia sono sepolti i partigiani
jugoslavi che combatterono sulla penisola italiana
(soprattutto nel centro Italia, ad esempio a Visso nelle
Marche) sono stati da allora dimenticati, come dimenticati
sono pure gli episodi eroici della lotta fianco a fianco
sulle montagne dall'una come dall'altra parte
dell'Adriatico.(16)
Un'altra scuola
dietroideologica
potrebbe invece soffermarsi sull'attitudine nei confronti
dei "socialismi reali". E, anche qui, non senza ragione: a
sinistra paiono infatti essere di più gli appassionati dei
libri neri del comunismo
- al plurale, perchè ognuno si scrive o si immagina il
capitolo che più gli aggrada e gli serve - che non gli
estimatori dei pensatori comunisti e dei combattenti
antifascisti. Questo vezzo autodistruttivo è, certo,
particolarmente radicato nella cultura trotzkista,
post-trotzkista e "socialista utopista"; ma altrettanto
spesso ad attaccare su questo versante dei "crimini del
comunismo" sono i nuovi convertiti alle magnifiche sorti e
progressive del liberismo, e gli opportunisti di ogni risma.
Comunque, queste pur esistenti radici "ideologiche" della
distanza tra i due mondi, italiano e jugoslavo, oltre ad
essere palesemente anacronistiche, restano sovrastrutturali,
e non sono in grado di spiegare le ragioni concrete,
materiali, della deriva e della non-comprensione delle
attuali vicende balcaniche da parte della nostra
sinistra. Cerchiamo allora, piuttosto, di capire quali
interessi materiali si muovono dietro alle ideologie.
Il "grande gioco" dei Balcani
L'Italia è dentro fino al
collo nella contesa imperialista apertasi con lo
squartamento della Jugoslavia. Essa ha riconosciuto le
secessioni -
divide et impera
-, ha partecipato alla aggressione militare, ha investito
economicamente, ha occupato militarmente i territori. Il
contingente più significativo, tra quelli italiani dislocati
all'estero, è proprio quello nei Balcani.
Il quadro a prima vista non presenta contraddizioni di
carattere politico-militare con i nuovi Stati confinanti: la
Slovenia è già dentro a NATO ed UE, tanto che aerei italiani
ne pattugliano il territorio regolarmente (fatto
simbolicamente grave); anche la Croazia è in ottimi rapporti
sia con la NATO che con la UE, ed attende di essere
inglobata in entrambe al più presto. Ma le contraddizioni
non sono risolte con l'appartenenza alle medesime alleanze
politico-militari: al centro del grande contenzioso
nell'area ci sono infatti gli interessi di carattere
strettamente economico, analizzabili seguendo le direttrici
dei "corridoi". In particolare, relativamente alle aree che
stiamo qui considerando, l'Italia ha un interesse strategico
nelle modalità di realizzazione del Corridoio numero 5 -
quello che dall'Ucraina andando verso ovest dovrebbe
attraversare tutto il settentrione del nostro paese, fino
alla Val di Susa ed oltre, con una diramazione al porto di
Trieste - e nel completamento dell'asse costiero adriatico.
Quest'ultimo è il sistema ferroviario e stradale che
percorre tutta la costa adriatica sul versante balcanico, da
Trieste fino in Grecia, e che ha attualmente forti
insufficienze strutturali. Lo sviluppo turistico della
costiera croata richiederebbe interventi urgenti, la "torta"
degli appalti è cospicua, e l'Italia ha un ovvio interesse
ad orientare (o impedire) gli investimenti come meglio le
aggrada. Per l'interesse nazionale italiano è poi
prioritario vincere nella contesa apertasi tra i porti
dell'area istriana: Trieste è infatti soggetta alla
fortissima concorrenza di Koper/Capodistria, Pula/Pola, e
Rijeka/Fiume, città in veloce sviluppo in termini di
infrastrutture, anche in quanto diramazioni del Corridoio 5.
Notiamo per inciso che Pola ha assunto una importanza
strategico-militare fondamentale, in quanto base per il
controllo dell'Adriatico, come dimostra il movimento di
ufficiali e basi militari USA da qualche anno a questa
parte.
In questo contesto, questioni come quella dell'acquisto
della cittadinanza italiana per gli abitanti dell'Istria non
sono questioni secondarie.
Negli stessi giorni in
cui i massmedia italiani letteralmente impazzavano per il
"Giorno del Ricordo", il Parlamento italiano approvava
disposizioni di legge che rimettono in discussione il
Trattato di Pace del 1947, che ha fin qui regolato le
materie relative a sovranità e cittadinanza in quelle
aree! Il 9 febbraio il Parlamento approvava infatti
definitivamente le "Disposizioni
per l'acquisizione della cittadinanza italiana da parte dei
connazionali residenti nelle Repubbliche di Croazia e di
Slovenia e dei loro discendenti"
(Legge 8/3/2006, n. 124). I beneficiari del provvedimento
sono potenzialmente non solo tutti quelli che avevano
cittadinanza e lingua d'uso italiane prima della guerra
(circa 8000 di questi si sono già potuti avvalere di due
provvedimenti transitori, risalenti risp. al 1992 ed al
2000), ma anche i loro discendenti, e senza limiti temporali
per formulare la richiesta. Gli interessati stavolta non
sono dunque solo gli appartenenti alle attuali minoranze in
Croazia e Slovenia, di madrelingua sicuramente italiana
(circa 30mila persone), ma anche il resto della popolazione
autoctona slovena e croata, che l'Italia fascista costrinse
ad imparare ed usare solo l'italiano e ad italianizzare i
nomi ed i cognomi, ed i loro
discendenti. D'altronde, che vuol dire "persone di lingua e cultura italiane"?
"Gli
sloveni e i croati che faranno frequentare ai propri bambini
scuole italiane, al termine degli studi non avranno figli
sloveni e croati che parlano italiano, bensì figli italiani
nel senso proprio del termine".(17)
Ecco che allora gli Amici della Terra di Trieste ne traggono
inquietanti conclusioni:
<< Il
Ministero degli Esteri italiano ha aperto da mesi nuove
sedi consolari in Istria e Dalmazia prevedendo
oltre 100mila richieste
di persone desiderose delle possibilità di lavoro e
assistenza connesse alla nuova cittadinanza. In forza di
un'apposita legge costituzionale recente (n. 2/2000) questi
neocittadini eleggeranno anche propri rappresentanti nel
Parlamento italiano oltre che in quello sloveno e croato,
concretando un regime anomalo di «doppia
sovranità». L'iniziativa del Parlamento italiano infrange
perciò i principi fondamentali del diritto internazionale ed
europeo sulla sovranità e cittadinanza, sulla
multilateralità e sull'inviolabilità dei trattati. Il fatto
non ha precedenti ed è una vera e propria bomba
politica innescata negli equilibri politici italiani,
europei ed internazionali, che può destabilizzare sia i
rapporti italo-sloveno-croati che le situazioni di tensione
analoghe in Europa - da quella tedesca verso Polonia e
Repubblica Ceca, all'ungherese verso Romania, Slovacchia
e Serbia, a quelle dei Balcani tra serbi, musulmani, croati
erzegovesi, albanesi, turchi e bulgari - e nelle principali
aree di crisi extraeuropee, inclusa l'arabo-israeliana.
(...) Sul caso è già stata presentata (13/2)
dall'eurodeputata slovena Mojca Drcar Murko
(18)
un'interrogazione al Parlamento Europeo nella quale l'Italia
viene accusata di violare oltre al diritto internazionale la
sovranità statale della Slovenia
>>.(19)
Eppure, per la Slovenia, che già fa parte della UE, le
conseguenze pratiche della nuova legge italiana non saranno
di grande rilievo. Diverso è il caso per la Croazia, dove,
mentre scriviamo, la polemica divampa. Se la annessione
della Croazia alla UE non fosse imminente, in Istria e
Dalmazia si avrebbero presto centomila "europei" (gli
italiani o dichiaratisi tali), e tutti gli altri sarebbero
"extracomunitari", privati dunque dei diritti di mobilità,
accesso al mercato del lavoro, eccetera, vigenti per chi
possiede un passaporto della UE. Perciò le autorità croate
hanno incominciato a fare i passi necessari per denunciare
l'Italia alla Commissione Europea e al Consiglio d'Europa;
hanno anche rinviato la firma della dichiarazione d'intenti
per la costituzione dell'Euroregione tra Friuli Venezia
Giulia, Slovenia, Carinzia austriaca, Istria e Quarnero. I
rappresentanti ufficiali della comunità italiana in Croazia
hanno reagito difendendo a spada tratta il provvedimento
sulla cittadinanza italiana, e minacciando di... ritirare la
fiducia al governo Sanader. Bisogna infatti ricordare che
per "diritto di etnia" la "Unione Italiana" dispone di un
parlamentare al Sabor, Furio Radin, il quale appoggia (che
strano...) la coalizione della destra nazionalista, che fa
perno sul famigerato HDZ. In effetti, la Croazia non ha
alcun modo di impedire che la nuova legge italiana venga
promulgata ed applicata: anche perchè essa è del tutto
simmetrica rispetto a quelle leggi che regolano l'acquisto
della cittadinanza croata per persone di "etnia croata" oggi
abitanti in paesi vicini come la Bosnia-Erzegovina o anche
in paesi lontanissimi (si calcola che in totale la Croazia
abbia concesso la propria cittadinanza a più di un milione
di persone non abitanti sul suo territorio). Paese fondato
sul nazionalismo e l'identità etnica, la Croazia adesso paga
il pegno del nazionalismo e dell'inglobamento demografico
altrui.
I "beni"
Altra materia del
contendere è quella dell'indennizzo dei beni nazionalizzati
dal regime socialista, e di quelli abbandonati dagli
"optanti". Anche essa era stata regolata negli anni da tutta
una serie di accordi, a partire dal Trattato di pace (1947)
fino agli accordi di Osimo (1975) e di Roma (1983), ma... Il
punto è che, seppure ci siano ancora degli indennizzi da
riscuotere in base a quegli accordi, essi non bastano più
alle organizzazioni della "diaspora" giuliano-dalmata,
strutturatesi e rafforzatesi nei decenni tanto da apparire
oggi come vera e propria
lobby
di pressione in grado di condizionare le scelte di politica
estera del nostro paese. Queste organizzazioni, infatti,
hanno deciso di trarre il massimo profitto possibile dalla
distruzione della Jugoslavia, e dunque di alzare
continuamente la posta in gioco.
<< Le
vecchie case, i ruderi, i piccoli poderi lungo la costa
o sulle isole che i dalmati una volta erano costretti ad
abbandonare per cercare fortuna altrove, oggi... valgono
oro, complice lo sviluppo del turismo. Le casupole diroccate
e i lotti che fino a qualche decennio fa sul libero mercato
erano poco quotati, oggi hanno raggiunto prezzi a dir poco
folli. Chi è rimasto in Dalmazia ed ha avuto la fortuna di
non perdere i propri beni a causa delle nazionalizzazioni e
delle confische del dopoguerra, oggi può venderli
guadagnando un sacco di soldi... >>.(20)
La questione della "restituzione dei beni" va al di là delle
rivendicazioni di carattere nazionalitario: essa si
inserisce infatti pure nel contesto delle rivendicazioni
provenienti da svariati soggetti (dalla Chiesa Cattolica
alla comunità ebraica a tutti i possidenti di un tempo), che
chiedono la "restituzione" dei beni nazionalizzati in epoca
socialista. In questa problematica generale si inserisce
quella specifica degli italiani. Il Trattato di pace, nel
1947, assegnava all'Italia il dovere di risarcire i
connazionali esuli come parte dell'indennizzo di guerra
dovuto alla Jugoslavia. Per capire come la posta in gioco
nel frattempo si sia trasformata facciamo un esempio
concreto. Su Il Gazzettino del 7/2/2006 veniva raccontata la
vicenda di una famiglia di esuli istriani, attualmente
residente in provincia di Venezia. Essa è riuscita ad
ottenere, a distanza di quasi sessant'anni, la condanna del
ministero dell'Economia e delle Finanze a versare loro
un indennizzo supplementare rispetto a quello a suo tempo
percepito, a copertura parziale del valore delle proprietà
immobiliari perdute e delle società commerciali possedute a
Pola: si trattava di un piccolo impero economico,
comprendente una trattoria, una linea di trasporti che
collegava Pola a Parenzo, una ditta di autotrasporti, una
che si occupava di vendita all'ingrosso, e ancora una
rivendita di sali e tabacchi, una società che si
occupava del commercio di carbone, legna e materiale da
costruzioni...
La prima cosa che possiamo notare è che la condizione
sociale di una gran parte degli italiani abitanti Istria e
Dalmazia prima del crollo del fascismo era quella dei
benestanti. Si trattava degli esponenti di una borghesia
mercantile, stanziata sulla costa, che aveva acquisito il
proprio status sociale privilegiato sin dai tempi della
Repubblica di Venezia. Questa borghesia si è vista
espropriata e declassata all'improvviso, nel 1945, a
vantaggio essenzialmente delle masse contadine, abitanti
piuttosto l'entroterra e di idioma slavo.
Orbene: per tutto il suo patrimonio, il ministero del Tesoro
aveva liquidato alla suddetta famiglia di esuli poco più di
38 milioni di vecchie lire, pari ad un valore dei beni
abbandonati, valutato al 1938 in 192mila lire. I beni sono
stati cioè rivalutati "soltanto" di 200 volte, a fronte
di una svalutazione monetaria che supera oggi il
coefficiente di duemila. L'avvocato di famiglia sta portando
avanti il contenzioso per ottenere il massimo possibile, in
questo caso dallo Stato italiano.
Il 18 gennaio 2006, il
Ministro Fini ha avviato alla Camera l'iter di un progetto
di legge riguardante il ri-calcolo degli indennizzi degli
"esuli".(21) L'iniziativa era in effetti rimasta "in
sospeso" per anni, ed ha suscitato malumori nella
lobby
degli esuli il fatto che Fini se ne sia ricordato solo quasi
alla scadenza della
Legislatura. Due le ragioni possibili: da una parte, c'è un evidente utilizzo della
questione come elemento di propaganda elettorale;
dall'altra, in termini quantitativi la materia del
contendere rischia di rivelarsi poderosa, determinando per
lo Stato italiano una previsione di spesa notevole, della
quale nessun governo si fa volentieri carico. Perchè - è
bene ricordarlo - a forza di vezzeggiare gli esuli, lo Stato
italiano nel secondo dopoguerra ci ha rimesso un sacco di
soldi! Solo fino al 1975 lo Stato aveva già speso 49
miliardi di lire per costruire complessi edilizi per 8.326
famiglie, senza contare gli alloggi IACP. L'O.A.P.G.D. -
Opera per l'Assistenza ai Profughi Giuliani e Dalmati -
trovò lavoro in poco tempo a 60.542
persone. Gli esuli già dipendenti pubblici venivano riassunti automaticamente
presso enti similari con continuità di servizio e con il
pagamento degli stipendi anche per il periodo di
disoccupazione dovuto all'esodo... Essi usufruivano inoltre
di tutti i benefici degli ex combattenti. Potevano
partecipare ai concorsi per l'assunzione presso gli uffici
pubblici fino all'età di 55 anni. Godevano di finanziamenti
per reimpiantare le loro aziende (sono stati così erogati
più di tre miliardi ad un migliaio di aziende). Specifici
mutui erano concessi dallo Stato ad interesse minimo e con
un pagamento trentennale. Ed ancora: per i giovani esuli
furono spesi nove miliardi e mezzo per edilizia scolastica e
borse di studio mirate; fino al 1956 gli studenti
giuliano-dalmati erano esentati dalle tasse scolastiche e,
in certi casi, anche dal servizio militare. Per i pensionati
era riconosciuto il servizio prestato nell'esercito
austro-ungarico durante la guerra 1914-1918, nonché quello
civile prestato sotto l'Austria e nello stato libero di
Fiume, e tutto il lavoro eventualmente prestato sotto
l'amministrazione jugoslava - beninteso, senza il versamento
dei contributi. Per non parlare delle pensioni di guerra e
di tante altre regalìe e benefici.
Questo il trattamento riservato dallo Stato italiano agli
"esuli" del periodo fino al 1954.(22)
Altro discorso è quello
relativo ai beni degli esuli istriani abbandonati
all'indomani del Memorandum di Londra (1954), che
riconobbe l'autorità jugoslava nella zona B del Territorio
libero di Trieste (TLT), dunque nella zona nord occidentale
dell'Istria, oggi divisa tra le due nuove repubbliche. Il
risarcimento di tali beni non era incluso nel Trattato di
pace; perciò nel 1983 i governi italiano e jugoslavo
raggiunsero un accordo secondo il quale la Jugoslavia
avrebbe dovuto pagare una somma di 110 milioni di dollari in
13 date annuali, ritardate dal 1990, per i beni degli esuli
della zona B. Prima della dissoluzione nel 1991, la
Jugoslavia aveva pagato le prime due rate, portando il
debito a 93 milioni di dollari, spartito poi tra Zagabria e
Lubiana nella misura di 37 e 56 milioni rispettivamente. Pur
non rispettando lo scadenzario, la Slovenia ha comunque
versato tutta la somma su di un conto aperto presso la
filiale della Dresdner Bank in Lussemburgo: l'Italia
non l'hai mai ritirata.
La Croazia ha offerto di fare la stessa cosa per i suoi 37
milioni:
Roma si è rifiutata di indicare un conto bancario apposito. Secondo
Stipe Mesic, presidente della Croazia, in base agli accordi
di Osimo la Croazia ha ancora "verso
l'Italia un debito di 34 milioni di dollari e desidera
saldarlo non appena Roma fornirà il numero di conto sul
quale effettuare il versamento. In tal modo saranno
chiuse tutte le questioni che si riferiscono alla seconda
guerra".(23) Le
associazioni degli esuli ciurlano nel manico, sostenendo
che l'accordo del 1983 sarebbe invalido per l'inadempienza
della controparte, e richiedono
non più il
risarcimento,
ma la
restituzione
dei beni abbandonati dopo il 1954.
E non c'è solo la questione dei "beni abbandonati": l'Italia
pone anche un problema in materia di libero accesso al
mercato immobiliare.
Il mercato immobiliare
della Croazia è ancora chiuso, in teoria, ai cittadini di
quei paesi stranieri, tra cui l'Italia, con cui non sussiste
un sistema bilaterale di accordi di reciprocità; inoltre,
tutti gli stranieri hanno bisogno, per comprare, di un
permesso del Ministero degli Esteri previo giudizio del
dicastero della giustizia. Zagabria si dice disposta a
rivedere questa normativa non prima nel 2009, quando il
mercato dovrebbe essere compiutamente liberalizzato in vista
della piena adesione del paese all'UE. La prudenza fin qui
mantenuta dalla Croazia è comprensibile: gli stranieri che
arrivavano, subito dopo la proclamazione della
"indipendenza", pieni di soldi in valuta pregiata, avrebbero
potuto letteralmente saccheggiare tutti i beni immobili del
paese in poche settimane. Ma oggi, anche le residue
restrizioni protezionistiche ancora in vigore sono
facilmente aggirabili. A giudicare dai numeri forniti dalle
agenzie immobiliari, il mercato sottobanco s'è mosso,
eccome. Si stimano in 30-40 mila le case passate per vie
traverse nelle mani di cittadini non croati: basta firmare
qualche contratto in più e pagare per la documentazione
necessaria. Nel catasto si continua a far figurare ad
esempio il vecchio proprietario, ma i nuovi arrivati vengono
iscritti, eredi inclusi, come usufruttuari a vita. Esiste
poi un altro escamotage: aprire un'azienda e
intestarvi l'immobile appena acquistato. Secondo il
quotidiano Novi List, di recente con questi trabocchetti "la
metà delle case vendute nella città vecchia di Rovigno
sono state acquistate da cittadini italiani".
Fate bene attenzione:
"all'inizio
degli anni Novanta, quando in Croazia è scoppiata la
guerra, gran parte dei proprietari di case
e appartamenti a Rovigno erano cittadini di nazionalità
serba, i quali hanno deciso di lasciare il Paese e nella
paura di perderli hanno deciso di venderli a basso
prezzo. E naturalmente gli italiani hanno sfruttato
queste possibilità".(24)
Senza commento.
Gli italiani, di origine
autoctona o meno, non sono dunque assenti da questa "corsa
all'oro". E vengono agevolati da "oltreconfine" un po' con
pressioni politiche verso la Croazia, affinchè essa
liberalizzi subito il mercato, un po' con agevolazioni e
provvedimenti talora scandalosi. Lo scorso novembre,
l'importante 'Privredna banka Zagreb' (Pbz), che in effetti
da qualche anno è parte del gruppo italiano BancaIntesa,
decideva di offrire "agli
appartenenti della comunità nazionale italiana in Croazia e
ai simpatizzanti della cultura e della lingua italiana"(25)
prestiti bancari più favorevoli rispetto a quelli offerti
agli altri cittadini croati. Concretamente l'accordo,
sottoscritto tra la banca e l'Unione degli italiani (UI),
prevedeva tra l'altro mutui a interesse ridotto per gli
"italiani" rispetto ai "non-italiani" per l'acquisto della
casa, ed analoghe agevolazioni per i prestiti per l'acquisto
di automobili, per il consumo, per il rosso su conti
correnti e altri servizi bancari. Il vicepresidente dalla
Pbz spiegava candidamente alla stampa che ''il
gruppo bancario intende rafforzare la presenza in Istria e a
Fiume e proprio tramite l'UI''.
La decisione della Pbz ha
subito suscitato uno scandalo enorme. Mentre il quotidiano
Glas Istre
di Pola rivelava che la decisione era stata presa dalle
autorità centrali di BancaIntesa, il presidente della
repubblica Stipe Mesic sosteneva che ''tutti
i cittadini dovrebbero avere pari diritti quando si
avvalgono dei servizi bancari... penso che non sia giusto
che una comunità nazionale abbia dei diritti particolari'';
il premier Ivo Sanader dal canto suo si dichiarava
preoccupato per "la
politicizzazione del sistema bancario, che noi non possiamo
permettere''.
Di fronte alle ovvie e crescenti polemiche, l'iniziativa
rientrava.
Pressioni
Il 17 gennaio 2006 a
Strasburgo, la delegazione europarlamentare di AN - partito
di governo in Italia, al quale appartiene il Ministro degli
Esteri - chiedeva di ''sospendere
i negoziati di adesione
(della Croazia)
all'UE fin quando
le autorità croate manterranno il divieto per i
cittadini comunitari di nazionalità italiana di
accedere al mercato immobiliare''.
Come altra condizione per l'adesione si poneva ovviamente ''il
pieno risarcimento per i beni sequestrati alle
migliaia di cittadini di origine italiana espulsi
dal territorio croato
dal 1946'',
nonchè il riconoscimento ''delle deportazioni,
delle atrocità, dei massacri e della pulizia etnica contro
migliaia di persone di origine italiana,
perpetrate dal regime comunista di Tito dal 1946''.(26)
Il giorno dopo, sempre a
Strasburgo, organizzata dall'Unione degli Istriani e con la
partecipazione dell'europarlamentare neofascista Romagnoli,
della Fiamma Tricolore, si teneva una manifestazione per
chiedere l'istituzione di un arbitrato internazionale
europeo "che
stabilisca l'invalidità e la nullità di tutti gli accordi
italo-jugoslavi e di conseguenza riconosca formalmente
il pieno diritto di proprietà sui loro beni illegalmente
sottratti ed il diritto alla loro restituzione senza vincolo
alcuno".(27)
La delegazione veniva ricevuta dalla presidenza
dell'Europarlamento e dal Commissario all'Allargamento Olli
Rehn e tutte le istanze venivano poi inviate alle
istituzioni internazionali. L'iniziativa era inoltre
sostenuta con una mozione
bipartisan dai
parlamentari Roberto Damiani (gruppo misto, primo
firmatario), Ettore Rosato, Roberto Menia, Marco Boato,
Giovanni Bianchi, Luana Zanella, ed altri. Qualche settimana
dopo «abbiamo avuto una serie di contatti e incontri
estremamente proficui e il più significativo è quello con il
presidente della Commissione per la Cooperazione e la
sicurezza in Europa (CSCE), il senatore americano (SIC) Sam
Brownback, che si è dimostrata persona estremamente
sensibile verso ogni sorta di violazione dei diritti di
proprietà...».(28)
Fini, da Ministro degli
Esteri, ha ripetutamente ammonito che la Croazia per poter
entrare nella Unione Europea dovrà saldare il presunto
debito verso gli esuli istriani: essa "deve
prima pagare i conti con la storia".(29)
"Non
accadrà come accadde quando la sinistra al governo disse
frettolosamente di si' all'entrata della Slovenia in Europa''.(30)
Secondo Berlusconi, "pur
avendo aperto le porte alla Croazia nell'iniziare la
trattativa di ingresso nella Comunità Europea, la coalizione
(...) sarà sempre assolutamente ferma nel pretendere dalla
controparte croata il rispetto e la libertà necessarie per
aderire alla compagine europea, primo fra tutti il diritto
per gli Italiani ad acquistare beni immobili in Croazia".(31) "Noi
siamo in una posizione che dobbiamo assolutamente sfruttare.
La Croazia può entrare solo con il nostro accordo.
Intendiamo avvalerci di questo perchè non ci devono essere
discriminazioni",
ha detto il presidente del Consiglio nel corso della
celebrazione in Quirinale per il 10 Febbraio, non perdendo
occasione per ricordare che "il
comunismo è stato l'impresa più disumana e criminale della
storia".(32)
Gustavo Selva, da
Presidente della Commissione Esteri della Camera, ha dal
canto suo affermato che l'Italia oggi ha il potere di aprire
una vertenza con la Croazia per ottenere contestualmente sia
gli indennizzi agli esuli e agli eredi sia il riconoscimento
morale degli "orrori perpetrati contro gli italiani": "l'entrata
della Croazia nella Unione Europea passa attraverso il
potere di veto che l'Italia può e deve opporre qualora non
vengano accettate queste condizioni minime".(33)
Il riconoscimento che tutti questi esponenti della destra
chiedono è insomma un riconoscimento morale... ma anche
tanto, tanto materiale.
La pressioni sulla
Croazia non vengono solo da parte italiana. In base ad un
accordo raggiunto con l'Austria nell'autunno 2005, la
Croazia avrebbe dovuto pagare ricompense agli esuli di
lingua tedesca che abbandonarono il territorio e persero le
proprietà in seguito alla sconfitta del nazifascismo.(34)
Stando ad alcune stime, la Croazia dovrebbe in particolare
far fronte a circa mille richieste di indennizzo da parte di
attuali cittadini austriaci. In seguito al parere
sfavorevole della Corte costituzionale, dopo il disappunto
manifestato anche dall'estero (a cominciare dalla Repubblica
Ceca, da dove dopo la fine dell'occupazione nazista
fuggirono centinaia di migliaia di tedeschi della regione
dei Sudeti), e dopo il pronunciamento pubblico del
presidente Mesic - nettamente contrario ai contenuti
dell'accordo, definito "un precedente
pericoloso"
non solo per la Croazia - il governo croato ha rinunciato a
portarlo dinanzi al Sabor (parlamento) ed ha annunciato
invece una legislazione universale per tutte le richieste di
risarcimento, che siano provenienti dall'estero o
dall'interno.(35) Si tratta in pratica di approvare alcune
modifiche alla "legge sulla denazionalizzazione", il che
dovrebbe avvenire entro l'estate 2006. Le modifiche di legge
estenderanno anche ai cittadini di paesi esteri e ai loro
eredi la facoltà di rivendicare beni a suo tempo
espropriati; esse si limiteranno però ai soli casi non
coperti dai trattati - quindi: nessuna rimessa in
discussione del trattato di Osimo, e non sarà
possibile alcun nuovo accordo interstatale separato.
Dunque, anche gli
esponenti degli "esuli di lingua tedesca", dopo aver goduto
dello spettacolo sanguinoso della guerra fratricida in
Jugoslavia, possono finalmente reclamare indietro i "loro"
beni, proprio come fanno i tedeschi dei Sudeti ai danni
della Repubblica Ceca, o come fanno gli esuli italiani di
Istria e Dalmazia. Tra tutti questi esiste una convergenza
di fatto, che si sta trasformando in una alleanza di respiro
transnazionale, potenzialmente aperta ai tanti "gruppi
etnici" le cui classi dirigenti furono a suo tempo
collaborazioniste del nazifascismo. La tedesca "Bund der
Vetriebenen" (Lega degli esuli) ha reso noto a Berlino che
intende cooperare con gli esuli italiani, "soprattutto in
vista della costituzione di un 'Centro contro le
espulsioni'."
Erika Steinbach, presidente della BdV, ha anche annunciato
il suo appoggio ad una iniziativa della "Unione degli
Istriani" per una "Giornata
europea del ricordo di tutte le vittime delle espulsioni".(36)
Particolarmente attivo a sostegno di tutte le rivendicazioni
revansciste degli esuli sconfitti della II G.M. è lo
statunitense di cui sopra, Sam Brownback. Egli "è già
intervenuto personalmente (...) condannando le
discriminazioni di Varsavia nei confronti dei diritti degli
esuli tedeschi espulsi in circa cinque milioni
dall'attuale area geografica della Polonia e da qui è
partito l'invito rivoltogli dall'Unione degli Istriani di
verificare le gravi discriminazioni e i «furti» a danno
degli esuli istriani, fiumani e dalmati espropriati
illegalmente delle loro proprietà. Intanto ci sono alcune
importanti adesioni alla richiesta di arbitrato
internazionale europeo per dirimere la questione dei
beni, proposta sempre dall'Unione degli
Istriani. L'eurodeputato bavarese di origine boema, Bernd
Posselt, presidente della Südetendeutsche Landsmannschaft
(l'Organizzazione degli oltre tre milioni di esuli tedeschi
dai Sudeti) ha aderito alle richieste e all'orizzonte, anche
in vista del prossimo raduno dei Sudeti in programma per il
primo fine settimana di giugno a Norimberga, al quale una
delegazione dell'Unione degli istriani è stata invitata, c'è
proprio un vertice tra esuli tedeschi ed istriani,
proposto dalla presidente della Federazione delle
Associazioni tedesche, la deputata al Bundestag Erika
Steinbach, peraltro molto vicina al cancelliere Angela
Merkel..."(37)
Conclusione
Le questioni legate al "Giorno del Ricordo" non hanno dunque
solamente una rilevanza di carattere morale ed ideologico,
ma sono invece questioni di grande concretezza ed attualità
negli equilibri politici internazionali. Una volta di più,
sotto al velo della battaglia delle idee si cela quel fondo
di ragioni ed interessi materiali che, in particolare, i
comunisti farebbero bene a tenere sempre presenti nelle
analisi.
L'ipotesi secondo cui le tesi revisioniste sarebbero
enfatizzate per mere ragioni elettorali e di politica
interna(38) ci appare, purtroppo, consolatoria. Essa non
è in grado di spiegare il ruolo perverso giocato anche
dalle sinistre in queste vicende. Riduttivo è anche
pensare che ci troviamo semplicemente di fronte alla
esplosione "fuori tempo massimo" di un revisionismo
storico che, dopo l'Ottantanove, non trova più freni e
può dunque riscrivere la storia del Novecento ribaltando
i ruoli tra vittime e carnefici. Ci sono sicuramente
anche queste due componenti, quella elettorale e quella
culturale, beninteso: ma c'è qualcosa di più grave e di
più fondamentale. Stiamo parlando di concrete
rivendicazioni materiali, sempre suscettibili di
trasformarsi in vere e proprie rivendicazioni
territoriali, in un contesto europeo nel quale i confini
tra i paesi sono stati messi irresponsabilmente in
discussione, ed allegramente delegittimati, anche "da
sinistra", dopo il 1989.
Ha spiegato
l'ambasciatore italiano a Zagabria: "Per
quanto attiene alla questione dell'accesso dei cittadini
italiani al mercato immobiliare e alla concessione della
cittadinanza italiana, tutti i partiti hanno le stesse
posizioni e pertanto non è una questione di campagna
elettorale. Anche se l'Italia avesse un Governo
completamente diverso queste due questioni rimarrebbero
di primaria importanza... Si tratta di interessi
nazionali e bisogna sottolineare che i partiti politici
italiani sono concordi sulle due questioni."
"Se si tratta di una politica a lungo termine allora non
si può essere troppo ottimisti sulla prospettiva dei
rapporti tra Croazia e Italia", commenta amaro
l'intervistatore.(39)
Con l'istituzione del "Giorno del Ricordo" l'Italia si tuffa
nel contenzioso balcanico, da protagonista nel conflitto tra
nazionalismi. Gli ingredienti ci sono tutti: falsificazione
della storia, partiti nazionalisti al potere, razzismo
televisivo, revanscismo ed irredentismo nelle dichiarazioni
dei leader politici, truppe fuori confine, canaglia fascista
nelle piazze. L'Italia nei Balcani ha interferito, ha
bombardato, ha sfruttato economicamente; adesso, essa fa con
l'Istria quello che l'Albania fa con il Kosovo, la Bulgaria
con la Macedonia, la Croazia con l'Erzegovina... Altrove, la
Germania fa lo stesso con Kaliningrad ed i Sudeti - e questa
sarà magari materia di preoccupata riflessione in altra
sede, o almeno lo auspichiamo. È insomma in atto in tutta
Europa una inversione degli esiti della Seconda Guerra
Mondiale, inversione che vede proprio nella martoriata area
balcanica, drammaticamente orfana della Jugoslavia
multinazionale ed antifascista, il suo epicentro geografico
ed il suo punto di massima espressione. E Trieste è già
Balcani.
Il quadro delle
pressioni, delle rivendicazioni, dei concreti atti di
ingerenza ed interferenza da parte italiana nei confronti di
Croazia e Slovenia, dunque, si è arricchito e si è acuito
nelle ultimissime settimane. Le due piccole repubbliche
jugoslave, che non a caso godettero dello
sconsiderato, immediato riconoscimento italiano per la loro
"indipendenza" - pagata al prezzo di una guerra civile i cui
strascichi persistono -, non hanno il potere contrattuale né
l'importanza geopolitica della grande Jugoslavia, viceversa
devono assoggettarsi a tutti i "diktat" esterni per poter
accedere ai "salotti buoni". Le classi dirigenti di queste
repubbliche a sovranità limitata constano di una borghesia
compradora succube dell'imperialismo straniero. Reazionarie
per vocazione, esse non conoscono altro linguaggio che
quello nazionalista. Esse non sono pertanto in grado di
rispondere alle pressioni e provocazioni italiane né sul
piano della difesa della memoria storica antifascista -
perchè proprio sul revisionismo e sul revanscismo
antipartigiano ed antijugoslavo hanno "inventato" se stesse
- né tantomeno sul piano della giustizia sociale e della
difesa della propria indipendenza - perchè la loro religione
è quella del "libero mercato". Esse non possono quindi
mettere freni alla prepotenza del capitale straniero. Il
nazionalismo rappresenta per loro la sola possibile,
falsa
coscienza della loro precaria condizione ed incerta
identità.
In termini socialmente meno gretti e politicamente più
auspicabili, una vera risposta al neoirredentismo italiano
potrebbe venire dalla alleanza tra antifascisti ed
antimperialisti delle diverse nazionalità. La contraddizione
è infatti, come sempre, una contraddizione sociale e
materiale; lo scontro, come sempre, è scontro di classe.
Teorici e propagandisti borghesi non forniranno mai una
soluzione delle contese tra borghesie nazionali, perchè loro
stessi sono parte del problema.
D'altro canto, il fatto che le splendide ville di Abbazia/Opatija
o di Laurana finiscano in mano agli arricchiti locali, o
addirittura alla mafia polacca, non è meno triste di una
eventuale riappropriazione da parte dei possidenti, italiani
o austriaci, di un tempo. Altrettanto negativo è il fatto
che straordinari tratti di costa, dove per decenni erano
sorte le colonie di villeggiatura delle imprese cooperative
e statali della Jugoslavia, siano adesso depredati da
imprenditori tedeschi o catene alberghiere anglosassoni.
Contrastare il revanscismo italiano non implica alcun tipo
di indulgenza verso le attuali classi dirigenti croate e
slovene, tantomeno verso la grande speculazione
transnazionale. Ma è soprattutto sbagliato assumere
atteggiamenti del tipo "tanto peggio tanto meglio" - "hanno
distrutto il socialismo, che vadano in malora" - perchè
l'euforia revanscista può avere conseguenze assai gravi per
tutti. I danni causati in Italia, prima ancora che in
Slovenia o Croazia, dalle campagne revisioniste e
revansciste degli ultimi anni sono già molto pesanti in
termini tanto politici quanto culturali-ideologici.
Per chiudere con le
parole del noto accademico massone Augusto Sinagra, legale
di fiducia di Licio Gelli ed avvocato dell'accusa nella
causa contro Piskulic ed altri (quel "processo per le foibe"
dissoltosi come neve al sole per la provata inconsistenza
della denuncia: Cernigoi 2002): "il
disfacimento della Jugoslavia (...) riapre per l'Italia
prospettive un tempo impensabili, per dare concretezza
all'irrinunciabile speranza di riportare il Tricolore nelle
terre strappate alla Patria dal diktat e dal trattato di
Osimo".
di A. Martocchia
Bibliografia essenziale
Spartaco Capogreco: "I campi del Duce", Einaudi, Milano 2004
Claudia Cernigoi: "Le foibe tra storia e mito" , dossier n.6
de La Nuova Alabarda", Trieste 2002 (www.nuovaalabarda.it)
Claudia Cernigoi: “Operazione Foibe tra storia e lito”, ed.
KappaVu, Udine 2005 (l'edizione 1997 è anche online, alla
pagina: http://www.cnj.it/FOIBEATRIESTE/index.htm
)
Avio Clementi: "POKRET! Il "Matteotti" in Bosnia
1943-1944", ed. ANPI, Roma 1989
Costantino Di Sante (a cura di): "Italiani senza onore. I
crimini in Jugoslavia e i processi mancati (1941-1951)", ed.
Ombre Corte, 2005
Marco Galeazzi: "Togliatti e Tito. Tra identità nazionale e
internazionalismo", Carocci 2005
Ovidio Gardini: "Canta canta burdél (Canta canta ragazzo).
Una storia tante storie 1943-1945", Maggioli Editore, Rimini
1987
Alessandra Kersevan: "Un campo di concentramento fascista.
Gonars 1942-1943", ed. KappaVu , Udine 2003
Gianfranco Piazzesi: "La caverna dei sette ladri", Baldini &
Castoldi, Milano 1996
Giacomo Scotti: "Dossier Foibe", Piero Manni Editore, 2005
Giacomo Scotti: "Tre storie partigiane. Dalla Macedonia alle
Alpi, dappertutto italiani", ed. Kappavu, Udine 2006
Pol Vice: "Scampati o no. I racconti di chi 'uscì vivo'
dalla foiba", ed. KappaVu, Udine 2005
Davide Rodogno: "Il nuovo ordine mediterraneo. Le politiche
di occupazione dell'Italia fascista (1940-1943)", Bollati
Boringhieri 2003
Sandi Volk: "Esuli a Trieste. Bonifica nazionale e
rafforzamento dell'italianità sul confine orientale", ed.
KappaVu, Udine 2004
Note
(1) http://www.cnj.it/immagini/meniafini.jpg .
(2) La Voce del Popolo, 28/2/2006.
(3) Persino il sito dell'ANPI di Roma ospita pagine di
clamorosa disinformazione sulle "foibe": http://www.romacivica.net/anpiroma/DOSSIER/Dossier1a8.htm
.
(4) Istituita nel 1990 proprio perchè lavorasse sul tema
delle relazioni fra i due popoli, dalla seconda metà
dell'Ottocento fino al 1956: http://www.kozina.com/premik/indexita_porocilo.htm#kazal .
(5) Il Piccolo, 14/3/2006.
(6) Ad esempio: Cernigoi 2005, Pol Vice 2005, Scotti 2005.
(7) Si vedano: Potocnik 1979, Kersevan 2003, Capogreco 2004,
http://www.gonarsmemorial.org/
, http://www.cnj.it/documentazione/campiconcinita.htm .
(8) Per approfondimenti si vedano ad esempio: Brignoli 1973,
Di Sante 2005,
http://www.criminidiguerra.it/html/DocumentiE.htm ,
http://muceniskapot.nuovaalabarda.org/
, il documentario della BBC "Fascist Legacy".
(9) Per ogni approfondimento si rimanda a: Volk 2004.
(10) Su questa cultura transfrontaliera ha scritto pagine di
notevole spessore Fulvio Tomizza. I suoi libri sono scevri
dell'accanimento ideologico e slavofobo di alcuni autori più
recenti e, disgraziatamente, più in voga (E. Bettiza, S.
Tamaro, A.M. Mori...).
(11) Fonte: M.Mo. su Il Manifesto del 10/2/2006.
(12) Vedi La Stampa del 18/4/2002.
(13) ANSA 30-SET-03 ;
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/2830
; http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/2838 .
(14) Per le fonti si veda: http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3179 ; http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4271 .
(15) Durante il Congresso, un importante ordine del giorno
contro il revisionismo storico connesso al "Giorno del
Ricordo" viene respinto dalla maggioranza bertinottiana. Se
ne legga l'ottimo testo alla pagina:
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4308 .
(16) Si vedano: Scotti 2006, Clementi 1989, Gardini 1987,
http://www.cnj.it/PARTIGIANI/ . Tanti
italiani furono inquadrati, in proprie specifiche
formazioni, nell'Armata di Tito: ricordiamo con gratitudine
l'eroismo della Divisione Garibaldi guidata da Giuseppe
Maras.
(17) Fabrizio Radin, oggi candidato alla carica di
vicesindaco di Pola, al quotidiano "Primorske novice" nel
1992; fonte: La Voce del Popolo, 28/2/2006.
(18) La eurodeputata
slovena, che appartiene all'Alleanza dei liberaldemocratici
europei (Adle), ha parlato nientemeno che di ''una
rioccupazione di territori che l'Italia aveva ceduto''
a seguito dei trattati seguiti alla seconda guerra mondiale
(ANSA 13/2/2006). Si veda il suo sito internet:
www.drcar-murko.si/en/index.php .
(19) Fonte: Il Gazzettino 17/02/06, rubrica Lettere.
(20) La Voce del Popolo, 18/2/06.
(21) Nella sua
introduzione in Aula, Fini spiegava: "Da
una verifica degli indici di svalutazione ISTAT, comparati
con quelli stabiliti dalla legge 5 aprile 1985, n.135, ci si
rende conto che gli indennizzi finora concessi sono,
in taluni casi, del tutto irrisori... L'unito
provvedimento...
(istituisce)
una Commissione per il riordino della disciplina sulla
materia degli indennizzi" ( http://www.camera.it/_dati/leg14/lavori/schedela/trovaschedacamera.asp?PDL=6273 ).
(22) Fonte: Gianni Ursini, da un articolo di Flaminio Rocchi
su "Il Piccolo" del 30 agosto 1975.
(23) La Voce del Popolo, 20/01/2006.
(24) Il Piccolo, 9/3/2006.
(25) Così l'ANSA del 14/11/2005.
(26) ANSA, 17/01/2006.
(27) La Voce del Popolo, 20/1/2006.
(28) Il presidente dell'Unione degli Istriani, Lacota, su Il
Piccolo del 31/3/2006.
(29) La Voce del Popolo, 11/2/2006.
(30) Dichiarazione di Fini a Trieste, 17 ottobre 2005.
(31) La Voce del Popolo, 11/2/2006.
(32) Repubblica online, 10/2/2006 -
http://www.repubblica.it/2006/b/sezioni/politica/foibe/foibe/foibe.html .
(33) Ufficio Stampa di AN, Regione Marche, 13/02/2006.
(34) Vedi: http://www.german-foreign-policy.com/de/fulltext/56086
.
(35) Si vedano le agenzie ed i giornali croati del
25-26/1/2006:
http://www.consolatospalato.org/archivioNOTIZIE/1trim2006/Risarcimenti26gennaio2006.htm .
(36) "Manovra a tenaglia. La collaborazione italo-germanica
degli esuli", su german-foreign-policy.com - 13 aprile 2005
-
http://www.german-foreign-policy.com/de/fulltext/52462
.
(37) Il Piccolo, 31/3/2006.
(38) Vedi ad es. Di
Francesco sul Manifesto, 11/2/2006. Di fatto, la stessa
lobby degli esuli si muove con strategia bipartisan.
Un documento della Federazione degli Esuli stilato "per
le forze politiche in occasione delle prossime elezioni
politiche",
datato 21 marzo 2006, inviato a Prodi e Berlusconi con
richiesta di incontro, richiede la costituzione di un
"Tavolo di Concertazione" a livello di Presidenza del
Consiglio. Tale tavolo dovrebbe tra le altre cose servire
per espandere ulteriormente la recente normativa sulla
cittadinanza!
(39) La Voce del Popolo, 10/3/2006. |