Il seguente articolo e' tratto
da "Storia Illustrata" del
gennaio 1979
STERMINIO NAZISTA IN SERBIA
In un solo giorno 7300 morti
nella città martire. È l'autunno
del 1941. Pochi mesi dopo la
dissoluzione del regno di
Jugoslavia, la penisola
balcanica è insorta contro
l'occupante nazifascista. Alla
rivolta partigiana i tedeschi
rispondono facendo strage della
popolazione civile.
di ANTONIO PITAMITZ
Pančevo, 22 aprile
1941: un ufficiale tedesco
da il colpo di grazia a
civili serbi agonizzanti /
A German officer of the
Gross Deutschland Division
finishing off Serbian
civilians executed at random
in Pancevo,
April 22, 1941
(photo: Der Spiegel)
Il 20 ottobre 1941, sei mesi
dopo l'invasione tedesca della
Jugoslavia, nei due Ginnasi di
Kragujevac (leggi Kragujevaz),
la città serba posta nel centro
della regione della Šumadija, le
lezioni iniziano alle 8.30, come
di consueto. Sono in programma
quel giorno la sintassi della
lingua serbocroata, matematica,
la poesia di Goethe, la fisica.
In una classe, un professore
croato, un profugo fuggito dal
regime fascista instaurato in
Croazia da Ante Pavelic,
sottolinea il valore della
libertà. Poco lontano, un altro
spiega l'opera di un poeta serbo
del romanticismo risorgimentale.
La mente rivolta alle secolari
lotte sostenute dai serbi per la
loro indipendenza e a quella
presente che cresce
irresistibilmente, anch'egli
parla di libertà. La voce calma
e profonda che illustra i versi
del poeta: "La libertà è un
nettare che inebria / Io la
bevvi perché avevo sete", ne
nasconde a fatica la tensione,
che aleggia anche nell'aula, che
grava su tutti, sulla cittadina,
sui suoi abitanti, e che l'eco
strozzata di fucilerie lontane
da alcuni giorni alimenta.
Dal 13 ottobre 1941 Kragujevac e
la sua regione sono teatro di
una vasta azione di
rappresaglia, che i tedeschi
stanno conducendo con spietata
decisione contemporaneamente
anche nel resto della Serbia. La
ferocia di cui essi in quei
giorni danno prova ha una
ragione specifica contingente.
La rapida vittoria dell'Asse ha
dissolto uno Stato, il regno dei
Karadjordjevic, ma non ha
prostrato i popoli della
Jugoslavia. L'illusione tedesca
di una comoda permanenza in
quella terra è stata presto
delusa. Sin dai primi giorni
dell'occupazione, i tedeschi
hanno avuto filo da torcere. La
guerra, che anche in Šumadija i
resistenti fanno, è senza
quartiere. Sabotaggi
sensazionali e diversioni in
grande stile si registrano sin
dal mese di maggio. Linee
telefoniche e telegrafiche
vengono tagliate, ponti e strade
ferrate saltano. Il movimento di
resistenza cresce così
rapidamente, ben presto è così
ampio che i tedeschi e le truppe
collaborazioniste del quisling
serbo Milan Nedic abbandonano il
presidio dei villaggi. Gli
invasori si sentono troppo
esposti, isolati, preferiscono
arroccarsi in città. La lotta
contro i patrioti la organizzano
dai centri urbani, e la
conducono secondo il metro
nazista che misura in tutti gli
slavi una razza inferiore, da
sterminare. La traduzione
pratica di questo principio è
all'altezza della fama che si
guadagnano. A Belgrado, una moto
incendiata della Wehrmacht vale
la vita di 122 serbi. Solo nella
capitale, in sette mesi fucilano
4700 ostaggi.
Incredibilmente, gli hitleriani
ritengono di poter coprire con
la propaganda questo pugno di
ferro che calano sul paese. Le
argomentazioni che diffondono
sono quelle care alla "dottrina"
nazifascista dell'Ordine Nuovo
Europeo. Ai contadini serbi
dicono di averli salvati dagli
ebrei e dai capitalisti, e
promettono anche di salvarli dal
bolscevismo semita, che sta per
essere sicuramente sconfitto sul
fronte orientale.
L'itinerario di questa vittoria,
a Kragujevac può essere seguito
sulla grande carta geografica
che campeggia nel centro della
città. Una croce uncinata segna
la progressione delle forze
dell'Asse in direzione di Mosca.
Però, come altrove, nemmeno a
Kragujevac terrore, repressione,
lusinghe, denaro fatto circolare
per corrompere, valgono a
indebolire il sostegno alla
lotta partigiana, a ridurne il
seguito. A dare contorni netti
alla situazione, le risposte
alla propaganda tedesca non
mancano. La carta geografica
dell'Asse viene bruciata in
pieno giorno. Il fuoco divora
anche una delle fabbriche
militari della città. Un treno
di quaranta vagoni viene
distrutto sulla linea
Kragujevac-Kraljevo, provocando
la morte di cinquanta tedeschi.
Da vincitori e occupanti, i
tedeschi si trovano nella
condizione di assediati.
È Kragujevac, città da sempre
ribelle, che prende il suo nome
da kraguj, dal rapace grifone
che popolava i sui boschi, che
alimenta la Resistenza della
zona. È questa città di antiche
tradizioni nazionali e
socialiste che guida la lotta
della Šumadija, il cuore della
Serbia. Gli operai comunisti che
costituiscono il nerbo delle
formazioni partigiane vengono
dal suo arsenale militare. Dalle
sue case dai cento nascondigli,
che hanno già ingannato turchi e
austroungarici, escono le armi,
le munizioni, il materiale
sanitario, i libri che donne,
bambini e ragazzi portano
quotidianamente ai combattenti
del bosco.
Per contenere la sua iniziativa,
per fronteggiare questa lotta di
bande, che è lotta di popolo e
che sconvolge gli schemi bellici
dei signori nazisti della
guerra, già alla fine
dell'agosto 1941 Kragujevac
conta la guarnigione tedesca più
forte di tutta la Serbia
centrale. Ma i due battaglioni e
i mezzi corazzati di cui i
tedeschi dispongono non sono
sufficienti ad arrestare lo
slancio delle tre compagnie
partigiane che operano fuori
della città. Né tantomeno la
Gestapo è in grado di bloccare i
gruppi clandestini che si
annidano dentro. La loro azione
anzi si fa sempre più audace,
punta sul risultato militare, ma
ricerca anche l'effetto
psicologico. Per i partigiani,
importante è non soltanto
colpire il nemico, ma aiutare
anche i serbi oppressi a
sperare, a vivere. Una notte
d'agosto, cento metri di
ferrovia vengono fatti saltare
in città, proprio sotto il naso
dei tedeschi.
È una sfida, che ha sapore di
beffa. In questa situazione, la
rabbia e il desiderio di
vendetta dei tedeschi crescono
quotidianamente. Quando nel
settembre 1941, la ribellione
guadagna tutta la Serbia, e
conseguentemente mette radici
ancora più profonde in Šumadija,
il generale Boehme, comandante
delle forze tedesche nel Paese,
considera che la misura è colma.
Il prestigio dei suoi soldati
deve essere risollevato, una
dura lezione deve essere
somministrata ai serbi. Una
spietata repressione, da
condurre senza esitazione, è
decisa. A rendere più chiara la
direttiva che passa ai
subalterni, e che precisa la
"filosofia" del comando tedesco,
Boehme ricorda che "una vita
umana non vale nulla", e che
perciò per intimidire bisogna
ricorrere a una "crudeltà senza
eguali". A metà settembre i
tedeschi passano all'azione. La
macchina si mette in moto.
Per un mese la Serbia centrale è
trasformata in un campo di
sterminio.
A decine villaggi grandi e
piccoli sono bruciati, spesso,
come a Novo Mesto o a Debrc, con
dentro gli abitanti. I serbi
muoiono a migliaia, uccisi,
massacrati. A Šabac, il 26
settembre, sono 3000 gli uomini
dai 14 ai 70 anni che rimangono
vittime della razzia tedesca.
Cinquecento muoiono durante una
marcia fatta fare al passo di
corsa per 46 chilometri. Gli
altri sono fucilati. Una sorte
analoga hanno, il 10 ottobre, a
Valjevo, 2200 ostaggi: finiscono
al muro. "Pagano" 10 tedeschi
uccisi e 24 feriti. Cinque
giorni dopo, il 15, è
"sentenziata" la punizione di
Kraljevo, un'altra città che
resiste. I plotoni di esecuzione
lavorano per cinque giorni, le
vittime sono 5000. Sembra
impossibile immaginare una
strage ancora più grande.
Eppure, l'allucinante escalation
non ha toccato la sua punta di
massimo orrore.
Lo farà a Kragujevac, e nel suo
circondario. La "spedizione
punitiva" comincia il 13
ottobre. Quel giorno, nel
quartiere operaio di Kragujevac,
i tedeschi prendono 30 uomini.
Per 3 giorni se li trascinano
dietro nella puntata che fanno
contro il paese vicino, Gornji
Milanovac. Affamati, percossi,
costretti a rimuovere tronchi
d'albero e a tirare fuori dal
fango carri armati, adoperati
come scudo contro i partigiani,
sono testimoni della sorte del
piccolo paese di pastori. Vivono
un'agonia che ha fine solo con
il grande massacro, nel quale
scompaiono anche i 132 ostaggi
di Gornji Milanovac. In quanto
al paese, anche questo viene
bruciato. I tedeschi saldano
così un vecchio conto che
avevano in sospeso. Anche per
questa impresa però devono
pagare uno scotto. Trentasei
uomini vengono messi fuori
combattimento dai partigiani,
che attaccano senza sosta.
Di fronte a questo "smacco" la
logica tedesca della ritorsione
non tarda a scattare. Sarà
Kragujevac a pagare, con la vita
di 100 cittadini ogni tedesco
morto, e con quella di 50 ogni
tedesco ferito. Duemilatrecento
persone sono condannate a morte.
La rappresaglia punta per primo
sui "nemici storici" del Reich:
comunisti e ebrei. Gli ebrei
maschi, e un certo numero di
comunisti, 66 persone in tutto,
vengono arrestati sulla base
delle liste che i
collaborazionisti forniscono. Ma
questo non basta. Il giorno
successivo, il 19 ottobre, una
massiccia operazione ha luogo
nell'immediata periferia della
città. Tre paesi, posti nel giro
di tre chilometri, sono travolti
della furia tedesca. Grošnica,
Meckovac, Maršic bruciano, 423
uomini muoiono. A Meckovac,
donne e bambini sono costretti
ad assistere all'esecuzione. Lo
stesso macabro rituale è imposto
a Grošnica, dove si distinguono
i Volontari Anticomunisti di
Dimitrjie Ljotic. Il paese quel
giorno celebra la festa del
patrono. I fascisti serbi
strappano il pope dall'altare
con il vangelo ancora in mano, i
fedeli vanno a morire stringendo
i pani benedetti della comunione
ortodossa. Vengono falciati
tutti lì vicino, con le
mitragliatrici. Così, intorno a
Kragujevac si è fatto un cerchio
di morte. La prova generale è
compiuta. Ora si passa al
"grande massacro".
L'azione inizia la mattina del
20 ottobre. Alle prime luci
dell'alba, gli accessi a
Kragujevac vengono bloccati.
Mitragliatrici sono postate nei
punti nevralgici. Nessuno può
più uscire dalla città, nessuno
può più entrarvi. Chi, ignorando
il dispositivo, si avvicina,
viene ucciso. È quanto accade a
uno zingaro, che arriva dalla
campagna, a un vecchio che in
città muove verso il mercato.
Agli ordini del maggiore Koenig,
tedeschi e collaborazionisti
aprono la caccia all'uomo.
Nessuno sfugge, nessuno è
"dimenticato". Il gruppo di
operai che lavora
tranquillamente a un torrente, i
tre popi di una chiesa, che
sperano di trovare la salvezza
dietro le icone. I razziatori
entrano a stanare ovunque. Gli
impiegati sono portati fuori dal
municipio; giudici, scrivani,
pubblico, dal tribunale. Dalle
abitazioni vengono tratti anche
gli ammalati. Un barbiere è
prelevato dal negozio insieme al
suo cliente, che con altri
disgraziati marcia verso il suo
destino, una guancia insaponata,
l'altra no.
Alle dieci i tedeschi irrompono
anche nei due ginnasi.
L'apparizione di quelle uniformi
verdi armate di fucili e
parabellum, infrange la
normalità forzata che da tre
giorni nelle due scuole vige. Il
barone Bischofhausen, il
comandante tedesco della piazza,
il 17 ha minacciato presidi,
professori e genitori di severe
sanzioni se i ragazzi non
frequentavano la scuola. Lo ha
fatto ripetere anche per le vie
della città, a suon di tamburo,
dal banditore pubblico. Li vuole
tutti in aula, sempre.
L'ufficiale tedesco, che da
civile è insegnante, combatte
l'assenteismo degli studenti non
certo perché mosso da passione
pedagogica. Chiedendo che
proprio per quel giorno 20 tutti
siano presenti, egli fa apparire
di voler esercitare un
controllo; che però si trasforma
in una trappola. In realtà, egli
non dimentica che i ginnasiali
di Kragujevac hanno manifestato
sin dai primi giorni la più
violenta opposizione
all'occupante. Un giovane è
finito impiccato dopo uno
scontro con la polizia. Il
barone sa pure che anche in
quelle aule la Resistenza
attinge, per alimentare i suoi
"gruppi d'azione", i suoi
propagandisti e sabotatori.
L'ispezione annunciata per quel
giorno è arrivata. I registri
chiesti dal barone sono pronti.
Arrivando quella mattina a
scuola, i ragazzi hanno
cancellato i loro nomi
dall'elenco. Precauzione
inutile. Non c'è appello. I
tedeschi entrano direttamente
nelle aule, e rastrellano.
Hinaus, fuori tutti quelli dai
16 anni in su. Anche il ragazzo
invalido che si trascina con la
stampella, per il quale invano
una professoressa intercede.
Anche la classe che il
professore di tedesco tenta di
salvare. Ai soldati che si
affacciano, il professore dice,
per rabbonirli, che stanno
facendo lezione di tedesco.
Mente. E mente una seconda volta
quando gli chiedono quanti anni
hanno i suoi ragazzi. Quindici
dice. I tedeschi, convinti,
fanno per andarsene. Ma in quel
momento un alunno si alza
dall'ultimo banco. È lo
spilungone della classe. I
tedeschi, dalla soglia si
girano, capiscono, e sbattono
fuori tutti.
I ginnasiali raggiungono le file
dei razziati, i professori in
testa. Con loro, ci sono anche
Mile Novakovic, insegnante di
chimica, celibe, e Djordje
Stefanov, di letteratura croata,
anche lui rifugiato in Serbia
con la moglie e le due figlie
per sfuggire ai fascisti della
Croazia. Quel giorno i due
professori non hanno lezione. Ma
quando hanno visto che in città
i tedeschi rastrellavano, certi
che la scuola non sarebbe stata
risparmiata, sono venuti lo
stesso, per essere insieme ai
loro ragazzi. Li vogliono
seguire fino in fondo. Andranno
insieme a loro alla fucilazione.
Del corpo insegnante, solo le
donne non sono razziate. Dalle
finestre della scuola vedono
sfilare i professori e gli
alunni, e "cento berretti
levarsi in segno di saluto". I
ragazzi credono ancora che
torneranno.
Pochi sono i fortunati che
riescono a filtrare tra le
maglie di quella immensa rete
gettata sulla città. Chi vi
riesce, va a unirsi ai
partigiani. Avrà sicuramente
qualcuno da vendicare. Gli
altri, a migliaia, ingrossano le
colonne che tutto il giorno
scorrono per Kragujevac dirette
ai luoghi di raccolta. I
razziati sono quasi 10.000, su
meno di 30.000 abitanti che
conta la città. I tedeschi non
hanno tralasciato nemmeno il
carcere. Ultimi ad arrivare,
quei detenuti sono, con
comunisti ed ebrei, i primi ad
essere fucilati.
Dai luoghi dove sono concentrati
in attesa di conoscere la loro
sorte, la sera di quel 20
ottobre i prigionieri sentono le
prime scariche di fucileria. È
l'avvio della grande
carneficina. Contando sulla
sorpresa, e sulla iniziale
"distrazione" dei fucilatori,
alcuni dei condannati riescono a
salvarsi. Qualcuno fugge appena
messo in riga. Altri, come
Zivotjin Jovanovic, alla scarica
si getta a terra anche se non è
colpito, poi balza e corre.
Viene ricatturato a un posto di
blocco. Tenta di nuovo la fuga,
e il suo guardiano gli spara a
bruciapelo. Gli sfiora
l'inguine. Poi dopo avergli dato
il colpo di grazia nella spalla
invece che in testa, lo lascia a
terra credendolo morto. L'uomo
striscia tutta la notte a palmo
a palmo finché arriva alla casa
di un amico. È soccorso, si
crede in salvo. Arrivano i
fascisti serbi, che lo
riprendono. Dopo averlo
picchiato decidono che, essendo
ormai in fin di vita, tanto vale
lasciarlo morire. Ma l'uomo non
muore.
Altri ancora devono la vita alla
fortuna, alla professione, al
sangue freddo che riescono ad
avere anche in un tale
frangente. A mano a mano che
inquadrano i gruppi per condurli
alla fucilazione, i tedeschi
fanno la selezione. Alcuni
criteri non sono molto chiari.
Risparmiano, per esempio, gli
elettricisti, gli idraulici, i
panettieri. Altri lo sono di
più. Ai loro collaboratori
fascisti concedono di tirare
fuori i loro amici e parenti. In
questo mercato i fascisti serbi
sono generosi. Arrivano a
offrire dei ragazzi di 10/12
anni in cambio dei loro
protetti. Viene risparmiato
anche chi è cittadino di un
paese alleato dell'Asse. O che
lo faccia credere. Escono
romeni, ungheresi. Un dalmata si
dichiara italiano. Forse lo è
davvero, forse è solo un croato
acculturato italiano, bilingue.
Ma riesce a salvarsi, e a
salvare il ragazzo che gli è
accanto, affermando alla
guardia, con la sua "autorità"
di "alleato", che non ha ancora
16 anni. Un serbo, invece,
mostra un certificato bulgaro
qualunque, rilasciato dalle
truppe di Sofia che occupano il
suo Paese di origine, e viene
messo da parte.
Non fa nulla invece per salvarsi
Jovan Kalafatic, professore,
insegnante di religione, che
invece potrebbe. Tutti sanno che
è un fascista convinto. A scuola
sospettano anche che sia un
delatore, che alcuni professori
progressisti siano finiti in
galera per opera sua. Basterebbe
che dica chi è. Kalafatic invece
tace. Tace anche quando passano
i fascisti serbi per la "loro"
selezione. Forse, nelle lunghe
ore della tragedia passate con
il suo popolo, deve aver capito
la vera natura dell'Ordine Nuovo
nel quale crede. Va,
volontariamente, alla
fucilazione con gli altri. Vanno
volontari anche due vecchi
genitori che non vogliono
abbandonare i figli. Alla
fucilazione vanno, divisi in due
gruppi, anche i 300 studenti
ginnasiali e i loro professori.
Alla testa di un gruppo vi è il
preside del ginnasio. L'altro
gruppo marcia verso la morte in
fila indiana, le mani sulle
spalle, come dovessero danzare
il kolo, la danza nazionale
serba. Poi, cantano. Intonano "Hej
Slaveni!", l'inno antico e
comune a tutti gli slavi. Cadono
cantando.
Il massacro dura a lungo. Su un
fronte di morte lungo oltre
dieci chilometri, fuori della
città le armi crepitano fino
alle 14 del giorno 21 ottobre.
Settemilatrecento uomini di
Kragujevac dai 16 ai 60 anni
cadono divisi in 33 gruppi.
Dovevano essere 2300. I tedeschi
hanno più che triplicato il
"coefficiente dichiarato" di
rappresaglia. I graziati sono
circa 3000. Molti di questi
sopravvissuti rientreranno a
piangere un morto. Kragujevac
onora la memoria dei suoi
fucilati il sabato successivo al
massacro. Il rito ortodosso per
il quale il sabato è il giorno
dei morti, vuole anche che per
ogni morto sia accesa una
candela gialla e per ogni
candela, cui si accompagna un
pane che è da benedire con il
vino santo, il pope reciti la
parola dei defunti. I sacerdoti
rimasti a Kragujevac sono solo
due. Altri sette sono stati
fucilati. Ma il rito deve essere
compiuto. Mentre le donne
piantano le candele, presentano
i pani, gridano il nome del
defunto, i due preti cantano
l'antica preghiera della
liturgia veteroslava. Dandosi il
cambio pregano per ventiquattro
ore, dalle sette alle sette.
Inutilmente i nazisti tentano
poi di nascondere la verità
sulla strage, alterando
registri, imbrogliando le cifre,
esumando e cremando cadaveri.
Kragujevac ha fatto il "suo"
appello. È la prova che Zivotjin
Jovanovic, l'uomo sopravvissuto
tre volte, porta ai giudici di
Norimberga: "...Quell'ottobre
del 1941 a Kragujevac furono
esposte più di settemila
bandiere nere... nella chiesa
vennero presentati e benedetti
in un giorno più di settemila
pani... E furono accese
settemila e trecento
candele...".