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La
Battaglia di Stalingrado
La Battaglia di Stalingrado,
uno scontro titanico durante la II Guerra Mondiale tra la Germania nazista e
l’Unione Sovietica socialista, è stata tema di innumerevoli studi, libri,
film e memorie. Senza dubbio, tra le opere recenti, - il libro di Anthony
Beevor, importante scrittore britannico in questioni militari, e il film del
regista francese Jean-Jacques Annaud - hanno contribuito a ché la nuova
generazione conosca ciò che è stata la più grande battaglia della storia.
Non si è trattato soltanto di uno scontro militare su larga scala, che mise
contro milioni di soldati, bensì il punto chiave di un dramma nel quale si
affrontarono due sistemi sociali – il sistema capitalista-imperialista
rappresentato dai nazisti tedeschi e quello socialista che nacque dalla
Rivoluzione d’Ottobre e che si sviluppò durante due decenni con la direzione
di Lenin e Stalin - in un combattimento per la vita o la morte. Fu il punto
di svolta della II Guerra Mondiale e il principio della fine della Germania
di Hitler, che fin dall’invasione dell’URSS, aveva occupato facilmente tutto
l’est e l’ovest dell’Europa.
In rapporto alla grandezza del
tema, il libro di Beevor e il film di Annaud sono troppo brevi. Il valore
del popolo nella difesa dell’URSS e l’eroismo dell’Armata Rossa, capace di
resistere, e infine vincere, un nemico molto meglio attrezzato, è un evento
storico tanto grande che non si può trascurarlo tanto facilmente. Per quanto
possa sembrare ingiusto equiparare l’erudizione di Beevor con la stupida
fiction holliwodiana di Annaud, entrambe le opere, sebbene in differenti
sfere e con differenti pubblici, cercano di spiegare l’eroismo del
proletariato dal punto di vista della borghesia. Sebbene entrambe le opere
siano fedeli ai “fatti” (è possibile imparare molto da esse dal punto di
vista del proletariato rivoluzionario), si portano appresso una grande
menzogna: che la più grande vittoria militare di tutti i tempi sia avvenuta
senza che abbia avuto importanza, o addirittura sia stata in contrasto,
l’esistenza del sistema socialista e della dittatura del proletariato. In
fondo, la loro è una missione senza speranza. Senza tener conto di quanto
talento contengano o come siano state finanziate le opere (il film di Annaud
ha avuto il maggior budget mai visto per un film europeo), il risultato può
avere l’effetto contrario; spingere la nuova generazione a scoprire da se
stessa il vero significato della parola “Stalingrado”.
ANTEFATTI DELLA BATTAGLIA
Come risposta alla sua
sconfitta nella I Guerra Mondiale e l’imposizione del terribile Trattato di
Versailles, la classe dominate imperialista tedesca si era dedicata a
sviluppare un nuovo settore imperialista nel mondo. L’altro obbiettivo che
accompagnò questo sforzo era il desiderio di eliminare l’Unione Sovietica,
il primo stato socialista del mondo. Lo strumento che utilizzò per i propri
fini è stato il partito Nazionalsocialista (nazista) diretto da Hitler.
Tutto il mondo imperialista
condivideva l’obbiettivo della distruzione dell’URSS. Inghilterra, Francia e
Stati Uniti non avevano meno odio verso la dittatura del proletariato. Uno
degli “obbiettivi di guerra” principali dell’Inghilterra e Stati Uniti nella
II Guerra Mondiale è stato quello di far sì che la Germania dirigesse la sua
macchina da guerra contro l’est, perché distruggesse l’URSS, e si
indebolisse in questo processo.
Per sviare questa strategia,
l’Unione Sovietica cercò un accordo con gli imperialisti anglo francesi, per
una difesa congiunta contro la Germania. Questo tentativo fallì, e nel 1939,
l’URSS firmò un patto di non aggressione con la Germania. Nei due anni
seguenti, l’apparato militare tedesco conseguì una vittoria dopo l’altra:
Polonia, Danimarca, Olanda e Belgio. Invase la Francia, che capitolò subito
(la grande maggioranza della classe dominante francese si alleò con la
Germania durante la guerra). L’esercito britannico in Europa retrocesse
rapidamente dall’altro lato dello stretto di Dover.
I britannici rimasero a
braccia conserte, mentre Hitler consolidava il suo potere nel continente e
preparava una poderosa offensiva contro l’URSS. Il 22 giugno del 1941, i
tedeschi cominciarono l’attacco con una massiccia forza d’invasione di
5.500.000 soldati (compreso le forze degli stati satelliti della Romania,
Bulgaria, ecc.), 3.350 carri armati e 2.000 aerei e, grazie all’occupazione,
contando sulle riserve dell’Europa occupata. Attaccò su tre fronti: dal nord
verso Leningrado, al centro verso Mosca e al sud verso Kiev e, più in là,
Stalingrado e la regione del Caucaso. L’Armata Rossa dovette difendere il
fronte occidentale lungo 4.500 chilometri, con 1.100 chilometri di costa.
Inoltre, sebbene l’URSS si stesse preparando per l’inevitabile conflitto
militare, non aveva terminato il consolidamento delle sue difese. Uno degli
aspetti importanti è che il momento, la misura e la direzione dell’attacco
tedesco colsero di sorpresa l’URSS. Nelle zone del suo attacco principale la
Germania riuscì a concentrare forze superiori in ragione di 4 o 5 a 1, e
contava sulla superiorità nel combattimento aereo e capi più sperimentati,
in particolare con i carri armati. Imponeva il Blitzkrieg, un attacco
fulmine che aveva funzionato molto bene contro i suoi nemici fino ad ora.
I primi giorni e le prime
settimane della guerra costituirono quasi un disastro per l’URSS. Su ogni
fronte, l’Armata Rossa subì sconfitte e retrocesse, e le sue unità
disorganizzate e senza comunicazioni uscirono sconfitte per mano dei
tedeschi. Nelle prime tre settimane di combattimento, secondo Beevor,
l’Armata Rossa perse 2.000.000 di soldati, 3.500 carri armati, 6.000
aeroplani e una grande percentuale di ufficiali. A settembre, i tedeschi
erano già alla periferia di Leningrado. Al sud, Kiev, la capitale
dell’Ucraina, la seconda repubblica dell’URSS stava sul punto di essere rasa
al suolo dai tedeschi. Stalin e i capi sovietici, che in questo hanno fatto,
si pensa a volte, il più grande errore militare della guerra, chiamarono
l’Armata Rossa a difendere Kiev ad ogni costo. L’Armata Rossa oppose una
irriducibile ed eroica difesa, ma contro tale forza d’oppressione, la
sconfitta fu inevitabile, e quasi 500.000 soldati dell’Armata Rossa furono
catturati.
Secondo il segno che i
tedeschi avevano lasciato e tendevano a lasciare in tutto il continente, il
collasso dell’URSS doveva essere imminente. Alla fine di settembre, un
fiducioso e arrogante Hitler diede ordine di radere al suolo Leningrado e
poi fare scomparire Mosca sostituendola con un grande lago artificiale.
Anche le potenze alleate attendevano piene di speranza, l’imminente caduta
di Leningrado e Mosca. Il segretario della guerra americana, Henry Stimson,
sintetizzò il punto di vista quasi unanime della sua direzione militare,
scrivendo che la vittoria tedesca avrebbe richiesto “al massimo tre mesi”.
Il partito comunista
dell’Unione Sovietica rispose organizzando e dirigendo una mobilitazione
militare senza precedenti in tutto il paese, e scatenò quella che oggi
chiamiamo guerra popolare. Con la classe operaia e le masse di Leningrado fu
possibile impedire l’entrata in città delle forze militari superiori della
Germania, con la mobilitazione di 250.000 persone, principalmente donne,
intente a scavare chilometriche trincee anticarro. Gli abitanti della città
difesero con eroismo un posto che avrebbe resistito 900 giorni, nel quale
morirono fino ad un milione di persone, nella maggioranza donne. A Mosca, il
governo considerava seriamente la possibilità di abbandonare la città; il
corpo di Lenin fu trasferito in un luogo sicuro. Invece di partire, Stalin
decise, contrariamente al parere di altri, di organizzare una sfilata
militare di sfida nell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Da qui,
l’Armata Rossa marciò direttamente a combattere al fronte contro gli
invasori tedeschi.
Il popolo si mobilitava
ovunque, moltissimi comunisti andarono al fronte per elevare la capacità di
combattimento e lo spirito delle truppe. I comunisti organizzarono unità di
partigiani dietro tutti punti delle linee nemiche, al fine di scatenare una
guerra di guerriglia contro gli invasori. I partigiani sopravvissero in
difficili condizioni, alla macchia, con l’appoggio delle masse che fu
vitale, nonostante la politica di genocidio tedesca di massacrare i civili
per ogni atto di resistenza. Nella retroguardia il popolo lavorava giorno e
notte per trasportare fabbriche intere in luoghi lontani dagli invasori, e
incrementarono incredibilmente la produzione davanti alla necessità
materiale della guerra.
Nel dicembre 1941, all’inizio
del terribile inverno (con temperature di meno 20 gradi), l’esercito tedesco
era arrivato alle porte di Leningrado e Mosca e al largo della linea
nord-sud del mar di Crimea. Ciononostante, l’offensiva si era un po’ fermata
e alcuni contrattacchi cominciarono a causare perdite ai tedeschi.
I tedeschi avevano molto
sottovalutato la capacità di resistenza dell’esercito e del popolo
sovietico. Con l’arroganza dovuta al punto di vista di classe, pensavano di
poter attaccare in tre punti diversi con più o meno intensità allo stesso
tempo. All’arrivo della primavera i generali tedeschi avevano già cominciato
a preparare i piani. Decisero di lanciare il grosso delle forze in un
massiccio assalto verso sud-est, verso la città che portava il nome del capo
sovietico.
Stalingrado (oggi Volgograd)
si trova sulla sponda del fiume Volga, uno dei principali fiumi della Russia
e un’importante via di trasporto tra l’Europa e l’Asia. Rappresenta la via
d’ingresso al Caucaso, dove molte nazionalità non russe vivevano nelle
diverse repubbliche socialiste unite nell’URSS. L’alto comando tedesco
sperava di fare uso delle contraddizioni tra i popoli dell’Unione Sovietica
per indebolire la sua capacità di combattimento. Per esempio, i tedeschi
concentrarono tra il fiume Don e il Volga molti cosacchi, che erano stati
ingannati, in epoca precedente, dallo zar e usati come forze di contrasto
della rivoluzione.
I campi petroliferi di Baku,
dell’Azerbaigian sovietico, vicino alla frontiera con l’Iran, furono un
obbiettivo molto importante per la macchina da guerra tedesca. Con la sua
cattura, potevano privare i sovietici del petrolio. Inoltre, l’esercito
tedesco pensò che catturando Stalingrado e attraversando il Volga, poteva
poi ritornare al nord e accerchiare Mosca che era ancora assediata da ovest.
In una parola, tutti i piani dei tedeschi dipendevano adesso dalla conquista
di Stalingrado.
Sebbene i comunisti, gli
operai con coscienza di classe e i settori più avanzati del popolo sovietico
fossero decisi a non cedere davanti a nessun sacrificio nel combattere gli
aggressori tedeschi, esisteva un piccolo settore di controrivoluzionari che
ricevevano a braccia aperte i tedeschi con la speranza di essere salvati dai
bolscevichi. Ci furono anche un certo numero di persone che spaventate dagli
avanzamenti iniziali dell’esercito tedesco non credevano nella possibilità
della vittoria. (Poi, i sovietici fecero un bilancio: il disfattismo era
stato alimentato in particolare dall’eccessiva semplificazione della
propaganda anteguerra che tendeva a disprezzare la potenza del nemico,
generando sorpresa e incredulità quando il nemico risultò essere un
avversario formidabile). Nell’esercito e nel partito sovietico, perfino ai
più alti livelli, ci furono manifestazioni di disfattismo e fuggi fuggi
generale.
Nei primi mesi della campagna
al sud, il riorganizzato esercito tedesco, tornò ad infliggere dure
sconfitte all’Armata Rossa. Stalin e i capi sovietici compresero
correttamente i pericoli della campagna che si avvicinava. Il 27 luglio del
1942, Stalin, in quanto capo dell’esercito, emise il decreto 227 che diceva
tra l’altro:
“I combattimenti si sviluppano
nella regione di Voronez, Don, nel sud della Russia, alle porte del nord del
Caucaso. Gli invasori tedeschi si dirigono verso Stalingrado, verso il Volga
e vogliono catturare a qualsiasi prezzo Kuban e il Caucaso del nord, con le
ricchezze del petrolio e del grano. Il nemico ha già catturato Voroscilov,
Starobelsk, Rossosh, Kupiansk, Valuiki, Nonokerkassk, Rostov e nel Don e la
metà di Voronez. Alcune unità del fronte sud, seguendo coloro che si sono
fatti prendere dal panico hanno abbandonato Rostov e Novokerkassk senza
resistenza effettiva e senza ordini da Mosca, coprendo così le bandiere di
vergogna. Il popolo del nostro paese che tratta l’Armata Rossa con amore e
rispetto, sta cominciando a perdere la fiducia in esso, e molte persone lo
maledicono per la sua fuga a est, per aver lascito la popolazione sotto il
giogo tedesco. Alcuni ingenui al fronte danno credito agli argomenti che sia
possibile continuare a ritirarci a est poiché abbiamo vasti territori,
abbondanti terre e una grande popolazione, e abbiamo sempre abbondanza di
pane. Con questi argomenti cercano di giustificare la propria condotta
vergognosa al fronte. Tutti questi argomenti sono completamente falsi e
equivoci e servono ai nostri nemici. Ogni comandante, soldato e commissario
politico deve comprendere che le nostre riserve non sono infinite. Il
territorio dell’Unione Sovietica non è un deserto, esso è bensì popolato da
operai, contadini, intellettuali, i nostri padri e le nostre madri, le
nostre spose, fratelli e figli. Il territorio dell’URSS, che è stato
conquistato dal nemico e nel quale il nemico lotta con impazienza per
conquistare il resto, rappresenta il pane e altre riserve per l’esercito e i
civili, ferro e petrolio per le industrie, fabbriche, treni e impianti che
forniscono alle forze armate armi e munizioni. Esso contiene anche le nostre
vie ferroviarie. Con la perdita dell’Ucraina, Bielorussia, le repubbliche
baltiche, la valle di Donetsk e altre regioni abbiamo perso vasti territori.
Ciò vuol dire che abbiamo perso moltissimo in materie prime e persone, pane,
metalli, fabbriche e impianti. Non abbiamo grande superiorità rispetto al
nemico in quanto a risorse umane e pane. Continuare la ritirata significa
distruggerci da soli e distruggere la nostra patria. Ogni pezzo di
territorio che lasciamo al nemico lo rafforza e indebolisce noi, le nostre
difese e la nostra patria. Per questo, dobbiamo smettere di dire che
possiamo retrocedere indefinitamente con la scusa che abbiamo un vasto
territorio, che il nostro paese è grande e ricco, che abbiamo una grande
popolazione e che avremo sempre pane a sufficienza. Parlare così è falso e
nocivo. Indebolisce noi e rafforza il nemico. Se non fermiamo la ritirata
rimarremo senza pane, senza gasolio, senza metalli, senza materie prime,
senza fabbriche né impianti, senza ferrovie. In conclusione: è ora di
fermare la ritirata, non un passo indietro! Questa deve essere d’ora in poi
la nostra parola d’ordine. Dobbiamo proteggere ogni punto forte, ogni metro
di terra sovietica, irriducibilmente, fino all’ultima goccia di sangue.
Dobbiamo aggrapparci ad ogni centimetro della nostra patria e difenderlo in
qualsiasi modo. La nostra patria vive tempi difficili. Dobbiamo fermare,
affrontare e distruggere il nemico, a qualsiasi costo. I tedeschi non sono
così forti come dicono coloro che si son fatti prendere dal panico. Le sue
forze si sono tese fino al limite. Fermare i suoi colpi adesso significa
assicuraci la vittoria in futuro”.1
Questa combinazione di volontà
d’acciaio e una penetrante valutazione della situazione generale riflette la
tempra di capo che Stalin mise al servizio del popolo durante la guerra. Per
esso, si conquistò l’amore e il rispetto delle masse, non solo della terra
del socialismo, ma anche delle masse di tutto il mondo, che, come disse Mao,
osservavano con emozione il dramma che si rappresentava. La parola d’ordine
“non un passo indietro!” si trasformò nel grido di battaglia dell’Armata
Rossa, e in principio guida della battaglia di Stalingrado.
Mao scrisse: “la guerra
rivoluzionaria è guerra delle masse, e si può realizzare solo mobilitando le
masse e appoggiandosi ad esse”. Questo è vero, non solo per i soldati al
fronte, ma anche per ogni aspetto della guerra. Tutta la popolazione
sovietica si mobilitò e tutto si subordinò alle necessità di combattimento
dell’Armata Rossa. Nel 1941, furono fabbricati 6.000 carri armati e nel
1942, 25.000, nonostante le immense perdite di territorio e capacità
produttive.
La difesa dell’Unione
Sovietica fu indubbiamente una guerra popolare, sebbene diversa dalla
maggior parte delle tappe della guerra popolare in Cina o delle guerre
popolari che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni. Non si trattava, in
linea generale, di una guerra di guerriglia. È stata una guerra di movimento
e di posizione, con una enorme quantità di truppe e munizioni, che richiese
l’azione coordinata di tutti i rami delle forze armate (fanteria, carri
armati, aviazione, artiglieria, esercito, ecc.); questo tipo di guerra ha le
sue proprie particolarità, le sue proprie leggi, le quali devono essere
conosciute dai capi politici e militari.
Mao sottolinea “l’attività
cosciente dell’uomo” nella guerra. È più facile comprendere questo fatto nel
contesto della guerra di guerriglia, nella quale tutto dipende dal coraggio,
dall’iniziativa, volontà di sacrificio e tenacia di unità relativamente
piccole di soldati, ma ugualmente nei combattimenti massicci altamente
coordinati che ebbero luogo in Unione Sovietica. E se mancassero prove di
questo principio, ciò è stato dimostrato dalla battaglia di Stalingrado.
Dal principio della guerra
l’esercito tedesco si sorprese dello spirito di combattimento dei soldati
sovietici. Il generale tedesco Halder scrisse: “in ogni parte i russi hanno
lottato fino all’ultimo uomo. Si arrendono solo raramente.” Beevor commenta:
“il maggior errore dei capi tedeschi fu di aver sottovalutato ‘Ivan’, il
soldato semplice dell’Armata Rossa”. È ovvio che i sovietici combatterono
come nessun lo aveva mai fatto contro la macchina da guerra tedesca. Come
dimostra il primo anno della guerra, il valore e il morale non furono
sufficienti. Per scatenare “l’attività cosciente dell’uomo” è necessario
applicare, anche, strategia e tattica corretta.
STALINGRADO
La Battaglia di Stalingrado
cominciò il 21 agosto del 1942, quando l’esercito tedesco attraversò il
fiume Don che in questa parte del sud della Russia si trova ad una decina di
chilometri dal Volga. Due giorni dopo, intensi bombardamenti aerei
provocarono una distruzione barbara nella città. Divisioni di panzer
irruppero nella città e arrivarono sulle rive del Volga. Secondo Beevor, su
una popolazione di 600.000 persone, ne morirono 40.000, uomini donne e
bambini, nella prima settimana di bombardamenti. Il 25 agosto del 1942,
erano stati evacuati la maggior parte dei non combattenti sulle barche,
mentre l’aviazione tedesca realizzava cruenti bombardamenti.
Coloro che rimasero nei
quartieri e nelle fabbriche si integrarono completamente nel lavoro di
difesa. Nel nord della città c’era una zona industriale con una grande
quantità di fabbriche che si erano convertite alla produzione militare. La
fabbrica di trattori Dzerzinsky, la fabbrica Barricata e Ottobre Rosso
adesso producevano carri armati che andavano dalla linea di montaggio
direttamente al fronte, che al 30 settembre era a un solo minuto di distanza
dalla zona. Il principale comando sovietico si trasferì sul lato asiatico
del Volga, fino all’est, che ancora era fermamente in mani sovietiche. Il
LXII corpo d’armata sovietico stabilì posizioni in una stretta frangia del
centro della città; solo alcuni centinaia di metri separavano il Volga e il
fronte del VI corpo d’armata tedesco. I tedeschi si stabilirono tra il LXII
e il LXIV corpo d’armata, i quali avevano preso posizione nella parte sud
della città. Il precedente comandante del LXII non era stato all’altezza del
compito e aveva cominciato una ritirata verso l’altro lato del Volga. Per
questo il generale Vassili Chiukov prese il comando e ordinò di proteggere
Stalingrado ad ogni costo. In questo momento il LXII si era ridotto a solo
20.000 effettivi che combattevano il grosso del VI corpo d’armata tedesco
che dietro ordine di Hitler doveva prendere Stalingrado a qualunque costo.
A settembre Stalin e il
generale Zukov, secondo comandante in capo delle forze sovietiche,
elaborarono un grande piano per far impantanare il VI corpo d’armata tedesco
a Stalingrado, mentre le forze sovietiche preparavano una gigantesca
controffensiva per cercare di intrappolare tutto il VI. L’operazione, con il
nome in codice Urano, si fece in segreto; Stalin e Zukov non parlavano per
radio o telefono né per mezzo di codici.
I sovietici scatenarono un
accanito combattimento. Si dice che nessun edificio rimase in piedi dopo il
bombardamento, ma i sovietici trasformarono le macerie in un campo di morte
per i tedeschi. Chuikov formò piccole unità, da 6 a 9 effettivi, per
condurre combattimenti di strada. La stazione ferroviaria cambiò di mano
fino a 5 volte durante la battaglia. Ad un certo momento, un negozio di
granaglie diventò un punto importante del fronte, nel quale i tedeschi
difendevano un piano mentre i sovietici difendevano i piani immediatamente
superiori e inferiori. Chuikov ordinò alla truppa di rimanere a non più di
50 metri, o alla distanza di un tiro di bomba a mano, dal fronte nemico, in
ogni momento.
In questo tipo di tenace
combattimento corpo a corpo le forze sovietiche usarono tattiche che diedero
loro la piena capacità, coraggio, audacia e autosacrificio, e sminuirono i
vantaggi dei tedeschi, in particolare la loro superiorità in armi ed
effettivi. Dato che l’Armata Rossa teneva le linee così vicine e
strettamente mescolate al nemico era difficile ai tedeschi bombardare
dall’aria o usare artiglieria senza mettere in pericolo i propri soldati.
Chuikov scrisse che i soldati tedeschi odiavano combattere corpo a corpo:
“Il loro morale non lo sopportava. Non erano sufficientemente valorosi per
guardare il soldato sovietico faccia a faccia. Si poteva identificare un
soldato nemico da lontano, specialmente durante la notte, perché
costantemente ogni 5 o dieci minuti sparava con la sua mitraglietta per
rafforzare il proprio morale. Così, i nostri soldati trovavano questi
“guerrieri”, si avvicinavano di nascosto e li annientavano con una
pallottola o colpo di baionetta” (citato da Obrero, 22 aprile 2001). Il
metodo della guerra imperialista di bombardare tutto, cose reali o
immaginarie, contribuì a che i tedeschi lanciassero milioni di munizioni
solo a settembre, ciò che aggravò i loro problemi di approvvigionamento.
Il movimento dei franchi
tiratori dell’Armata Rossa che rese popolare Xeitov (“la lepre”) tra altri
franchi tiratori, che presenta il film Il nemico alle porte, diede
colpi durissimi alla macchina da combattimento tedesca. I franchi tiratori
che si nascosero tra i pantani e le macerie uccisero un gran numero di
soldati tedeschi. (Zeitov uccise circa 200 tedeschi secondo i registri
dell’epoca.), ebbero l’effetto, secondo Chuikov, di costringere i tedeschi a
strisciare e non a camminare”
Sebbene alla battaglia
partecipassero in totale 2.000.000 di soldati, una grande parte dei
combattimenti fu risolta da scaramucce, lotte tra piccole unità e anche
individuali. Per esempio, durante l’accerchiamento, alcune centinaia di
soldati difesero le colline che dominavano Stalingrado, chiamate Mamaev
Kurgan. Questi soldati compresero l’importanza di difendere la posizione per
la vittoria finale, e questo infuse una determinazione d’acciaio per
difendere le colline ad ogni costo, nonostante una situazione che molte
volte sembrava insostenibile.
Una delle imprese più
celebrate a Stalingrado è la difesa della casa Pavlov, dal nome del sergente
Iakov Pavlov, che diresse un pugno di soldati nella difesa di un edificio
ubicato in una posizione strategica all’angolo di una via principale. Per 50
giorni e notti, instancabilmente, i soldati tedeschi l’attaccarono, invano,
con artiglieria, carri armati, bombardamenti aerei. È da notare che è stata
difesa da un mosaico di nazionalità differenti del popolo sovietico: russi,
ucraini, uzbeki, tartari, tagiki, kazaki e altri. Sebbene Beevor disconosca
con arroganza il ruolo di questi “incolti” combattenti asiatici, le
nazionalità di minoranze non russe giocarono un ruolo vitale nella difesa e
resistenza della città e i successivi contrattacchi.
I difensori della città
diventarono esperti nella distruzione o danneggiamento dei carri armati
tedeschi, che furono molto importanti per i trionfi tedeschi, nella prima
fase della II Guerra Mondiale. Le tattiche erano: aggirare e attaccare i
carri armati a una distanza di solo pochi metri. E questo tipo di eroismo
costava enormi sacrifici: fonti ufficiali sovietiche dicono che l’84% di
tutti gli uomini e donne mobilitati a Stalingrado morirono, furono feriti o
catturati.
Un altro elemento della difesa
fu la granitica unità tra gli ufficiali e i soldati semplici, un fatto che
esaspera ancor più il modo in cui il film Il nemico alle porte
presenta i comandi sovietici. Chuikov descrive la sua decisione di non
spostare il proprio posto di comando in un luogo relativamente più sicuro su
una vicina isola del fiume Volga: “Ciò aveva avuto un effetto immediato sul
morale dei capi delle unità, il suo personale e tutti i combattenti. Noi
capiamo… l’importanza di non restare sempre nei nostri quartieri generali e
andare frequentemente sui posti di osservazione delle divisioni e dei
reggimenti e perfino nelle trincee, perché i combattenti potessero vedere
con i propri occhi che i loro generali, membri del consiglio militare, erano
sempre con loro”.
In una delle scene più
reazionarie, Il nemico alle porte mostra i comandi sovietici che
sparano ai propri soldati che si ritirano. Come la maggior parte delle
notizie false, anche questa ha un briciolo di verità, l’esagerato uso della
coercizione, per diffondere una grande bugia. È legge di guerra che nessun
esercito, di nessuna classe, può tollerare la diserzione mentre si combatte.
Mai si possono permettere gli atti di viltà egoista, perché mettono in
pericolo la vita degli altri soldati e lo sviluppo della battaglia. La
guerra è la massima “coercizione”, e l’interesse dell’individuo è
subordinato e deve essere subordinato al tutto. È vero che l’Armata Rossa,
come gli eserciti in generale, aveva l’ordine di sparare a chiunque
disertasse. Dall’altro lato, concludere da questo che le grandi imprese
dell’Armata Rossa potessero avverarsi senza che in alcun modo ci fossero
casi di paura o terrore è assolutamente ridicolo.
Nel testo del decreto citato
sopra “Non un passo indietro!”, Stalin mette un’enfasi sproporzionata sulla
necessità di fare applicare la disciplina con mezzi militari. Elogia
apertamente il sistema tedesco nella formazione di battaglioni penali, nei
quali a tutti quelli che avevano disertato si diede una opportunità per
“redimersi” combattendo nelle condizioni più difficili del fronte, e fa
appello a formare un sistema simile nell’Armata Rossa. Stalin sottolineò in
maniera esagerata la similitudine tra i due eserciti e la necessità
dell’obbedienza alla disciplina, e cancella il carattere fondamentalmente
differente dell’Armata Rossa. Sebbene ogni esercito necessiti di una ferrea
disciplina militare, come ottenerla e garantirla dipende da quale classe
governa e quale sistema sociale si riflette in questo esercito. Questo è
parte del significato di ciò che disse Mao nella sua sintesi della strategia
militare: “Loro combattono alla loro maniera e noi alla nostra”:
Per assicurare la disciplina
l’esercito diretto dal proletariato può applicare, ed effettivamente
applica, un metodo diverso da quello dell’esercito reazionario. Lo stato
socialista può e deve usare differenti forme di “pressione” (per esempio, il
reclutamento), ma nella sostanza deve partire dalla giustezza della sua
causa, dalla coscienza dei soldati e la solidarietà tra gli ufficiali e i
soldati come fonte di disciplina. Mao sottolineò: “Il lavoro politico è
l’arteria principale dell’esercito”. In sostanza, e principalmente, questo è
ciò che fece Stalin, risvegliando le masse e assicurando la sua unità e
disciplina. Con la pratica di inviare i comunisti più decisi di ogni livello
ad assumere i compiti più importanti e pericolosi al fronte, il partito
diede un poderoso esempio che ebbe un effetto ancor più grande del timore di
una corte marziale.
Di più, lo stesso esercito è
composto da elementi avanzati, intermedi e arretrati. Anche se l’ideologia
proletaria è un poderoso motivo per gli avanzati, sarebbe ingenuo pensare
che con appelli ad un livello più alto di coscienza sia possibile superare
l’arretratezza di altri settori delle truppe con il timore di perdere la
vita. Chiaramente la pressione o la forza hanno un compito in ogni
organizzazione militare e ancor più in battaglia, ma anche così, le forme di
pressione e le politiche che si adottano variano enormemente secondo quale
classe detiene il potere. È interessante studiare la politica sulla
diserzione portata avanti dalle forze armate rivoluzionarie vietnamite
durante la guerra contro l’imperialismo americano. I disertori, perfino
recidivi, furono reintegrati nelle unità originarie dopo essere stati
oggetto di acuta critica dalle masse di casa propria. La politica sovietica
di favorire l’esecuzione dei disertori e codardi sembra appoggiare l’aspetto
equivoco (e dichiarare che le famiglie dei disertori saranno castigate è
totalmente errato). Inoltre, il suggerimento di Stalin di formare
battaglioni penali a partire dal modello dell’esercito tedesco è assurdo:
concentrare gli arretrati con la direzione di ufficiali ancora più arretrati
non può generare in assoluto condizioni favorevoli per la vera rieducazione
necessaria.
LA “GRANDE GUERRA
PATRIOTTICA”
Sia il libro di Beevor che il
film di Annaud hanno la stessa spiegazione di fondo del grande eroismo dei
combattenti sovietici che risalta con vigore nonostante le calunnie e la
distorsione. E questa spiegazione è il patriottismo. In altre parole, i
soldati fecero quello che nessun altro esercito d’Europa riuscì a fare,
semplicemente per l’odio verso l’aggressore straniero e per l’istintivo amor
di patria. Ogni stato europeo mobilitò le proprie truppe a partire dal
patriottismo. Non c’era nessun esercito più “patriota” o più sciovinista
dell’imperialismo francese. Anche così i soldati e l’esercito francese
caddero in molte disgrazie durante la II Guerra Mondiale.
O si vuole dire che c’era
qualcosa di particolare nel patriottismo russo, che c’era una qualità magica
che li rese più potenti di quelli di altri paesi? Basta rifare il corso
della I Guerra Mondiale, quando le truppe imperialiste tedesche invasero la
Russia, per dimostrare quanto sia vuoto questo argomento. È risaputo che lo
zar e la borghesia russa tentarono di mobilitare le masse, in special modo i
contadini, con appelli alla “difesa della patria”. Ma l’esercito russo subì
sconfitte dietro sconfitte al fronte e si diffuse la demoralizzazione al suo
interno. L’appello di Lenin a opporsi alla difesa della “patria” allora
imperialista, e a trasformare la guerra imperialista in una guerra civile
rivoluzionaria ebbe un ruolo decisivo nella mobilitazione dei soldati
accanto ai bolscevichi. Chiamò alla fine immediata della partecipazione
della Russia alla I Guerra Mondiale, come parte della famosa parola d’ordine
“terra, pane e pace” della Rivoluzione d’Ottobre.
Così, qual è stata la
differenza tra la Russia zarista durante la I Guerra Mondiale e l’Unione
Sovietica durante la II Guerra Mondiale? Un mondo di differenza. Nel secondo
caso, c’era una dittatura del proletariato, uno stato nel quale la classe
operaia in alleanza con i contadini e altri lavoratori, governava la
società. I vecchi sfruttatori erano stato sconfitti e sottomessi con la
forza ed erano stati fatti passi da gigante nella costruzione di una nuova
economia socialista, non fondata sullo sfruttamento. Liberato dalla
schiavitù salariata capitalista, il potere produttivo delle masse
lavoratrici fu scatenato come non mai e faceva miracoli che non finivano mai
di sorprendere gli osservatori di altri paesi dell’epoca. (Nota: fu molto
dopo, dopo il tradimento revisionista in Unione Sovietica dopo la morte di
Giuseppe Stalin nel 1953, che la borghesia osò vomitare le proprie menzogne
su una società terrorizzata dal governo comunista. Durante la costruzione
socialista, prima della II Guerra Mondiale, l’effervescenza della società,
l’entusiasmo rivoluzionario del popolo e l’enorme appoggio che l’URSS
riceveva dagli oppressi di tutto il mondo furono talmente evidenti e tanto
forti che non permettevano una tale propaganda. Abbiamo visto una simile
“ventata di calunnie” degli imperialisti verso la Cina socialista: solo dopo
la confitta del socialismo lì, poterono dirne di tutti i colori sul
socialismo e cambiare parere.)
Quando Hitler attaccò l’Unione
Sovietica nel 1941, le masse di questo paese come nessun altro in Europa,
avevano qualcosa di maggior valore da difendere: lo stato socialista che
avevano strappato alla borghesia con la Rivoluzione d’Ottobre, e nella quale
avevano versato le proprie energie e speranze per una generazione. La sua
difesa era lontana dalla stretta propaganda nazionalista delle altre
cosiddette Grandi Potenze che si opponevano alla Germania imperialista, ma
solo per proteggersi (come nel caso dell’impero britannico) o per espandere
(come nel caso del nuovo arrivato imperialismo americano) il proprio
sfruttamento e oppressione dei popoli del mondo.
Allo stesso tempo, un gran
numero di misure prese da Stalin e dai capi sovietici fecero quanto più
possibile per nascondere il carattere di classe della guerra popolare
sostenuta dall’Unione Sovietica favorendo i nemici del socialismo. Fin dalle
prime ore del conflitto i sovietici la chiamarono “grande guerra
patriottica”. Fu una reminiscenza di quella che si conosce nella storia
della Russia come la “Guerra patriottica”, quando nel 1812 Napoleone invase
la Russia zarista a capo dell’esercito francese, e che alla fine fu respinto
alle porte di Mosca. L’Internazionale fu rimpiazzata da un nuovo inno negli
atti ufficiali. Fu realizzata una grande campagna per propagandare e
risollevare il sentimento patriottico russo. Il cineasta sovietico
Ejzenstejn, conosciuto in tutto il mondo, fece un film poderoso che
glorifica Aleksandr Nevskij, una figura della storia medievale russa che unì
la nazione contro gli invasori teutonici. Un altro interessante esempio è il
decreto n.4, firmato dal generale Yeremenko, il capo militare del fronte
sud-occidentale e Nikita Krusciov, che in seguito fu il principale
commissario dell’esercito sud-occidentale. Il decreto applica la direttiva
di Stalin, “Non un passo indietro!”, riferendosi al “partito bolscevico,
alla nostra nazione e al nostro grande paese.” In altre parole, Krusciov e
Yeremenko, evocarono la nazione, cioè, la Russia, così come il paese (URSS).
Ciò è particolarmente ironico data l’ubicazione strategica di Stalingrado,
che unisce la Russia con la maggior parte delle repubbliche non russe e dato
il gran numero di soldati e civili non russi che parteciparono direttamente
ai combattimenti.
In generale, nella linea
politica sovietica di questo momento, si combinarono la necessità della
difesa dello stato socialista e gli appelli al nazionalismo russo. Non c’è
dubbio che i capi sovietici avevano una grande necessità di unificare i più
ampi settori possibili della popolazione. È difficile considerare un errore
la politica di fare uso di certi sentimenti patriottici perfino nei settori
della popolazione la cui attitudine verso il socialismo variava dalla
tiepidezza fina alla grande ostilità. Alcuni personaggi del Il nemico
alle porte rappresentano queste forze arretrate che prendono parte ad
una specie di fonte unico con il regime sovietico contro gli invasori
fascisti.
Ciononostante, non c’è dubbio
che il cuore e l’anima dei combattenti sovietici furono i comunisti e il
proletariato cosciente di classe. Fecero saltare ogni breccia e con il loro
esempio diressero altri. Beevor dice, per esempio, che durante la Battaglia
di Stalingrado una fabbrica localizzata ad est degli Urali, in salvo,
produceva i famosi carri armati T-34. Si decise di fare appello tra i
lavoratori a trovare volontari che portassero i carri armati al fronte a far
parte dell’Armata Rossa. Sebbene tutti conoscessero i pericoli estremi, in
meno di 36 ore si presentarono 4.363 persone delle quali 1253 erano donne
LE DONNE
Una caratteristica comune
delle guerre popolari è la partecipazione delle masse delle donne. Questa è
stata una verità commovente della Battaglia di Stalingrado. Il nemico
alle porte presenta un’eroina dell’Armata Rossa, una giovane ebrea la
cui famiglia era stata vittima dello sterminio nazista. Il film la presenta
come un elemento intermedio e non una combattente comunista avanzata. La
verità è che il ruolo storico di centinaia di donne con coscienza di classe
al fronte caratterizzò l’esercito rosso sovietico.
È vero che perfino le potenze
alleate imperialiste come l’Inghilterra e gli Stati Uniti dovettero
mobilitare per necessità di guerra le donne nelle diverse attività in
relazione alla guerra, esattamente come l’esercito americano fa oggi.
Ciononostante un esercito reazionario riflette una società borghese e
patriarcale che mai può scatenare il potenziale delle donne. D’altra parte
un esercito popolare come fu quello dell’Armata Rossa non può esistere senza
liberare l’energia rivoluzionaria della metà femminile della popolazione.
Una guerra popolare sconfigge il nemico mobilitando le masse e appoggiandosi
ad esse, mettendo da parte gli ostacoli di oppressione, tradizione e costume
che impediscono che il popolo domini la società. Sebbene i capi sovietici
facessero concessioni ai valori tradizionali russi, le donne dell’URSS si
mobilitarono secondo lo spirito della Comune di Parigi e non di Caterina
Seconda la Grande2 . Alla fine della guerra, c’erano più di 246.000
combattenti al fronte, come il reggimento 467 delle Guardie Femminili di
Bombardamento Leggero Notturno, di sole donne, con compiti che andavano da
pilota ad armiere a meccaniche.
Le donne di Stalingrado
annientarono molti soldati fascisti nei combattimenti al fronte e la loro
presenza fu molto sconcertante per i tedeschi. Beevor cita una lettera di un
capo tedesco al proprio padre: “Voi mi dicevate sempre: ‘Sii leale alla
nostra bandiera, e trionferai’. Mai dimenticherò queste parole, perché è
tempo che ogni uomo sensato in Germania maledica la pazzia di questa guerra.
È impossibile descrivere quello che sta succedendo qui. Ogni persona, a
Stalingrado, che ha ancora la testa e le mani, uomo o donna, continua a
lottare”.
La ferma difesa di Stalingrado
diede i suoi frutti. L’esercito tedesco subì moltissime perdite e con
l’arrivo dell’inverno cominciò ad avere gravi problemi di
approvvigionamento. Si diffuse la demoralizzazione tra le truppe che avevano
sperato in una facile vittoria.
Il 10 novembre del 1942, in
seguito ad attenti e urgenti preparativi, fu lanciato il contrattacco Urano.
Tutto il VI corpo d’armata tedesco fu accerchiato. Secondo Beevor, molti
soldati sovietici ricordano l’inizio del contrattacco come il giorno più
grande della guerra. L’Armata Rossa assestava poderosi colpi alle forze
tedesche e ai suoi alleati. I tedeschi erano in trappola. Per più di dodici
mesi con l’arrivo di rinforzi paracadutati, il VI corpo d’armata tedesco
resistette. Il suo comandante Paulus, rifiutò l’ultimatum del governo
sovietico alla resa per la sua impossibile posizione. Alla fine i tedeschi
si arresero il 31 gennaio 1943, quando Paulus, da poco promosso maresciallo
sul campo da Hitler, e i suoi principali ufficiali furono catturati. I
sovietici fecero circa 80.000 prigionieri vivi. In tutto il mondo i popoli
si rallegravano. Sebbene la macchina da guerra tedesca continuò ad essere un
forte avversario ancora per qualche anno, la corrente era cambiata. Come
scrisse Mao, Stalingrado fu “il punto di svolta della II Guerra Mondiale”.3
Stalingrado continua ad essere
una delle più grandi esperienze della guerra rivoluzionaria. Il proletariato
di tutto il mondo, a ragione, è orgoglioso del fatto che i nostri antenati
fecero quello che fecero sulle rive del Volga. Mai dobbiamo permettere ai
nostri nemici di denigrare o distorcere l’impresa di questi fatidici mesi,
quando si stava decidendo il corso della storia mondiale. E mai
dimenticheremo le lezioni delle battaglie precedenti, in modo da poter
combattere con maggiore risolutezza ed efficacia nelle battaglie che
verranno.
NOTE
1 L’ordine di Stalin fu letto
da tutti gli ufficiali e commissari politici dell’Armata Rossa. Non fu
divulgato fino al 1980.
2 Caterina Seconda la Grande
fu la zarina di Russia che espanse la Russia e incoraggiò una specie di
“rinascimento”.
3 Gli imperialisti americani
e britannici occultarono il risultato dell’URSS nella sconfitta della
Germania. Quando l’invasione americo-britannica in Europa continentale nel
maggio 1944,la sorte del governo nazista era già segnata sul fronte
orientale. In questo momento, gli americani e i britannici si affrettarono a
portare le proprie truppe a Berlino prima che arrivasse l’Armata Rossa, per
avere una posizione migliore nel dopoguerra.


Friedrich Paulus ||
Vasilij Ivanovič Čujkov

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