Il
numero accanto al nome di alcuni campi
si riferisce a quello assegnato ai campi
militari per prigionieri di guerra (P.G.)
[cfr. all. 1 al fg. 1/46635 del
07/09/'42 dello Stato Maggiore, in
Archivio Ufficio Storico Stato Maggiore
dell'Esercito-AUSSME, Ufficio
Prigionieri di Guerra, circ. 279]
In
rosso i campi di concentramento
dell'Italia centrale i cui internati
slavi hanno o potrebbero avere
contribuito alla Resistenza in
Abruzzo-Lazio-Marche-Umbria dopo l'8
Settembre.
-
Agnone (Molise)
-
Alatri, "Le Fraschette" (Frosinone)
- Alberobello (Bari)
- Anghiari Renicci (Arezzo) N. 97
[CONTR.]
- Aosta Porta Littoria N. 101
(fino al 7/9/42)
-
Arbe / Rab (oggi Croazia)
- Ariano Irpino (fascicolo
Spalato)
- Arona (Novara)
- Borgomanero (Novara)
- Buccari (Istria)
- Busseto (Parma) N 55 (per uff. e
sottuff. ex eserc. jugo)
- Cairo Montenotte (Savona) N.
95
- Castanevica (Gorizia)
-
Castel di Guido (Roma)
(centro di lavoro)
-
Castello Sereni (Umbria)
- Castelfranco Emilia
- Castel Montalbano (Fi)
- Castell’Arquato (Piacenza)
-
Castelraimondo (MC) N. 93
-
Castel S. Pietro Ospedale
militare (in funz. dal 17/9/42) N.
205
- Castiglion Fiorentino (AR) [G.
Visintin]
-
Castiglione della Valle (PG)
[G. Visintin]
-
Ceprano [Frosinone]
- Chiesanuova (Padova)
-
Chieti Caserma
funzionale N. 21
- Cighino di Tolmino / čiginj
-
Civitella del Tronto (Teramo)
-
Colfiorito (Umbria)
-
Corropoli (Teramo)
- Cortemaggiore (tra Piacenza e
Cremona) N. 26
-
Crocetta Castelfrentano (Chieti)
campo di lavoro
-
Ellera (Umbria)
-
Farfa Sabina (Rieti)
- Fara Novarese (Castelli
Cusiani) * [ACS, Ariani Internati]
- Ferramonti di Tarsia (CS)
- Ferriere (PC) [G. Visintin]
- Fiume [oggi Croazia] N. 83
- Forte Mamula-Prevlaka
-
Gonars N. 89
- Grado - Bonifica della Vittoria
(campo di lavoro)
-
Grupignano (??)
-
Isola d’Argo (??)
- Isola Melada [Croazia]
-
Istonio Marina (Chieti)
-
Labico [Roma] * [AUSSME,
Uff.Prig. di G., Diari storici,
marzo 1943, All. n. 64]
- Lama
dei Peligni (Chieti)
-
Laterina (Arezzo) N. 82
- Laurana - Lovran (Croazia)
- Lipari (Messina)
- Monigo
(Treviso)
- vedi il libro
dell'Istresco:
Deportati a Treviso. La
repressione antislava e il campo
di concentramento di Monigo
(1942-1943), di F.
Scattolin, M. Trinca e A.
Manesso
-
Articolo apparso su La
Tribuna di Treviso
-
Monopoli Sabina
- Monteforte Irpino
- Montefusco (Avellino)
-
Montelupone (MC)
- Montemale di Cuneo (campo per
ufficiali sup. jugoslavi) * N. 15
(fino al 7/9/42)
-
Monturano (??) * N. 70
- Novara
- Oleggio (NO) [G. Visintin]
- Padova-Chiesanuova
- Palazzolo dello Stella
(Latisana) * N. 88
-
Passo Corese (RI) [G.
Visintin]
- Pertozgiu (Sardegna) [pg. 124
Galluccio, non citato in elenco]
-
Perugia
-
Pietrafitta (PG)
- Pisticci (Matera)
-
Pollenza (Marche)
- Ponza (Latina)
- Porto Re di Cattaro (Dalmazia)
[G. Visintin]
- Prato all’Isarco (BZ) * [ACS
A5G b. 117]
- Romagnano Sesia (Novara) *
[ACS, Internati Ariani]
-
Ruscio (PG) * N. 117
- Sagrado (Gorizia) * [Poggio
Terza Armata / Zdravcina] [art. su
campo Fossalon]
- Scoglio Calogero (Dalmazia)
[CONTR.]
-
Seggiano (Grosseto) (Ospedale
degli Incurabili - ricovero vecchi)
-
Sevigliano (Marche) N. 59
-
Sforzacosta (MC) N. 56
- Solofra (Avellino)
-
Tavernelle (Umbria)
-
Torre de’ Passeri (PE) [G.
Visintin]
-
Tortoreto Alto (Teramo)
-
Tossicia (Teramo)
(internamento rom prov. Lubiana)
- Trecate (Novara)
- Tribussa di Chiapovano - Trebu^sa
-
Urbisaglia (MC) N. 53
- Ustica (Palermo)
- Vestone (Brescia) N. 23
-
Vetralla (Viterbo)
[costituzione il 12 luglio 1942, ACS
A5G b. 117]
- Volzana di Tolmino (Slovenia)
- Visco (Udine)
- Zola Predosa (Bologna) * (ACS
Ariani internati (buste 26 e 160)
Per uno studio generale sui campi di
concentramento fascisti vedi:
"I
campi del duce" di Carlo Spartaco
Capogreco, Einaudi Torino 2004
Altri documenti:
M.
Gombac:
I
bambini sloveni nei campi di
concentramento italiani (1942-1943)
A. Giuseppini: "Stanka e Maria nei
campi di concentramento italiani" e
"Quei lager rimossi di casa nostra"
Foto dai campi di prigionia italiani
(dal sito de La Nuova Alabarda)
Presentazione del progetto
GONARS THE ITALIAN LOST MEMORY
Il progetto presentato dal Comune di
Gonars, ed affidato nella sua
realizzazione alla Kappa Vu di
Alessandra Kersevan (già autrice di una
importante ricerca storica sul campo “Un
campo di concentramento fascista. Gonars
1942-1943”), intende proseguire sulla
strada del recupero della memoria
storica individuando nei giovani il
target di riferimento principale della
propria attività e nelle tecnologie
multimediali (web, cd-rom, dvd ecc.) lo
strumento più idoneo a trasmettere
questi contenuti.
Gli obiettivi del progetto sono:
1. Preservare la memoria storica
riguardante i tragici avvenimenti della
deportazione di massa di donne, bambini,
anziani e uomini dalla allora “provincia
di Lubiana” e dagli altri territori
jugoslavi annessi dall’Italia dopo il
1941;
2. Trasmettere la conoscenza degli
avvenimenti accaduti a Gonars nel
1942-43 alle presenti e future
generazioni, non solo in Friuli Venezia
Giulia, ma anche in Italia, Slovenia e
Croazia e in altri paesi;
3. Contribuire a creare e a consolidare
una presa di coscienza collettiva
nazionale in merito alla storia del
fascismo in Italia e dei campi di
concentramento;
4. Contribuire alla creazione e
promozione di una cultura di pace e
collaborazione tra i popoli, alla
conoscenza tra le genti affinchè queste
tragedie non accadano più.
Il progetto consiste in due parti:
1) il
sito
www.gonarsmemorial.org
2) un
video-documentario in DVD con la
storia del Campo di concentramento di
Gonars.
Realizzazione del sito web/portale
La realizzazione del sito sarà lo
strumento principale attraverso il quale
informare e sensibilizzare le persone in
Italia e negli altri paesi europei e non
solo, riguardo ai fati accaduti a Gonars.
Il sito web, infatti, presenterà una
selezione, adatta al grande pubblico e
di immediata comprensione e impatto, dei
contenuti presentati sul cd-rom e avrà
una funzione principalmente divulgativa.
Il sito web/portale ospiterà anche la
rete virtuale dei comuni italiani,
sloveni e croati. La sua struttura sarà
tale da permettere l’aggiornamento e
l’adattamento continuo e costante nel
tempo dei contenuti. Sarà costruito in
due lingue italiano e inglese con alcuni
inserti e link in lingua slovena e in
lingua croata. Il sito sarà ancorato ai
principali motori di ricerca del web,
sarà collegato ad altri siti dal
contenuto analogo in Europa e si
provvederà anche a inserirlo nell’ambito
dei circuiti di turismo tematico nello
specifico in quelli relativi al turismo
culturale e in quelli relativi ai
percorsi storici.
Realizzazione DVD
Il dvd si configura come uno strumento
agile e di sicuro interesse, in
particolar modo per le persone giovani
ma non solo. Il pregio di tale
strumento è quello di poter coniugare
contenuti scritti come lettere e
documenti con l’immagine delle persone,
testimoni diretti o indiretti dei fatti
accaduti e la possibilità di ricreare
virtualmente il campo di concentramento
per internati civili di Gonars. E’ uno
strumento di facile utilizzo anche per
la didattica. Avrà una durata di ca. 1 h
e ciò permette di svolgere
un’interessante lezione di storia con i
seguenti contenuti:
- contestualizzazione degli avvenimenti,
le premesse storiche: il nazismo e il
fascismo; l’occupazione della
Jugoslavia; l’annessione della provincia
di Lubiana da parte delle autorità
italiane e la politica repressiva contro
il movimento partigiano;
- deportazione di massa; i campi di
concentramento per internati civili in
Italia
- il campo di concentramento per
internati civili di Gonars;
- testimonianze.
Un
campo di concentramento fascista. Gonars
1942-1943. Recensioni
Da: Mauro Daltin
Data: Monday 21 November, 2005
Recensione:
Pagine dal campo fascista di Gonars
di
Giulia Calligaro - Il Sole 24 Ore
Il giorno della memoria per non
dimenticare tragici fatti che hanno
coinvolto anche l'Italia.
Ce lo ricorda Alessandra Kersevan,
ricercatrice all'Università di Trieste,
nel suo libro "Un campo di
concentramento fascista" (ediz. Comune
di Gonars/Kappavu), un'opera che vuole
contribuire a diffondere la conoscenza
del sistema dei campi di concentramento
fascisti e in particolare la tremenda
vicenda che si svolse a Gonars, in
provincia di Udine nel 1942-43, dove
venne impiantato un campo in cui furono
rinchiusi migliaia di sloveni e croati.
Fu il più grande campo di concentramento
per internati civili jugoslavi al di qua
del vecchio confine gestito dal Regio
esercito. Dalla primavera del 1942 al
settembre del '43 vi furono internate 6
mila persone, uomini, donne, vecchi e
bambini. Morirono in 500 per la fame, il
freddo, le malattie.
Gli internati provenivano per il 90% dal
Gorski Kotar, la regione montuosa a
nord-est di Fiume, che subì un vero e
proprio martirio da parte dell'esercito
italiano. La ricerca è stata condotta
nell'Archivio di Stato di Udine ed è
continuata poi in vari altri archivi
italiani, fra cui l'Archivio Centrale
dello Stato, quello dello Stato Maggiore
dell'Esercito e l'Archivio di Stato di
Lubiana.
L'autrice si è avvalsa inoltre di
testimonianze orali e memorie scritte di
ex prigionieri, ex soldati del
contingente di guardia e gente di Gonars.
Il campo di Gonars fu il campo fascista
in cui si ebbero le peggiori condizioni
di vita. Il progetto era quello di
ripopolare la regione con gli italiani.
Ma il caso Gonars rimase invisibile
nell'Italia del dopoguerra, in parte
anche per l'effetto assolutorio di
Auschwitz nei confronti degli altri
campi. Eppure i documenti parlano chiaro
e grave: nella notte tra il 22 e il 23
febbraio 1942, Roatta, Robotti e
Grazioli, i militari responsabili del
rastrellamento, fanno circondare Lubiana
con reticolati di filo spinato: la città
diventa così un immenso campo di
concentramento. Robotti spega al Duce il
suo metodo: "Gli uomini sono nulla". E
comunica la sua intenzione di "arrestare
in blocco gli studenti di Lubiana". I
rastrellamenti sono operati dai
granatieri di Sardegna. Il genrale
Orlando, comandante della divisione,
prevede lo sgombero delle persone
"prescindendo dalla loro colpevolezza".
Alla fine di giugno Orlando comunica che
con l'arresto di "5.858 persone si è
tolto dalla circolazione un quarto della
popolazione civile di Lubiana". Il campo
di Gonars, allestito per gli arrestati
sloveni, in poche settimane è pieno. In
estate viene approntato in fretta e
furia il campo di tende sull'isola di
Rab. Il vescovo di Krk, monsignor
Srebnic, il 5 agosto 1943 in una lettera
la Papa parlerà di più di "1.200
internati morti". Alla fine del 1942 il
sottosegretario all'Interno Buffarini dà
notizia al Duce che "50 mila elementi
sloveni sono stati internati in Italia".
Nell'autunno 1942 la diocesi di Lubiana
fa arrivare alla Santa Sede un documento
dal tono molto preoccupato, che chiedeva
interventi per evitare che i campi
"diventino accampamenti di morte e di
sterminio". Il Vaticano la inoltra al
ministero dell'Interno fascista.
Risponde – sempre seguendo le
testimonianze raccolte dalla Kersevan –
proprio il generale Roatta, minimizzando
la situazione, contestando i dati e
rimproverando il Vaticano, poiché "i
comandi militari non hanno bisogno di
suggerimenti per quanto riguarda i
doveri di umanità". Il segretario
dell'arcivescovo di Zagabria nel '43
denuncia alla Croce Rossa italiana che a
"Gonars si trovano oltre 4 mila croati,
in maggioranza donne e bambine che
soffrono molto e muoiono in gran
numero". Il 27 marzo 1943 il prefetto di
Udine impone all'Autorità ecclesiastica
di bloccare i pacchi per evitare che
"aiuti siano prodigati a una razza
siffatta che non ha mai nutrito, né
nutre, sentimenti favorevoli
all'Italia".
http://www.romacivica.net/anpiroma/deportazione/deportazionecampi1a.htm
Il
campo di concentramento di Arbe/Rab
Il campo di Arbe, una delle isole che
costellano il lato orientale
dell'Adriatico (oggi territorio della
Repubblica di Croazia), fu aperto nel
luglio del 1942 ed ospitò
complessivamente circa 15.000 internati
tra sloveni, croati, anche ebrei. In
poco più di un anno di funzionamento (il
campo cessò di esistere 1'11 settembre
del 1943), il regime di vita
particolarmente duro causò la morte di
circa 1.500 internati.
La storia del campo
Il 7 luglio 1942 il comandante della II
Armata, Roatta, informa il comando del’XI
Corpo d'Armata: il comando superiore
aveva predisposto a Rab un campo con
6.000 persone sotto le tende... oltre a
questo campo, ne sarebbe stato preparato
un altro per 10.000 persone. Viene così
edificato il primo campo di
concentramento, definito n.1.
Successivamente entrano in funzione i
campi II, III, IV. Il Campo III fu
destinato a donne e bambini, esso era
situato ai limiti di una puzzolente
palude. Gli altri erano collocati a
ridosso di latrine che traboccavano in
caso di forti temporali, allagando i
campi.
A fine luglio 1942 avviene il primo
trasporto di internati. La guardia
armata dei campi dell'isola di Rab,
viene inizialmente affidata a militari
del V Corpo d'Armata, successivamente
sostituiti da una guarnigione di 2.000
soldati e ufficiali, più 200
carabinieri. Gli stessi detenuti
sopravvissuti hanno riferito che la
maggioranza dei soldati e di giovani
ufficiali manifestavano una certa
apatia, non accanendosi sui prigionieri.
Nella primavera del 1943, si presentano
i primi segni di sfacelo della
guarnigione, si palesano volontà di
avvicinamento verso i detenuti, malgrado
la ferrea disciplina imposta dal
comandante del campo, il tenente
colonnello Vincenzo CIAULI, fanatico
fascista, sadico, uso ad adoperare solo
la frusta. Odiato anche dai soldati
italiani.
In una relazione delle forze armate
italiane sui trasporti militari,
ritrovata nel campo dopo la liberazione,
sono elencati tutti i singoli arrivi con
il numero dei deportati. In totale essi
risultano 9.537 persone (4.958 uomini,
1296 donne,1.039 bambini), più 1.027
ebrei (930 donne, 287 bambini); per un
totale di 10.564. (sono esclusi quelli
in transito verso altri campi, compresi
quelli sul suolo italiano). I deportati
sono stipati in piccole, vecchie tende
militari, scarsamente o per nulla
impermeabili, su paglia già usata, con
una leggera coperta: il tutto pieno di
pidocchi e cimici.
Molti sono stati rastrellati mentre
lavoravano nei campi in estate, sono
semi nudi e nulla viene dato loro per
coprirsi. Condizioni bestiali, in
particolare per l'autunno e l'inverno:
pioggia, neve, con la gelida bora
imperversante. Le migliaia di detenuti
dispongono di soli tre rubinetti per
l'acqua, erogata tre ore al mattino e
tre ore al pomeriggio. Nei casi di
punizione l'acqua viene tolta.
Per la fame, il freddo, gli insetti, le
malattie, la mortalità diventa
elevatissima, in particolare per i
bambini, le donne (alcune sono
partorienti), vecchi (un internato ha 92
anni). Le possibilità di sopravvivenza
concerne solamente i più robusti
fisicamente e spiritualmente più
resistenti.
E' ignoto il numero dei deportati morti
nel campo di concentramento di Rab
(sarebbero almeno 1500).
Si possono solo citare brani di una
lettera, in data 15 dicembre 1942,
dell'Alto Commissario, Grazioli:
"... mi
riferiscono che in questi giorni stanno
ritornando degli internati dai campi di
concentramento, specialmente da Rab. Il
I medico provinciale... ha costatato che
tutti senza eccezioni, mostrano sintomi
del più grave deperimento e di
esaurimento, e cioè: dimagramento
patologico, completa scomparsa del
tessuto grasso nella cavità degli occhi,
pressione bassa, grave atrofia
muscolare, gambe gonfie con accumulo di
acqua, peggioramento della vista (retinite),
incapacità di trattenere il cibo,
vomito, diarree o grave stipsi, disturbi
funzionali, auto intossicazione con
febbre."
Il comandante di allora dell’ XI corpo
d'armata, il criminale di guerra Gastone
Gambara, risponde scrivendo, tra l’altro
di suo pugno:
"è
comprensibile e giusto che il campo di
concentramento non sia un campo di
ingrassamento. Una persona ammalata è
una persona che ci lascia in pace".
"Nelle
vicinanze del campo esisteva un
ambulatorio, così viene descritto. La
casa aveva alcune camere e una cantina.
Doveva servire per gli ammalati più
gravi, tuttavia succedeva raramente che
anche là venisse inviato qualche simile
ammalato. Essendo il numero dei letti
insignificanti, gli ammalati giacevano
nei corridoi e persino in cantina,
addirittura per terra. In cantina
finivano di solito malati gravi che
erano già sul punto di morte".
A pochi mesi dalla liberazione, alcuni
alberghi di Rab vennero trasformati in
ospedale. I medici sono ritenuti
"buoni
ed umani… ma non potevano fare niente
con una amministrazione incapace e
corrotta".
Nell'inizio dell'estate del 1943, si
estende la convinzione di una prossima,
generale disfatta del nazifascismo.
Alcuni miglioramenti furono introdotti
nei campi e negli ospedali di Rab... Con
il 25 luglio 1943, e la fine della
ventennale dittatura fascista, le
prospettive nel campo non cambiano. Gli
internati reagirono "spontaneamente e
sorprendentemente: cantando", prima
canti popolari poi quelli partigiani;
carabinieri e militari non reagirono.
Intanto si intensifica, fra chi è
rimasto vivo, l'attività politica e la
formazione di nuclei partigiani
clandestini per la liberazione dei
campi.
L'8 settembre 1943, di sera,
"scoppiò improvvisamente un'ondata di
entusiasmo nelle truppe di occupazione".
Guardie e carabinieri rimasero al loro
posto; ciò malgrado, il 10 settembre
venne organizzata dai gruppi clandestini
un’assemblea dei detenuti, fu eletta una
nuova amministrazione del campo,
ammainata la bandiera italiana. I
militari italiani sono disarmati e
portati nel porto di Rab, arrestati il
Ciauli ed una spia già nota. Si forma la
brigata partigiana "Rab"; i giorni 15 e
16 settembre sbarco sul continente.
Ciauli viene processato e condannato
alla fucilazione.
/(dai siti Pinerolo Cultura e
rossaprimavera.org)/
Fonte:
http://it.groups.yahoo.com/group/tera_de_confin/message/11674
http://www.unive.it/media/allegato/dep/Ricerche/4-I_bambini_sloveni_nei_campi_di_concentramento_italiani.rtf
I
bambini sloveni nei campi di
concentramento italiani (1942-1943)
di Metka Gombac
Il tema dei bambini vittime della guerra
non è stato ancora esplorato
a fondo. Benché nella retorica
quotidiana i giovani assumano il valore
di simbolo del futuro, ben poco in
verità, si è indagato sulla loro
condizione e sulla loro sorte in una
guerra senza quartiere, come la
seconda guerra mondiale. Il diario di
Anna Frank ha forse consentito a
molti di intuire di che cosa nazismo e
fascismo sono stati capaci
contro i bambini, ma, come si può
evincere dalla storia qui
raccontata, quello di Anna fu soltanto
un tassello di una tragedia
molto più vasta.
La seconda guerra mondiale portò
violenze e traumi ai bambini nel
nordest d' Italia (dove furono eretti
campi di concentramento) e
nelle regioni contigue della Slovenia e
della Croazia (serbatoio di
rastrellati ed internati). Da quando la
Jugoslavia entrò nell´orbita
dell'imperialismo italiano, tedesco ed
ungherese, per i suoi abitanti
non ci fu più pace. Dopo l'aggressione
alla Slovenia (avvenuta il 6
aprile 1941) le forze dell'Asse decisero
di dividersi il territorio
conteso: il Reich tedesco optò per le
regioni del nord (lo Stayer e la
Carniola superiore), l'Ungheria per le
regioni a ridosso del fiume
Mura e l'Italia per le regioni che dalla
Sava scendevano verso sud,
verso la provincia di Fiume e verso la
Croazia. Le forze d'occupazione
italiane tentarono di assimilare su un
territorio di 4.450 chilometri
quadrati ben 336.279 sloveni che, con il
decreto reale 291 del 3
maggio 1941, istitutivo della Provincia
di Lubiana (fuori da ogni
legge di guerra), divennero sudditi del
Regno d'Italia. Mussolini
nominò a capo di questa Provincia due
funzionari, Emilio Grazioli come
Alto Commissario per le questioni civili
e il generale Mario Robotti,
comandante dell XI armata, per le
questioni militari. Anche se i
rapporti ufficiali delle autorità che da
Lubiana andavano a Roma
notificavano un' occupazione
relativamente tranquilla, l'OF, il
fronte
di liberazione sloveno (una coalizione
formata da comunisti, da
cristiano sociali e da frange dissidenti
liberali), che dal 27 aprile
1941 dirigeva da Lubiana tutto il
movimento di liberazione, accertava
che già nei primi giorni d'occupazione
ben 400 intellettuali sloveni e
fuoriusciti dalla Venezia Giulia erano
stati rinchiusi senza alcun
fondato motivo. Era vero dunque, come
riferivano i rapporti dell'OVRA,
che sotto una pace apparente covava il
malcontento e che gli sloveni
mal sopportavano l'occupazione italiana.
Anche a parere di Natlacen,
Pucelj e Gosar, i dirigenti politici dei
partiti sloveni che avevano
scelto di collaborare, l'occupazione da
parte delle forze tedesche
sarebbe riuscita più gradita
dell'occupazione italiana. Stereotipi di
superiorità verso i latini, stereotipi
diffusi in Austria già dal
tempo di Radetzky, suggerivano ai
lubianesi una preferenza esplicita
per il Reich. Il malcontento cresceva
anche a cusa dei frequenti posti
di blocco, dell'introduzione della
lingua italiana
nell'amministrazione e nella scuola
pubblica e dell'impatto negativo
dell'esercito con la realtà locale.
Inoltre le manifestazioni di
esplicito razzismo non potevano non
incrinare le relazioni tra le
forze d'occupazione e la realtà locale.
Dichiarazioni come quella del
prefetto Temistocle Testa che gli
sloveni erano «un popolo che ogni
giorno di più sta dimostrando di essere
quello che sempre è stato,
cioè una razza inferiore che deve essere
trattata come tale e non da
pari a pari», sono un significativo
esempio[1].
Dopo l'attacco all'Unione sovietica,
l'OF, il movimento di liberazione
sloveno, proclamò la guerra armata
contro tutti gli invasori,
organizzando a Lubiana, ma anche in
altri luoghi della Slovenia, una
rete di strutture illegali tra le quali
la Difesa popolare, il
Servizio di informazioni, il Servizio
per il finanziamento della
lotta, il Centro di raccolta viveri e
armi e il Soccorso nazionale
sloveno (sulla falsariga del Soccorso
rosso). Lo stesso schema venne
ripetuto nelle città di Vrhnika,
Logatec, Novo Mesto, Kocevje,
Crnomelj e altre ancora, dove esistevano
già alcuni gruppi di
partigiani armati pronti ad agire. Per
mobilitare la popolazione si
istituirono sistemi di comunicazione
illegali (radio e quotidiani) che
dovevano creare un' atmosfera utile al
boicottaggio generale di tutte
le forze d'occupazione[2].
Uno dei primi ordini per colpire le
comunicazioni ferroviarie e
stradali fu dato il 19 ottobre 1941. I
gruppi armati partigiani
attaccarono con successo nelle zone
boschive vicino a Vrhnika il ponte
di Verd e per qualche tempo tutti i
collegamenti ferroviari e stradali
da Lubiana all'Italia furono interrotti.
Questa azione soprese i
comandi dell'esercito d'occupazione che
reagì con una controffensiva
organizzata dal generale Robotti il
quale si avvalse della sua
competenza nella lotta antipartigiana.
Ma questo continuo passare al
settaccio regioni intere creò tra la
popolazione residente un grande
disagio e un grande malcontento, da cui
trasse vantaggio la resistenza
slovena che andò ingrossando le file del
proprio movimento.
Anche se i reparti armati partigiani
dovettero temporaneamente
ritirarsi in zone più sicure (un
triangolo tra Lubiana il confine con
la Croazia e la Provincia di Fiume), un
mese più tardi il comando
italiano constatò che le azioni
partigiane si stavano ripetendo e che
molte postazioni periferiche non
potevano più essere mantenute. Gli
attacchi alla cittadina di Loz (19
ottobre 1941), al ponte di Preserje
(4 dicembre 1942) e nuovamente al
viadotto di Verd (2 febbraio 1942),
sulla linea ferroviaria Lubiana -
Trieste, crearono difficoltà
insormontabili ai vertici dell'
esercito. Fu allora che il generale
Mario Robotti pensò dapprima di
regolare i conti con il suo
concorrente per gli affari civili
Grazioli e poi di mettere a ferro e
a fuoco tutta la regione a sud della
capitale slovena. Nel gennaio del
1942 egli sottolineò che tutta la
provincia di Lubiana, e in
particolare la sua capitale, andavano
considerate zona di operazioni.
Consapevole del fatto che la direzione
della resistenza slovena aveva
sede a Lubiana, Robotti decise di porre
la citta' sotto controllo
cingendola con cerchi concentrici di
filo spinato intervallati da
posti di blocco superabili soltanto con
lasciapassare italiani. Sin
da 23 febbraio 1942 la divisione di
fanteria «Granatieri di Sardegna»,
coadiuvata dai carabinieri, dalla
polizia e dalla guardia alla
frontiera, dette il via alla cosidedtta
azione di disarmo della
popolazione cittadina, ossia ad accurate
perquisizioni delle persone e
delle loro abitazioni. Ogni giorno fu
sottoposto a tale provvedimento
uno dei quattordici settori della città
e tutti gli uomini tra i venti
e i trent' anni di età vennero
trasferiti nella caserma Vittorio
Emanuele III di Tabor per essere
identificati da delatori sloveni che
vestivano uniformi italiane. Questo
grande rastrellamento si protrasse
a Lubiana per ben 19 giorni, fino al 14
marzo 1942, e i dati riportati
nei rapporti parlano della cattura o
dell'arresto di ben 20.037
persone. Anche se questa imponente serie
di rastrellamenti urbani non
riuscì a intaccare la struttura
dirigente della resistenza slovena,
molti resistenti dovettero subire un
destino segnato da baracche e da
filo spinato. Sui treni che partivano
verso i campi di concentramento
di Gonars, Visco e Renicci presero posto
moltissimi attivisti e
attiviste del fronte di liberazione, ma
anche tanti e tante
intellettuali ed ex ufficiali dell'
esercito jugoslavo. Più tardi
l'azione repressiva si intensificò con
l'attività del Tribunale
militare di guerra (TMG) che iniziò la
sua attività nella primavera
del 1942 con la condanna a morte di 28
partecipanti alla distruzione
del viadotto di Preserje. Il TMG
continuò ad operare fino all'
armistizio dell' 8 settembre 1943[3].
Dopo l'ordine di Mussolini a Gorizia del
31 luglio 1942, secondo cui
bisognava «ammazzare tutti i maschi
slavi», il II Corpo d' Armata
pubblicò, in forma riservata, un
documento volto stroncare il
movimento di resistenza sloveno, e cioè
la Circolare 3 C, contenente
le direttive per la repressione sia del
movimento armato che dei
civili in Slovenia. La circolare fu
firmata dal generale Mario Roatta,
militare di professione, nato a Modena
nel 1887 e comandante dal
gennaio del 1942 della II armata, quella
che controllava la Dalmazia,
la costa croata e le zone montane della
Provincia di Lubiana. Nel 1944
Roatta fu condannato dagli alleati all'
ergastolo in contumacia[4].
Fu in base ai suoi ordini che l'esercito
italiano effettuò una serie
di massicci rastrellamenti contro la
popolazione civile, che si
protrassero dall'estate 1942 fino
all'autunno dello stesso anno. Ben
70.000 soldati italiani dislocati sul
fronte balcanico passarono al
settaccio un terreno di 3.000 chilometri
quadrati a sud di Lubiana,
dove vennero rasi al suolo centinaia di
paesi, effettuati massacri
indiscriminati di ostaggi e da dove
vennero mandati in internamento
nei cosiddetti «campi del Duce» circa
30.000 persone, in gran parte
donne, vecchi e bambini. Due di questi
campi di concentramento per
civili furono istituiti a ridosso del
fronte SLO-DA verso i
partigiani, uno sull´isola di Rab - Arbe
e l´altro sull´isola di Olib,
altri ancora furono eretti a ridosso del
vecchio confine
italo-austriaco in Friuli e nel Veneto
nelle località tristemente note
di Gonars, di Visco, di Monigo presso
Treviso e di Renicci presso
Padova[5].
A soffrire di più in questi campi furono
senz´altro i bambini. Sembra
che fino ad ora, né la storiografia, né
le testimonianze orali siano
riuscite a tracciare una quadro
esauriente del vissuto dei bambini,
l´anello piu' debole nella catena di
coloro che nel corso del
conflitto subirono violenza. Il bambino
rimane ancora sempre
fatalmente legato al mondo degli adulti,
soprattutto nelle condizioni
estreme portate dalla Guerra e
dall´internamento. In riferimento ai
bambini che hanno subito la violenza di
un campo di concentramento, si
parla generalmente di «infanzia
violata», di una sindrome, dunque,
indelebilmente impressa nella loro
memoria. Come ebbe a dire nel corso
di un´intervista Herman Janez, uno dei
bambini sopravissuti sia al
campo di Rab che a quello di Gonars:
«dal 1952 sono ritornato a Rab
per ben 52 volte per ricordare i miei
parenti e tutti quelli che sono
morti lì, ma anche per ritrovare un
pezzo di me stesso. La mia
infanzia è rimasta per sempre lì»[6].
Nell´aggressione italiana alla Slovenia,
anche i bambini, al pari
delle generazioni adulte, pagarono il
loro prezzo in termini di
violenza e terrore. Conobbero fatalmente
anche i rastrellamenti, gli
incendi, la morte, lo stigma razziale e
nazionale, la
snazionalizzazione forzata e la
deportazione nei campi di
concentramento dove andarono incontro
all´eliminazione fisica nella
forma più brutale. Quando la guerra
nella provincia di Lubiana divenne
totale, gli adolescenti, assieme ai loro
genitori, si ritrovarono in
una condizione di disorientamento e
smarrirono la propria gioventù.
Qualcuno li aveva spinti in un mondo che
non era il loro mondo e
questo qualcuno aveva progettato per
loro la deportazione nei campi e
l´incontro quotidiano con la morte.
Indagando le motivazioni di questo
terrore generalizzato, ho
incontrato presso l´Archivio di Stato
sloveno una serie di scritti e
di disegni infantili, che parlano
proprio delle condizioni di vita dei
bambini sopravissuti ai campi del Duce.
L'impulso a redigere questi
scritti fu dato a questi giovani
diseredati dalle autorità scolastiche
partigiane nei territori liberi già
negli anni 1944-45, per
salvaguardare in questo modo la memoria
e la personalità di queste
piccole vittime della guerra. In una
dichiarazione scritta da Drago
Kalicic di dieci anni si può leggere:
Io sono senza padre. È stato fucilato
dagli Italiani. Un giorno sono
entrati nel mio paese. Ci hanno fatto
uscire dalla casa. Tutti
piangevamo disperati ma mia mamma era
quella che forse piangeva di
più. Hanno preso e rinchiuso mio padre.
Con lui hanno portato via
tanti altri uomini. Poi ci hanno fatti
andare in fila verso il paese
di Zamost dove hanno fucilato dodici
uomini. Tra questi c´era anche
mio padre. Quando lo abbiamo saputo
abbiamo pianto tanto. Poi hanno
bruciato la nostra casa e ci hanno
portati verso l´internamento[7].
I deportati, e soprattutto i bambini,
conobbero una nuova drammatica
realtà, quella di dover sopravvivere nei
campi di concentramento,
praticamente senza cibo, con poca,
pochissima acqua e in condizioni
igeniche e sanitarie inumane. A causa di
queste condizioni morirono
nel breve, ma anche nel lungo periodo,
numerosissimi adulti persero la
vita e anche tanti bambini. La prima
vittima del campo di Rab - Arbe
fu proprio un bambino, Malnar Vilijem,
nato a Zurge presso Cabar il 22
maggio 1942. Così scrisse nella cronica
del monastero francescano di
Sant' Eufemia di Rab, il frate Odoriko
Badurina: «Ieri, 5 agosto 1942,
abbiamo sepellito nel locale cimitero un
piccolo angelo di due mesi,
Vilijem Malnar, la prima vittima tra
questi internati»[8].
La condizione degli internati variava da
campo a campo. Se per il
campo di concentramento per civili di
Gonars in Friuli, gestito dal
Ministero degli Interni, si può
affermare che rispondesse a requisiti
minimi di vivibilità (pacchi, posta,
biancheria personale ecc.), la
situazione nei campi di internamento
parallelo, come li definì Carlo
Spartaco Capogreco, era completamente
diversa. Qui, gli internati,
donne, vecchi e bambini, erano costretti
ad una disperata lotta per la
sopravvivenza, nascosti al mondo ed
anche agli occhi indiscreti della
Croce Rossa internazionale. L'esercito
italiano, che gestiva questi
campi (Rab, Olib), aveva già alle spalle
una certa esperienza nella
realizzazione di campi di
concentramento; basti pensare a quelli
eretti in Libia dal generale Graziani in
cui trovarono la morte
migliaia di internati. Il campo di
concentramento di Rab - Arbe
rispondeva proprio al modello dei campi
creati da Graziani in Africa e
non fu per caso che a Rab - Arbe e negli
altri campi gestiti
dall´esercito morirono di fame, di sete,
di freddo e di stenti
migliaia di civili[9].
Il sistema concentrazionario realizzato
dall´esercito italiano nei
territori occupati della Slovenia, per
il numero dei deportati e delle
vittime e per i metodi di gestione
realizzati a Rab - Arbe, ricordava
più i peggiori campi di concentramento
africani, che non le forme di
internamento degli oppositori del
regime. La stessa presenza di
vecchi, donne e bambini nei campi è
illuminante a proposito. Tutti i
campi realizzati dall´esercito nel corso
della seconda guerra mondiale
furono definiti ufficialmente «campi di
concentramento». Carlo
Spartaco Capogreco ha definito
giustamente illegale o meglio «fuori
legge» l´internamento dei civili sloveni
praticato dal regime fascista
dopo l´invasione della Jugoslavia.
Invasione, che peraltro avvenne al
di fuori di ogni legge di guerra con il
bombardamento improvviso di
Belgrado e, in seguito, con l´annessione
della Slovenia all´Italia già
nel corso della guerra. Occorre anche
distinguere, e in questo ci
aiuta molto l'analisi di Tone Ferenc,
tra la violenza espressa in
queste zone dall'esercito italiano nel
1941, violenza mirata ad
obiettivi politici e militari ben
definiti, e quanto avvenne a partire
dal 1942, quando fu decisa e attuata una
vera e propria strategia del
terrore verso la popolazione civile. Le
nuove direttive proposte da
Roatta e dagli alti comandi, in un
quadro ideologico marcatamente
razzista, prevedevano l´utilizzo contro
i civili degli stessi metodi
applicati dai nazisti sul fronte
orientale: dall´incendio dei
villaggi, alla fucilazione degli
ostaggi, alla deportazione in massa
in campi di concentramento per creare il
vuoto attorno alle forze
partigiane. In questo quadro non
dovrebbe sorprendere che il tasso di
mortalità registrato nel campo di
concentramento di Rab - Arbe, a
causa della fame, del freddo e delle
spaventose condizioni igenico -
sanitarie, sia stato per lunghi periodi
superiore a quello dei
peggiori campi di concentramneto
nazisti, se si escludono quelli di
sterminio. La differenza consiste solo
nell´assenza di camere a gas e
di crematori, sostituiti però da
condizioni di vita insopportabili, di
cui, ovviamente, furono i bambini le
vittime principali. Si tratta in
ogni caso di morti che non possono
essere attribuite a fattori casuali
e non previsti, come potrebbero esserlo
le espidemie in conseguenza
del sovraffollamento. L´alto numero dei
decessi è il risultato di
decisioni prese a tavolino, nel momento
in cui si programmava, ad
esempio, un vitto del tutto
insufficiente. Ciò avveniva, sia per non
sottrarre risorse all´esercito, sia per
rendere i prigionieri più
deboli e quindi più controllabili con il
minor impiego di truppe. Non
si condanna a morte, quindi, ma si
lascia morire, e questo non solo
nell´inferno di Rab - Arbe. A morire per
primi furono i bambini, sia
quelli giunti con le tradotte, che
quelli nati nei campi.
L´internamento e la morte dei neonati
venivano considerati dai vertici
dell´esercito un collateral damage, da
non prendersi seriamente. Le
rubriche ufficiali del campo di Rab -
Arbe distinguono i decessi
unicamente secondo il genere. Se non
fosse per i documenti d´archivio
e per le testimonianze dei
soppravvissutti, non saremmo mai
riusciti a
sapere che le vittime più numerose del
campo di Rab - Arbe furono
proprio i bambini. Questi arrivavano al
campo con i genitori o, se
orfani, con parenti o conoscenti. Così
Herman Janez, che nel 1942
aveva 7 anni, ricorda l´arrivo a Rab -
Arbe:
Dalle nostre montagne ci hanno
trasportato fino a Bakar, un'
insenatura a sud di Fiume, dove abbiamo
dormito all' addiaccio. Mio
nonno stette tutta la notte a ripetere
che ci avrebbero buttati in
mare. Il giorno seguente partimmo senza
sapere dove ci portassero.
Giungemmo a Rab, dove ci divisero per
sesso e per età. Praticamente ci
avevano diviso definitivamente. Io che
ero senza madre dovetti
lasciare mio padre e mio nonno per
andare nella parte del campo
riservato alle donne e ai bambini. La
paura di restare solo mi fece
urlare e piansi così fino al giorno
successivo, quando mi trasferirono
in un campo intermedio. Mio padre non l´
ho più avuto vicino e
soltanto a Gonars mi riferirono, alcuni
mesi più tardi, che era morto.
Dormivamo in tende vecchie e logore che
facevano passare l´acqua e
dove si entrava a carponi. La latrina
era molto lontana e di notte
facevamo fatica a raggiungerla. Nel
caldo torrido dell´estate non si
poteva trovare alcuna ombra. Pativamo la
sete, la fame e l´attacco di
una moltitudine indicibile di pidocchi.
Il ruscello che scendeva dal
campo maschile e attraversava il nostro
campo era pieno di pidocchi e
non ci si poteva lavare. Quando arrivava
la cisterna dell´acqua le
guardie si scostavano e noi ci buttavamo
come pazzi su quel fievole
rivolo d´ acqua. Quando pioveva il campo
diventava una distesa di
fango impercorribile. La sporcizia ci
faceva impazzire[10].
Quando nella notte dal 28 al 29
settembre 1942 un nubifragio travolse
il campo femminile e l'acqua di mare
salì fino alle tende, molti
bambini morirono scomparendo nei flutti.
Le autorità del campo non
fecero niente per salvare gli internati,
ma dopo un po' incominciarono
i trasferimenti nel campo superiore
chiamato Bonifica e le tende
vennero sostituite da baracche. Poiché
la mortalità aumentava di
giorno in giorno, le autorità militari,
verso la fine del 1942,
decisero di trasferire i bambini e le
donne più provati in altri campi
di concentramento, come quelli di Gonars
e di Visco[11].
Una sopravissuta, Marija Poje, che oggi
ha 84 anni e vive a Podpreska
vicino a Draga, nelle vicinanze di Loski
potok, e che trascorse 5 mesi
infernali al campo di Rab - Arbe con il
suo bambino, ricorda così il
trasferimento a Gonars:
In una mattina fredda e piovosa di
dicembre ci hanno fatti salire su
una nave stracolma che avrebbe dovuto
trasportarci non si sapeva dove.
Quel giorno fuori dal porto si vedevano
le onde alte e burrascose. La
stiva era stipata da tantissima gente,
però qualcuno ebbe pena di me e
del mio bambino e ci fece sedere nella
stiva riparati dalla pioggia e
dall'acqua di mare. Giungemmo a Fiume la
mattina seguente,
infreddoliti e affamati. Ci diedero una
tazza di caffè e un pezzo di
pane, prima di farci salire sul treno
che ci trasportò fino a
Palmanova. Poi con dei camion venimmo
trasportati al campo di
concentramento di Gonars dove ci misero
nelle baracche. Per noi era
una meraviglia sentire la pioggia e
rimanere asciutti, perché a
Rab, se pioveva, anche stando nelle
tende eravamo tutti bagnati. Ci
portarono poi in infermeria per
disinfestare i nostri vestiti dai
pidocchi e farci fare la doccia. Chiesi
a qualcuno che stava lì dove
dovevo posare il mio bambino prima di
entrare nel reparto docce e mi
dissero di posarlo su un mucchio di
stracci per quel po' di tempo. Ma
appena entrata nello stanzone qualcosa
mi fece uscire per vedere se il
mio bambino fosse sempre lì. Mi si
strinse il cuore, quando vidi che
non c' era più. L'inserviente alla
fornace a vapore dove passavano i
vestiti per disinfestarli dai pidocchi
aveva preso il mucchio dove
avevo posato il bambino gettandolo nella
stufa. Per fortuna non
l'aveva ancora attivata e un gemito si
sentì proprio in quella
direzione. Corsi verso quella stufa a
vapore come una matta
riprendendomi il mio bambino. Mia
suocera mi aiutò molto, asciugando i
pannolini bagnati sulla schiena. Ma alla
fine questo bambino non
sopravvisse e non sopravvisse neppure
mia suocera e neanche il bambino
che dovevo ancora partorire[12].
Nel campo di Gonars, dove dal 1942 erano
passati molti internati della
provincia di Lubiana, l´arrivo di
centinaia di questi poveretti
provenienti dal campo di Rab - Arbe (i
miserabili di Rab) provocò un
profondo sconvolgimento tra gli
internati del campo. La vista di
quegli scheletri ambulanti provocò in
molti un intenso sentimento di
compassione e diede impulso a gesti di
solidarietà. Molti cercavano
di aiutare i superstiti di Rab dando
loro il cibo che arrivava
dall´esterno con i pacchi, o capi di
vestiario vecchi, oppure
semplicemente fornendo loro notizie
fresche. I volti di quei bambini
ammutoliti, che restavano fermi negli
angoli per giorni interi senza
muoversi, restarono impressi non solo
nei disegni del pittore Stane
Kumar, ma anche nella memoria di tanti
internati, bambini compresi.
Ricorda nel suo scritto Milan Cimpric di
9 anni:
A Gonars si pativa una tale fame che
faccio meglio a non pensarci.
Mangiavamo anche le bucce che i cuochi
buttavano nella fossa delle
immondizie. Una volta siamo caduti tutti
quanti in questa fossa e io
ero sotto. Gli altri sono cascati sopra
di me. Avevo male alle ossa.
Ho trovato poche bucce. E' stato così
triste a Gonars[13].
Queste memorie infantili scritte in
pieno tempo di guerra sono
toccanti anche per il loro linguaggio
semplice, senza abbellimenti, ma
con l´aggiunta di disegni e schizzi che
vorrebbero rappresentare quei
piccoli episodi di felicità o di paura
che si erano fissati nella
memoria dei bambini durante la
permanenza nel campo di Gonars.
La vita degli adulti nei campi era
assorbita dai tentativi di
arrangiarsi e sopravvivere. Ma era
difficile non vedere che la
sofferenza dei bambini aumentava di
giorno in giorno. I bambini più
provati erano soprattutto quelli senza
genitori, benché si trovasse
sempre qualcuno che prendeva il loro
posto. Stane Kumar, noto pittore
sloveno anch´egli internato, aveva
pensato di alleviare il proprio
dolore facendo degli schizzi ai bambini
affamati sia nel campo di Rab
- Arbe che in quello di Gonars. Nelle
sue memorie parla della
terribile fame che rendeva i bambini
apatici e anemici:
Ho visto la fame della prima guerra
mondiale, ma quella non era fame
vera. Quella veramente reale era la fame
nei campi dove ad ogni passo
ritrovavi due paia di occhi che ti
chiedevano di sfamarli, di dar loro
qualcosa da mangiare. I bambini
diventavano ottusi e stavano seduti
negli angoli delle baracche senza
parlare. Morivano in tanti di fame e
tu non potevi far niente[14].
Che i bambini fossero l´anello più
debole della catena dei diseredati
finiti nei campi di concentramento
italiani, lo conferma l´«amnesia»
della direzione dei campi stessi, che
dimenticò di annotare, tra i
25.000 internati sloveni, il numero dei
bambini che fecero il loro
ingresso nel campo, il numero di quelli
che vi nacquero e che vi
persero la vita. Alcuni dati sporadici
della fine di agosto del 1942
parlano, per il campo di Arbe, di 1000
bambini sotto i 16 anni, mentre
per il campo di Monigo presso Treviso i
dati a nostra disposizione per
il 1943 parlano di 979 bambini su 3.188
internati. Anche se sulle
deportazioni e sull´occupazione italiana
della provincia di Lubiana,
esiste oggi in Slovenia una vasta
documentazione, molti dati sui campi
sono tuttora irreperibili, sia per la
fretta con la quale le forze
d´occupazione lasciarono la Slovenia,
sia perché le autorità, nella
loro ignominia, non badavano troppo alle
cifre dei vivi o dei morti,
degli arrivi e delle partenze, delle
nascite e dei decessi nei campi.
Per una riflessione su queste reclusioni
forzate ci restano le
testimonianze dei sopravvissuti e i
componimenti dei bambini ai corsi
scolastici organizzati nei territori
liberi partigiani:
Erano corsi - ricorda Herman Janez - che
venivano organizzati proprio
in questa stagione 60 anni fa. E'
giugno. Le giornate sono lunghe e
calde. Siamo gli alunni delle scuole
partigiane di Podpreska, di
Draga, di Trava, di Osilnica sul fiume
Kolpa. Le lezioni vengono
tenute quando non ci sono rastrellamenti
in corso. Soprattutto a
Podpreska e a Draga. Maestre pronte al
sacrificio ma umili e gentili
vedono davanti a sè nelle classi
improvvisate i volti di questi alunni
già provati seriamente dalla tragedia
dei campi, segnati per tutta la
vita. Noi siamo i bambini della guerra.
Le lezioni ormai si svolgono
tutto l'anno dal gennaio 1944 in poi. Si
svolgono nelle case
risparmiate dalla guerra, nelle camere
dei contadini locali dove
troneggiano stufe di terracotta enormi
che mai si spengono. Qui siamo
a 1000 metri d'altezza e le patate
appena crescono. Gli occhi dei
bambini sono grandi. Sono vestiti
malamente e in generale sono tutti
scalzi. Qualcuno li accompgna a scuola e
qualcuno viene a riprenderli.
Sono tanti, ma la maestra Nada Vrecek
del paese di Trava, numero
civico 96, è la maestra con il maggior
numero di alunni. Tra loro ben
74 sono senza padre. O è morto a Rab o è
stato fucilato come ostaggio.
Soltanto uno è stato fucilato dai
partigiani. La maestra Nada è in
continuo movimento, ora per ora, giorno
per giorno, perchè le lezioni
si tengono in case diverse. Gli alunni
sono stati assenti da scuola
per due anni e allora si capisce che c'
è ancora tanto da fare. Una
volta forse scoppierà la pace e allora
voglio, diceva Nada, che siate
alla pari con queli che non hanno perso
2 anni di scuola. Queste
scuole improvvisate non hanno né lavagne
né banchi e i bambini sono
senza libri e senza quaderni. Rifanno la
materia a memoria. Se qualche
gruppo partigiano attraversa il paese,
si rimedia una o due matite,
che vengono attentamente tagliate in 3
pezzi, per essere poi divisi
tra gli alunni. Questi scolari, questi
«miei poveri bambini», diceva
sempre Nada, un giorno diverranno
adulti. Si dovrano promuovere in una
società che non ricorderà i patimenti
patiti. Un giorno sarete tutti
uguali e Dio vi benedica per questo, ma
attenzione, nessuno vi darà
dei privilegi per quello che avete
patito. Quelli che sopravviveranno
dovranno lottare per il pane quotidiano.
La maestra Nada Vrecek ha
insegnato per 54 anni. Oggi è nel suo
novantaseiesimo anno di età.
Ancora oggi è solita ripetere che «gli
anni passati tra questi bambini
sono gli anni piu' sentiti della mia
vita e non vorrei mai dimenticare
nessuno tra loro». Ma noi eravamo pieni
di paura. Eravamo ancora
abbastanza magri e non potevamo stare
mai fermi. C'era ancora la
guerra, molte case erano ancora allo
sfascio, gli ex internati erano
ancora privi di tutto. Si temevano
soprattutto i collaborazionisti,
che si facevano vedere soltanto quando
non c´erano partigiani in
circolazione. Si sapeva che la loro
comparsa era accompagnata dalla
morte. Si facevano chiamare «quelli
della mano nera» ed erano
veramente pericolosi. Per non mettere in
difficoltà la nostra maestra,
alla loro comparsa cantavamo canzoni di
chiesa e al saluto
provocatorio di «morte al fascismo»
rispondevamo «buon giorno
signori». Parlavamo molto tra noi.
Soprattutto alla sera si parlava
dei patimenti subiti, dei nostri
genitori scomparsi, della fame e
della sete. Noi bambini internati
avevamo sempre molto da raccontare.
A volte queste storie venivano soffocate
da un pianto sfrenato al
quale seguiva il pianto di tutti noi.
Rivivevamo così la nostra
tristezza, la nostra paura e il ricordo
dei nostri cari. Vivevamo
assieme la nostra grande miseria umana,
che qualcuno pensò sarebbe
bene esternare e farci passare così il
trauma subito[15].
Negli scritti e nei disegni dei bambini
internati conservati presso
l´Archivio di Stato di Lubiana si può
intravvedere questo trauma della
fame e dell´inedia a cui si univa
l´inclemenza della natura. I maestri
che proponevano i temi e che poi di
volta in volta annotavano i voti
sui fogli, erano essi stessi dei
sopravvissuti ai campi e qualcuno di
loro aveva perduto in quell´inferno il
proprio bambino o uno dei suoi
cari. Erano dunque le persone più adatte
per accogliere il dolore dei
bambini passati nei campi e comprendere
i loro traumi[16].
Essi sapevano che quelle tende, di volta
in volta fradice e
surriscaldate, non sarebbero mai
scomparse dalla memoria dei bambini e
che le esperienze narrate nello scritto
di Ivan Stimec di 10 anni non
si sarebbero mai cancellate:
Siamo stati deportati a Rab. Abbiamo
vissuto in tende vicine al mare.
Dormivamo sulla terra nuda. Una notte
mentre dormivamo, il vento
incominciò a soffiare ed incominciò a
piovere. L'alta marea era
cresciuta e l'acqua ci arrivò fino alle
ginocchia. Abbiamo pianto e
chiamato aiuto. Volevamo scappare, ma le
guardie non ci lasciarono
uscire dal recinto. Il mare continuò a
crescere e molti bambini
morirono annegati, mentre i nostri
vestiti furono trascinati via dall´
acqua. La mattina dopo la burrasca si
calmò e uscì il sole asciugando
e scaldando i nostri corpi, scossi dal
freddo e dalla paura[17].
La serie dagli scritti infantili
continua con i ricordi delle delle
cose belle e calde legati al tempo
antecedente la distruzione dei
paesi. I bambini rivedono le mucche
lasciate sole a casa, o il viaggio
verso l'isola di Rab - Arbe, o le cose
di casa, il fuoco nel cammino o
la casa stessa. Come scrisse Vera
Cimpric di 9 anni:
Sono stata internata per 9 mesi. Pensavo
spesso alla mia casa perduta.
Ma quello che mi faceva piu' male era il
pensiero del nostro bestiame.
Quelle che preferivo erano le mucche,
perchè ci davano tanto latte. Si
chiamavano Ruska e Breza. Quando dovevo
pascolarle, pensavo che era
difficile pascolare sempre le mucche. Ma
durante l´internamento dove
non avevamo né da mangiare né da
lavorare, pensavo a quanto fosse
bello essere sazi e pascolare. Dio, fa´
che possiamo avere ancora del
bestiame[18].
In tutti questi scritti la morte è
onnipresente: si ricorda un coro
che canta sulla fossa di una sorella
morta o una scatola di cartone
contenente il corpo di un amico ridotto
ad uno scheletro. Come scrisse
Mrle Slavka di 9 anni:
Tutti ci chiamano internati perché siamo
stati internati. Siamo stati
a Treviso. Avevamo tanta fame. A Treviso
e' morto mio fratello. Avevo
ancora un fratello. Quando è ritornato
dall´internamento è morto
all´ospedale di Susak. Quando lo abbiamo
saputo abbiamo pianto molto[19].
Accostando le storie dei bambini ai dati
d'archivio si può intravedere
una realtà agghiacciante. Come riferiva
il generale Giuseppe Gianni,
da luglio a novembre 1942, a Rab - Arbe
morirono ben 104 bambini.
Davanti a questi fatti le autorità
italiane d´occupazione presero due
decisioni: la prima ordinava
l'evacuazione di donne e bambini da Rab
-
Arbe verso il campo di Gonars, la
seconda ordinava ad una squadra di
fotografi di documentare le condizioni
di vita nel campo. Da Rab -
Arbe a Gonars furono trasferiti tra il
21 novembre e il 5 dicembre
1942 ben 1.163 donne, 1.367 bambini e 61
uomini adulti[20].
L' 8 settembre 1943 il regio esercito
italiano si dissolse. Dalla
Slovenia e dalla Jugoslavia lunghe
colonne di militari disarmati
presero la via dell'Italia e anche i
campi di concentramento aprirono
le loro porte. Come ricorda Marica
Malnar di 10 anni:
Siamo stati internati a Treviso, avevamo
fame e in inverno pativamo il
freddo. Parlavamo sempre di come era
bello a casa. Volevamo andare a
casa. Un giorno i soldati entrarono
nella nostra camerata e ci dissero
che saremmo tornati a casa. Lo stesso
giorno siamo partiti verso casa.
Questo è stato per noi un giorno
felice[21].
Nelle colonne che partivano dai campi, i
bambini orfani venivano
accompagnati da parenti o gente comune,
che davano loro una mano, un
pezzo di pane o di rapa. Attraversando
passo dopo passo il Friuli,
qualcuno rivolgeva loro la parola e
offriva un piatto di polenta. Al
momento del ritorno a casa videro tanti
edifici bruciati, le stalle
distrutte e i fienili sfondati. Gli ex
internati, malridotti e
affamati, dovettero organizzarsi da
soli. Un grande senso di
solidarietà permise a questa gente di
sopravvivere, ma alla fine
dovettero rivolgersi ai comandi
partigiani, che erano però impegnati a
fronteggiare una pesante offensiva
tedesca. Soltanto più tardi i
reduci dei campi ebbero un aiuto
concreto dalle organizzazioni civili
della resistenza che si erano
organizzate nelle zone libere. Si
provvide prima di tutto ai bambini
orfani e a quelli che erano rimasti
senza casa, senza parenti o senza altre
possibilità. A molti di questi
bambini l'organizzazione delle donne
antifasciste (AFZ) e
l'organizzazione della gioventù
socialista permisero di raggiungere
regioni non devastate dalla guerra e in
cui si era istituito un
servizio scolastico[22].
L'organizzazione del Fronte di
Liberazione Sloveno aveva pensato di
organizzare il servizio scolastico già
dal 17 maggio 1942 attraverso
l'emanazione di un decreto che prevedeva
l'organizzazione della scuola
nei territori liberati. Accanto alla
lotta armata il movimento di
liberazione cercava di organizzare anche
la vita civile: scuole,
ospedali, un istituto di credito e uno
giuridico. Nelle zone libere
della Kocevska, lontano dalle vie di
comunicazione, si era pensato di
far funzionare uno Stato partigiano in
alternativa a quello di
occupazione. La scuola partigiana si
sviluppò in tre fasi. Nel 1942
l'organizzazione della vita scolastica
fu un progetto limitato, nato
dall'iniziativa di alcuni maestri dei
reparti partigiani che avevano
pensato di istituire dei corsi
scolastici per bambini delle scuole
elementari locali. Più tardi, dopo la
capitolazione dell'esercito
italiano e dopo la formazione di vasti
territori liberi,
l'organizzazione scolastica partigiana
divenne oggetto di una
normativa da parte del Fronte di
Liberazione che a partire dall'
autunno del 1944 organizzò la scuola in
settori distrettuali e
circoscrizionali. La popolazione locale
collaborò al buon
funzionamento della scuola. Si pensò
inoltre di istituire corsi
supplettivi per chi era privo di
istruzione e di articolare meglio il
lavoro dei maestri che si svolgeva in
condizioni tanto difficili. Per
dare un senso a tutti questi sforzi, si
pensò anche di organizzare un
concorso in componimenti che avrebbero
dovuto compattare il tessuto
sociale di quanti avevano provato tutte
le paure e i traumi della
guerra. La sezione scolastiva dell' OF
promulgò allora un bando nel
quale si invitavano gli alunni delle
scuole partigiane a scrivere la
propria storia sui patimenti vissuti nei
tre anni di guerra. I temi
del concorso dal titolo «I bambini ci
parlano» e «I bambini nei campi
di concentramento» volevano far
ripercorrere a questa generazione
perduta la via delle sofferenze patite
per ricucire il trauma e
rielaborare l'esperienza[23].
È così che si sono conservati questi
scritti e questi disegni. Sono
documenti che parlano delle violenze
subite dal punto di vista dei
bambini coinvolti in questa tragedia.
Anche se le disposizioni del
bando recitavano «che bisognava esimersi
dal patetico», gli scritti e
i disegni conservano una non comune
forza espressiva. La commissione
che valutò gli scritti premiò tutti gli
autori in blocco senza
prendere in considerazione gli errori di
ortografia o di sintassi.
Bogomir Gerlanc, che aveva raccolto gli
scritti migliori, li definì
«dei piccoli monumenti dedicati ai
patimenti e alle sofferenze
subiti»[24].
In questo senso vorrei riproporre alcune
riflessioni del maestro
Bogomir Gerlanc, che tanto ha fatto per
far uscire le piccole vittime
dal trauma dei campi e ad inserirle
nella vita quotidiana:
- siano questi scritti un documento del
loro passato e delle
sofferenze patite
- siano d'aiuto alla pedagogia ed alla
sociologia nello scoprire
l'animo della gioventù in condizioni
estreme di sopravvivenza
- siano un documento d'accusa della
bestialità umana
- siano una pagina incancellabile della
sofferenza nel tempo che corre
inesorabile[25].
Nel campo della salvaguardia degli
adolescenti in tempo di guerra, la
resistenza slovena aveva dato prova di
una grande capacità
organizzativa già dal 1941 in poi. Si
era pensato già allora di
organizzare un sistema di copertura
illegale per i membri più giovani
delle famiglie impegnate nella
resistenza. I figli di coloro che si
erano dedicati completamente alla lotta
di liberazione venivano
affidati a famiglie che si occuparono di
loro per tutta la durata
della guerra. Chi finiva in carcere o in
campo di concentramento, o
veniva incluso nelle formazioni armate
partigiane poteva contare su un
vasto reticolo di famiglie che avevano
il compito di badare ai loro
figli. Per questa generazione di 200 -
300 bambini si adoperò già
allora il nome di «ilegalcki», cioè di
bambini nati e vissuti nell'
illegalità. Come supporto logistico
venne affiancata a questa rete di
famiglie l'organizzazione del Soccorso
nazionale sloveno, erede del
Soccorso rosso, organizzato dai
comunisti tra le due guerre.
Soprattutto nelle grandi città il
Soccorso nazionale sloveno formò nel
1942 delle sezioni che dovevano andare
in aiuto a tutti i giovani in
pericolo, pensare a procurare loro
documenti falsi, aiutarli in caso
di malattia, vestirli, sfamarli,
nasconderli, ecc.. Dall'estate del
1942 fino alla fine della guerra, ad
organizzare questa rete furono
Ana Ziherl e Ada Krivic. A guerra finita
Ana Ziherl scrisse le memorie
dell'avventurosa vicenda della
resistenza slovena e consegnò inoltre
all'Archivio di Stato tutta la
documentazione del movimento. Per
organizzare questa attività la Ziherl
si serviva di quattro aiutanti,
che coprivano uno dei quattro settori di
questa organizzazione
illegale, il cosiddetto settore bambini.
Il gruppo poteva usufrire di
una serie di magazzini illegali, dove
venivano conservati i mezzi
necessari per far fronte a questo
impegno. Il settore bambini
provvedeva anche ai bisogni quotidiani
delle donne e dei loro figli
rinchiusi nelle carceri ed arrivò a dar
vita a delle dimostrazioni per
proteggere le famiglie rinchiuse o
destinate ai campi di
concentramento. La prima dimostrazione
si svolse nella primavera del
1943 davanti alla sede dell'Alto
Commissario Grazioli e la seconda
nell'estate dello stesso anno davanti
alla sede arcivescovile. Dopo le
grandi retate del 1942, Lubiana restò
praticamente senza uomini abili
per la lotta clandestina. Allora furono
le donne a prendere il loro
posto ricoprendo tutti i ruoli di
maggiore responsabilità nella
resistenza slovena[26].
Come si è detto, la recrudescenza della
guerra fece sì che Lubiana
fosse circondata da un filo spinato
lungo 34 chilometri con posti di
blocco, bunker e fortezze, con
postazioni di mitragliatrici pesanti.
L'organizzazione del Soccorso nazionale,
alla quale si rivolgeva un
numero sempre maggiore persone, decise
che per superare questa crisi
si sarebbe dovuto aumentare il numero
delle famiglie incaricate della
protezione e che alcuni dei bambini
avrebbero dovuto prendere la via
dei territori liberati. Secondo le
testimonianze e gli studi condotti
sulla base di documentazione
archivistica si può dedurre che per
aiutare i bambini nell'illegalità fosse
stata messa in piedi una rete
di 300 famiglie lubianesi che non fu mai
scoperta né dalle forze
fasciste né dai nazisti né dai
collaborazionisti. A formare questa
organizzazione erano persone di
estrazione sociale diversa, persone
sole o famiglie intere, anziani, medici,
contadini, artigiani nubili e
sposati. Dagli studi risulta che tra
tutti questi bambini vissuti
nell' illegalità per più di quattro anni
a morire sia stata soltanto
una bambina. Ma la morte di una persona
non può rendere l'idea delle
conseguenze patite da tutti questi
bambini sui quali hanno pesato le
assenze dei genitori, la paura delle
retate diurne e notturne, il
vivere constantemente nell'illegalità
per due, tre o quattro anni.
Questa generazione, provata dalla guerra
forse in un modo diverso, ha
dovuto affrontare i propri traumi
ripercorrendo nella memoria la
tragedia di una gioventù violata[27].
Una storia tipica di questo periodo è la
storia di Tatjana Dovc. Sua
madre, che fu sindacalista e membro del
partito comunista, partorì la
bambina nell'agosto del 1941 nel reparto
di maternità dell'ospedale di
Lubiana. Con l'aiuto del Soccorso
nazionale sloveno riuscì ad
eclissarsi, mentre la bambina fu
«rubata» da una attivista e fatta
uscire dall'ospedale dentro una comune
sporta per la spesa. La mamma,
Angela Ocepek Dovc, ricercata dalle
forze dell'ordine, cambiò in
quattro mesi ben 15 nascondigli
riuscendo a salvarsi e a salvare la
bambina. Più tardi si divisero e la
bambina cambiò residenza ancora 20
volte[28].
Come appare chiaramente dal materiale
consultato e presentato in
questo studio, sul tema dei bambini
sloveni in tempo di guerra le
fonti d'archivio primarie e secondarie
sono ricche e numerose. Questi
documenti si trovano soprattutto nella
Sezione II dell'Archivio di
Stato della Republica di Slovenia. La
Sezione II trae le sue origini
dall'archivio dell'Istituto per la
storia del movimento operaio (oggi
Istituto di storia contemporanea) che
venne fondato nel 1959 come
un'istituzione complessa, formata da un
reparto di ricercatori e da un
reparto che copriva i fondi d'archivio
riguardanti la resistenza
slovena. Questo archivio venne
completato più tardi con fondi
originali provenienti del funzionamento
in loco delle istituzioni
delle forze d'occupazione della
Slovenia, sia di quelle italiane che
di quelle tedesche (440 m.c.) e
dall'archivio delle forze
collaborazioniste. Esiste inoltre una
sezione del primo dopoguerra
(1945-47), costituita soprattutto dalla
documentazione inerente alle
questioni di definizione dei confini (la
questione di Trieste) fino
alla conferenza della pace di Parigi e
da una vasta documentazione
sull' Adriatisches Kuestenland. Ai fondi
d´archivio si accompagna un
vasto repertorio di memorie e
testimonianze, archivi personali di
politici in vista, una vasta collezione
di carte geografiche e di
cartelli e bandi pubblici.
L'archivio legato alla resistenza
slovena veniva a costituirsi man
mano che l'amministrazione partigiana
cresceva e si sviluppava. Nelle
zone libere funzionò dall'inizio del
1944 in poi un Istituto di
ricerca, diretto da Fran Zwitter, che
dispose che tutti gli organi di
ogni grado e di ogni livello
conservassero e archiviassero la
documentazione pubblica, civile e
militare, interna ed estera. Il
governo partigiano sloveno (SNOS)
promulgò nel gennaio del 1945 una
legge di tutela per gli archivi, le
biblioteche, i monumenti artistici
e naturali (Gazzetta ufficiale NOS). La
Sezione II dell'Archivio di
Stato della Republica di Slovenia è il
diretto continuatore di questo
lavoro e con i suoi 1.300 metri
consecutivi di materiale archivistico
costituisce uno dei più importanti e
ricchi archivi sulla resistenza
e sulle guerre di liberazione in Europa
e nel mondo. Il materiale in
questione può essere molto interessante
sia per i ricercatori di
lingua italiana che per quelli di lingua
tedesca, perché conserva i
materiali originali di queste due
amministrazioni sul territorio sloveno.
Note archivistiche utili ai ricercatori
La Sezione II dell'Archivio di Stato
della Repubblica di Slovenia
propone agli interessati questo elenco
di fondi e di collezioni (tutte
disponibili al sito
<mailto:metka.gombac@g...>
metka.gombac@g...) che
raccolgono documenti sulla condizione
dei bambini sloveni durante la
guerra:
1. AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori
in taborisca, sk. 1 (Collezione
prigioni e campi di concentramneto
delle forze d' occupazione,
scatola 1.)
2. AS 1872, Zbirka dopolnilnega gradiva
o delavskem gibanju in NOB,
1918 - 1945. (Collezione del
materiale integrativo sul movimento
operaio e la resistenza 1918 - 1945)
3. AS 1840, Zbirka gradiva o zrtvah
italijanskih okpacijskih oblasti
(Collezione del materiale concernente le
vittime dell' occupazione
italiana)
4. AS 1953 Zbirka Slovenke v
narodnoosvobodilnem boju. (Collezione
donne slovene nella resistenza 1941 -
45)
5. AS 1775, Poveljstvo XI armadnega
zbora. (Comando dell XI Corpo
d'Armata)
6. AS 1788, Visoki komisar za
Ljubljansko pokrajino (Alto Commissario
per la Provincia di Lubiana)
7. AS 1796, Kraljeva kvestura Ljubljana
1941 - 43. (Regia Questura di
Lubiana).
8. AS 1781, Poveljstvo grupe kraljevih
karabinjerjev Ljubljana.
(Comando del gruppo Carabinieri reali
di Lubiana)
9. AS 1752, Slovenski rdeci kriz v
Ljubljani. (Organizzazione della
croce rossa slovena di Lubiana)
10.AS 1822, Stab za repatrijacijo vojnih
ujetnikov in intzernirancev
Ljubljana (Commando per il rimpatrio dei
prigionieri e degli internati
Lubiana)
11. AS 1627, Pooblascenec drzavnega
komisarja za utrjevanje nemstva
na spodnjem Stajerskem (Plenipotenziario
del commissario statale per
il rafforzamento della lingua e cultura
tedesca nello Stayer del sud)
12. AS 1800, Glavni odbor Antifasisticne
fronte zena. (Comitato
direttivo dell' Associazione donne
antifasciste slovene)
13. AS 1670, Izvrsni odbor OF. (Comitato
direttivo del Fronte di
Liberazione)
14. AS1828, Komisija za ugotavljanje
zlocinov okupatorjev in njihovih
pomagacev pri predsedstvu SNOS.
(Commissione per l' accertamento e la
verifica dei delitti degli occupatori e
dei collaborazionisti)
15. AS 1790, Okrajno glavarstvo
Crnomelj. (Amministrazione
distrettuale di Crnomelj)
16. AS 1602, Dezelni svetnik okrozja
Celje 1941-43. (Consigliere
delegato della circoscrizione di Celje
1941-43).
17. AS 1791, Vojasko vojno sodisce II
armade, sekcija Ljubljana
1941-43. (Tribunale militare di guerra
della II Armata, Sezione di
Lubiana)
_____
[1] Teodoro Sala, Fascisti e nazisti
nell'Europa sudorientale. Il caso
croato (1941-43), in Enzo Collotti -
Teodoro Sala, Le potenze
dell'asse e la Jugoslavia. Saggi e
documenti 1941-1943, Milano,
Feltrinelli, 1974, p. 69.
[2] Tone Ferenc, "Gospod visoki komisar
pravi...". Sosvet za
ljubljansko pokrajino. Ljubljana, 2001,
p. 6 ss.
[3] Metod Mikuz, Pregled zgodovine NOB.
1. knjiga, pp. 215-230,
Ljubljana, 1960.
[4] Boris M. Gombac, Dario Mattiussi (a
cura di), La deportazione dei
civili sloveni e croati nei campi di
concentramneto italiani: 1942-43.
I campi del confine orientale, Gorizia,
Centro Gasparini, 2004, pp.
115-123.
[5] Herman Janez, Koncentracijsko
taborisce Kampor - Rab, Ljubljana,
1996, pp. 2-10.
[6] Boris M. Gombac, Intervista a Herman
Janez, sopravissuto ai campi
di concentramento di Rab-Arbe e Gonars,
in Boris M. Gombac - Dario
Mattiussi (a cura di), La deportazione
dei civili sloveni e croati,
cit., pp. 41-48.
[7] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori
in taborisca, sk. 1.
[8] Bozidar Jezernik, Italijanska
koncentracijska taborisca za
Slovence med drugo svetovno vojno.
Ljubljana, 1997, pp. 288 - 289.
[9] Dario Mattiussi, Una tragedia dietro
al cortile di casa. La
deportazione nei campi di concentramneto
italiani del confine
orientale (1942-43), in Metka e Boris M.
Gombac - Dario Mattiussi,
Quando morì mio padre. Disegni e
testimonianze di bambini dai campi di
concentramento del confine orientale,
Gorizia, Centro Gasparini, 2004,
p. 47.
[10] Boris M. Gombac, Intervista a
Herman Janez, cit. , pp. 43-45.
[11] Tone Ferenc, Rab - Arbe -
Arbissima, Ljubljana, 2000, pp. 20-21.
[12] Intervista a Marija Poje di
Podpreska, Slovenia.
[13] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori
in taborisca, sk. 1.
[14] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori
in taborisca, sk. 1, Gerlanc
Bogomil, Nas otrok v internaciji.
[15] Herman Janez, Testimonianza
pubblicata in «Delo», Sobotna
priloga, Ljubliana, 2.7.2005, p. 31.
[16] Kumar Stane, Risal sem otroke v
koncentracijskem taboriscu,
Otrostvo v senci vojnih dni, Ljubljana,
1980, pp. 144-148.
[17] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori
in taborisca, sk. 1.
[18] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori
in taborisca, sk. 1.
[19] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori
in taborisca, sk. 1.
[20] Tone Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima,
cit., p. 30.
[21] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori
in taborisca, sk. 1.
[22] Tone Ferenc, Rab-Arbe-Arbissima,
cit., pp. 33-34.
[23] Slavica Pavlic, Narodnoosvobodilna
vojska in organizacija
solstva. Otrostvo v senci vojnih dni,
Ljubljana, 1980, pp. 90-115;
Joze Princic, Odnos ljudske oblasti
slovenskega naroda do otroka v
obdobju NOB (1944-1945), Otrostvo v
senci vojnih dni, Ljubljana,1980.
[24] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori
in taborisca, sk. 1, Bogomil
Gerlanc, Nas otrok v internaciji,
Ljubljana ,1980.
[25] AS 1769, Zbirka okupatorjevi zapori
in taborisca, sk. 1.
[26] Ada Krivic, Skrb za ogrozene
druzine otrok v Ljubljani, Otrostvo
v senci vojnih dni. Ljubljana, 1980, pp.
26-37.
[27] Ada Krivic, Skrb za ogrozene
druzine otrok v Ljubljani. Otrostvo
v senci vojnih dni, Ljubljana, 1980, pp.
20-39; AS 1871, Zbirka
dopolnilnega gradiva o delavskem gibanju
in o NOB, 1918-1945.
[28] AS 1871, Zbirka dopolnilnega
gradiva delavskega gibanja in NOB
1918-1945, MO OF Ljubljana.
Fonte:
http://it.groups.yahoo.com/group/tera_de_confin/message/9614
Il dramma della deportazione nel 1942 -
1943: secondo volume della serie
dedicata alla storia della Marca in
collaborazione con Istresco
Il
lager degli slavi alle porte di
Treviso
Domani con la «Tribuna» il libro sul
campo di concentramento di Monigo
ANTONIO FRIGO
Quale prezzo di verità si è pagato, per
decine di anni, alla
pacificazione post bellica? Dopo il
libro sugli ebrei denunciati e
deportati dalla Marca, la tribuna manda
in edicola un altro volume
dell'Istresco sugli slavi deportati
nella Marca. C'era un campo di
concentramento, a Treviso. E chi volesse
fare spallucce, farà bene a
consultarne le cifre. Morirono 187
slavi, il quel campo istituito per
favorire l'italianizzazione di un'area,
quella
giuliano-istriano-dalmata, sulla cui
storia (quella del confine
orientale) la stessa legge del 2004 che
istituisce il Giorno del Ricordo
spende la definizione «vicenda
complessa». Una «vicenda» fatta di
orrori, di vendette tremende e lontane
dalla civiltà (e vicinissime,
appunto, alle perverse leggi della
guerra: leggi foibe), di cacciate -
quando non di peggio - reciproche. Se
dopo l'8 settembre 1943 e dopo l'1
maggio 1945 i titini scatenarono la loro
ferocia sugli italiani (i
soldati, ma anche i residenti), sapere
di 30 mila deportati in campi di
tutta Italia (Arbe, Colfiorito, Gonars,
Visco, Chiesanuova (Pd), Monigo,
Renicci-Anghiari e Cairo Montenotte i
principali), può aiutare a capire
qualcosa di più. A giustificare no, a
capire sì. E' un tributo alla
conoscenza, non all'ideologia, quello
che il volume «Deportati a
Treviso», di Amerigo Manesso, Francesco
Scattolin e Maico Trinca,
pubblicato dall'Istituto per la storia
della Resistenza e della società
contemporanea della Marca trevigiana
(Istresco) e in edicola con il
nostro giornale, si propone di dare. Un
tributo che non ripara ai
silenzi, lunghissimi, degli anni
successivi allo smantellamento di
quella caserma di Monigo adattata a
«campo di concentramento»: gli
anziani che potevano ricordare qualcosa
(e ce ne sono ancora) di quella
macchia sulla coscienza civica
trevigiana, sono rimasti pochissimi. Ma
il lavoro certosino degli studiosi ha
messo insieme foto, carteggi,
documenti, disegni, che non lasciano
dubbio alcuno. Il campo, costruito
(baracche, cucine, servizi, circondati
da una recinzione alta quattro
metri) nella zona dell'attuale caserma
Cadorin, sul lato opposto della
Feltrina rispetto al campo di rugby,
entrò in funzione i primi giorni di
luglio del 1942: arrivarono sloveni
della provincia di Lubiana e croati
rastrellati nelle operazioni militari
degli italiani nelle zone di
confine tra Slovenia e Croazia. Il primo
gruppo di 599 sloveni arrivò il
2 luglio e c'erano dentro anche studenti
e insegnanti di liceo
rastrellati a Novo Mesto dopo
un'insurrezione che aveva portato alla
loro espulsione dalla scuola (s'erano
subito organizzati, con i
professori, le lezioni alternative). I
ragazzi e professori che avevano
partecipato alla rivolta erano stati una
cinquantina, ma di quella
scuola ne arrivarono a Monigo quaranta
in più. Chi erano? Probabilmente
erano collaborazionisti (con l'esercito
italiano) portati qui per
proteggerli dalle vendette dei
partigiani sloveni e, forse, qui
svolsero
la funzione di "spiare" gli altri.
Questo paradigma può essere riportato
all'intera storia del campo di Monigo,
che tecnicamente era "di
smistamento". Qui venivano selezionati i
"comunisti titini pericolosi"
da spedire in campi più duri (il già
citato Arbe ne è un esempio:
uscirne vivi era quasi impossibile,
mentre altri, su cui i
collaborazionisti facevano rapporto di
innocuità, venivano tenuti qui,
spediti in campi non punitivi (ma cui si
viveva sempre al limite e negli
ultimi tempi fame e freddo fecero
comunque tante vittime), o addirittura
rimandati a casa. Per capire quanta
gente viveva in quelle sette
baracche in muratura, basti pensare che
alla fine del 1942 una
segnalazione alla Prefettura di Treviso
parlava di 1540 uomini e 62
donne appena arrivate dalla caserma dei
Belgi di Lubiana. Regime di
internamento e organizzazione (compresi
i capo-squadra) erano quelli di
un... normale campo di concentramento.
Ma a Monigo non c'era lavoro
obbligatorio né facoltativo: gli
internati, tra i quali c'erano anche
insegnanti, artisti, musicisti,
intellettuali, passavano le giornate
nell'ozio. A + 35º come a - 15. In uno
dei resoconti dell'epoca si
legge: «Molte donne sono ricoverate
negli ospedali di Treviso. Bambini e
genitori stanno morendo. Il pericolo più
grosso incombe sui genitori».
Il primo trattamento alimentare e
igienico, abbastanza buono anche se
mai soddisfacente, lasciò presto il
posto a condizioni igieniche
proibitive e a pasti sempre più
inconsistenti. Colpa anche della
sovrappopolazione del campo, che era
arrivato a contenere anche 3500
persone, di cui 700 bambini (dati del
Vaticano risalenti al novembre
1942), mentre lo Stato Maggiore parlava
di... appena 1136. E il giornale
clandestino "Novice izza zice", nel
marzo del '43 parla di 1058 uomini,
1085 donne, 513 bambini, 466 bambine e
42 neonati. Si dormiva in due per
letto (a castello: due per ogni piazza)
e le intossicazioni intestinali
facevano vittime. Un'ultima parte del
libro, dopo un saggio sulla
politica antislava al confine orientale
e il documentatisssimo trattato
sul campo di Monigo, è dedicato alla
corrispondenza (già pubblicata come
Lettera d'amore dal campo di
concentramento di Monigo) tra Devana
Lavrencic Cannata e Tone, uno dei
ragazzi del liceo di Novo Mesto
detenuti a Treviso. Dai reduci di quel
gruppo potrebbe emergere la
verità sulla convivenza tra i veri
detenuti e i "protetti"
collaborazionisti. Ma questa è un'altra
storia. Anzi, un altro libro.
(9/2/2006)
Fonte:
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/5167/1/51/
Stanka e Maria nei campi di
concentramento italiani
25.01.2006
In occasione della giornata della
memoria, un documentario radiofonico
riporta alla luce la storia dei campi di
concentramento italiani in funzione
durante l'occupazione della Jugoslavia,
e la vicenda della persecuzione del
popolo rom. "Le storie di Stanka e
Maria" è prodotto da Radioparole
Di Andrea Giuseppini*
Nella provincia di Udine vive da oltre
sessanta anni una comunità rom di
origine slovena. La maggior delle
famiglie che la compone abita in case di
proprietà o in confortevoli roulotte
sistemate in terreni da loro acquistati.
Alcuni dei loro membri svolgono dei
mestieri che richiamano i lavori
tradizionali di rom, come ad esempio la
raccolta del ferro o la cura del verde.
Ma tra loro si trovano anche operai,
delle cosiddette badanti e qualche
mediatrice culturale che opera
soprattutto nelle scuole. Insomma, una
comunità piuttosto lontana dagli
stereotipi con cui di solito noi
pensiamo ai rom.
In queste famiglie vive ancora qualche
anziano testimone diretto delle vicende
di questa comunità. E' il caso, ad
esempio, di Stanka.
Stanka è nata nel 1930 nella provincia
di Lubiana. La sua è una famiglia
numerosa - otto sono i fratelli - che
vive spostandosi alla ricerca continua
di piccoli lavori.
Nella primavera del 1941 la Germania e
l'Italia invadono e conquistano la
Jugoslavia, e il territorio di Lubiana
viene di fatto annesso all'Italia
fascista. Inizia così da un lato la
resistenza jugoslava contro le truppe di
occupazione e dall'altro una feroce e
spietata repressione contro i civili
sloveni accusati di collaborare con i
partigiani.
Palese è anche l'intento dei fascisti di
continuare e ampliare l'opera di
snazionalizzazione slava già iniziata
prima della guerra nei territori di
confine e nell'Istria italiana. In
questo quadro si inserisce, ad esempio,
l'episodio del rastrellamento di
Lubiana. Nella notte tra il 22 e il 23
febbraio 1942, i militari italiani
circondano completamente la città con
reticolati di filo spinato e arrestano
6.000 persone, un quarto della
popolazione civile. Contemporaneamente
vengono costruiti i primi campi di
concentramento in cui deportare le
persone arrestate.
E' questo il contesto che fa da sfondo
alla storia di Stanka e di altre
famiglie rom slovene.
Stanka viene arrestata assieme alla
madre e a tutti i fratelli nel 1942.
Dopo qualche mese passato nelle carceri
di Lubiana viene deportata nel campo di
concentramento fascista dell'isola di
Rab/Arbe in Dalmazia. Costruito in
fretta nell'estate del 1942, il campo di
concentramento di Rab non aveva baracche
ma solo tende. Ben presto, per il
sovraffollamento dovuto alle continue
deportazioni, la scarsità di cibo e la
mancanza di igiene, le condizioni dei
prigionieri diventano drammatiche.
Stanka racconta che le madri
nascondevano i corpi dei bambini morti
sotto la paglia per non perdere il
diritto alla loro scarsa porzione di
cibo.
Dopo qualche mese, anche su pressione
della Croce Rossa e di alcuni esponenti
della chiesa cattolica slovena, il
regime fascista decide di spostare un
certo numero di internati dal Campo di
Rab a quello costruito a Gonars in
provincia di Udine.
Stanka ricorda di essere arrivata a
Gonars di notte. All'interno del campo
c'erano solo donne, vecchi e bambini
sloveni. Con loro altre famiglie rom. Ma
le condizioni non migliorano molto.
Racconta Stanka: "Mia mamma corse dietro
un gatto perché voleva prendere il
gatto, per mazarlo, per mangiarlo. Ma
non l'ha preso. E' scappato il gatto,
iera più furbo".
Anche a Gonars i deportati muoiono.
Alessandra Kersevan, autrice di una
recente e documentata monografia sul
campo di concentramento fascista, mette
in rilievo nell'elenco dei deceduti il
nome di due bambine rom morte per grave
atrofia. Ricorda sempre Stanka: "Poi se
morta un'altra bambina piccola. O dio…
de fame. Poi forse anche se un po'
ammalata dentro, sai come succede… una
bambinetta piccola, sua mama se chiamava
Resa… se morta de fam, de fam, fredo,
fam, tuto un insieme".
A Gonars morirono 500 sloveni e croati.
Dopo l'8 settembre del 1943 i fascisti
abbandonano il campo di Gonars e i
prigionieri si allontanano dal quel
luogo.
Poco lontano da Gonars, la famiglia di
Stanka e gli altri rom sloveni deportati
si uniscono a una piccola comunità sinta
italiana proveniente da Trieste, di cui
fa parte Maria, l'altra protagonista del
documentario sonoro. Tutti stanno
scappando e cercando rifugio da una
nuova minaccia. Dopo l'armistizio,
infatti, i tedeschi occupano
militarmente il Friuli Venezia Giulia.
Maria ricorda: "Venivano i tedeschi e
noi si aveva molta paura. Entravano
dentro il carrozzone e tiravano giù
tutto, buttavano via il mangiare, le
pentole e spaccavano coi piedi. E certe
volte volevano anche picchiare. Io non
so perché ce l'avevano con noi e gli
ebrei. Non lo so perché, non lo so
veramente perché". Maria racconta anche
l'episodio di una giovane rom slovena
violentata da sette nazisti.
Di questo gruppo di rom e sinti diversi
furono deportati nei campi di sterminio
in Germania. Alcuni non faranno mai
ritorno, altri, tra cui la madre di
Stanka e un fratello di Maria,
riusciranno a sopravvivere.
Dopo la liberazione dal campo di
sterminio di Ravensbruck, la madre di
Stanka, torna a Lubiana alla ricerca
della propria famiglia. Qui,
fortunosamente, scopre che i suoi figli
sono ancora in Friuli assieme agli altri
rom.
Da allora Stanka e le altre famiglie
risiedono in Friuli.
Il documentario sonoro che abbiamo
realizzato in occasione del Giorno della
memoria – prodotto da Radioparole e
Opera Nomadi con il contributo
dell'Assessorato alla cultura della
Regione Friuli Venezia Giulia –
raccoglie anche le testimonianze dello
scrittore sloveno triestino Boris Pahor,
deportato a Natzweiler, e della
partigiana friulana Rosa Cantoni
deportata a Ravensbruck.
*Radioparole.
Il
documentario radiofonico di Andrea
Giuseppini "Le storie di Stanka e Maria"
può essere ascoltato sul sito
Radioparole.it
---
Quei lager rimossi di casa
nostra
di Andrea Giuseppini
su Il Manifesto del 28/01/2006
Un documentario sonoro sulla
deportazione dei rom e sinti nei
campi di concentramento fascisti
nel Friuli Venezia Giulia
durante la seconda guerra
mondiale
Da alcuni anni, il 27 gennaio -
giorno in cui nel 1945 l'Armata
rossa entrò nel campo di
sterminio di Auschwitz liberando
i prigionieri superstiti - in
molti paesi del mondo si ricorda
la Shoah. Il Giorno della
memoria ha assunto nel tempo un
valore universale di denuncia
dei crimini compiuti e di
ricordo delle vittime. Grazie al
lavoro di alcuni storici, negli
ultimi decenni si è cominciato a
parlare anche dei campi di
concentramento fascisti per
internati militari e civili
sloveni e croati. Gonars, Arbe,
Visco, Monigo, Chiesanuova,
Renicci, Ellera, Colfiorito,
Pietrafitta, Tavernelle, Cairo
Montenotte sono i luoghi, spesso
sconosciuti, della deportazione
fascista seguita all'aggressione
della Jugoslavia e
all'annessione della cosiddetta
provincia di Ljubljana. Una
deportazione che ha riguardato
un numero molto alto di persone.
Uno studio jugoslavo del 1982 ha
fornito la cifra di 109.437
internati nei campi fascisti.
Dalle pieghe di questa storia
emergono ancora oggi delle
singolari e sofferte vicende
umane, come quella di Stanka,
un'anziana donna rom slovena.
La storia di Stanka
Nella provincia di Udine vive da
oltre sessant'anni una comunità
rom di origine slovena. La
maggior parte delle famiglie che
la compone abita in case di
proprietà o in confortevoli
roulotte sistemate in terreni da
loro acquistati. Alcuni dei loro
membri svolgono dei mestieri che
richiamano i lavori tradizionali
dei rom, come ad esempio la
raccolta del ferro o la
manutenzione del verde. Ma tra
loro si trovano anche operai,
delle cosiddette badanti e
qualche mediatrice culturale che
opera soprattutto nelle scuole.
Insomma, una comunità piuttosto
lontana dagli stereotipi con cui
di solito noi pensiamo ai rom.
In queste famiglie vive ancora
qualche anziano testimone
diretto delle vicende di questa
comunità. E' il caso di Stanka.
Stanka è nata nel 1930 nella
provincia di Ljubljana. Sua
madre è una romni, il padre
invece è un gàgio (cioè non
rom). In quegli anni, i genitori
e gli otto figli vivono
spostandosi in Slovenia alla
ricerca continua di piccoli
lavori. Finché un giorno,
ricorda Stanka, «è scoppiata la
guerra. Le scuole sono state
tutte occupate prima dai
tedeschi e poi dai fascisti
italiani, e allora non si andava
più a scuola».
Nella primavera del 1941 la
Germania e l'Italia invadono la
Jugoslavia, e il territorio di
Ljubljana viene di fatto annesso
all'Italia fascista. Inizia così
da un lato la resistenza
jugoslava contro le truppe di
occupazione e dall'altro una
feroce e spietata repressione
contro i civili sloveni accusati
di collaborare con i partigiani.
Palese è anche l'intento dei
fascisti di continuare e
ampliare l'opera di
de-slavizzazione già iniziata
prima della guerra nei territori
di confine e nell'Istria
italiana, deportando la
popolazione locale per
sostituirla con gente
proveniente dall'Italia. In
questo quadro si inserisce, ad
esempio, l'episodio del
rastrellamento di Ljubljana.
Nella notte tra il 22 e il 23
febbraio 1942 i militari
italiani circondano
completamente la città con
reticolati di filo spinato e
arrestano 6.000 persone, un
quarto della popolazione civile.
Contemporaneamente vengono
costruiti i primi campi di
concentramento in cui deportare
le persone arrestate.
La storia di Stanka e della sua
famiglia segue passo passo le
vicende della Storia: «Ci hanno
preso vicino a Ljubljana...
italiani, italiani. Ci hanno
fatto spia che nostro papà
partigiano. Ci hanno presi e ci
hanno portano in carcere a
Ljubljana. Lì eravamo poco, due,
tre giorni. Poi ci hanno portato
in questa isola... Rab, in
Dalmazia sarebbe. Lì eravamo per
quattro mesi. Però tanta di
quella fame. Non ierano
baracche. Nelle tende e dentro
buttata paglia e lì si dormiva
come le bestie. Ma ieramo in
tanti, tanti, forse in
cinquemila, forse anche di più.
Lì i bambini morivano di fame. I
piccoli neonati li nascondevano
sotto la paglia perché
prendevano il rancio su di loro,
il mangiare che portavano.
Allora nascondevano i bambini
morti per prendere il mangiare
che dopo mangiavano quegli
altri».
Il campo di concentramento
fascista di Rab/Arbe viene
costruito nell'estate del 1942
con il preciso intento di
deportarvi civili sloveni e
croati. Ben presto, per il
sovraffollamento, la scarsità di
cibo e la mancanza di igiene, le
condizioni dei prigionieri
diventano drammatiche. Lo
storico sloveno Tone Ferenc nel
libro Rab-Arbe-Arbissima,
pubblica un elenco di 1.435 nomi
di persone morte nel campo. Dopo
qualche mese, anche su pressione
della Croce rossa e di alcuni
esponenti della chiesa cattolica
slovena, il regime fascista
decide di spostare un certo
numero di internati dal campo di
Rab a quello di Gonars, in
provincia di Udine. Stanka
ricorda di essere arrivata a
Gonars di notte.
Stanka conta sulle dita: «Mitzi,
Srecko, io, Nico, Mattia, Toni,
Franci e Kristan. In otto ieramo
a Gonars, più la mamma. Però noi
abbiamo avuto una fortuna, che
non siamo morti neanche uno in
campo a Gonars. Ierano per
morire i miei fratellini, però,
ringraziando dio, neanche uno.
Tanti dicono non iera un campo
di concentramento, era un campo
profughi. Invece no, non è vero.
No. Era vero campo di
concentramento. Lì morivano
tanti».
All'interno del campo c'erano
solo donne, vecchi e bambini
sloveni e croati. Con loro altre
famiglie rom. Ma le condizioni
non sono certo migliori di
quelle di Rab. Racconta Stanka:
«Mia mamma corse dietro un gatto
perché voleva prendere il gatto,
per mazarlo, per mangiarlo. Ma
non l'ha preso. E' scappato il
gatto, iera più furbo».
Anche a Gonars i deportati
muoiono. Alessandra Kersevan,
autrice di una recente e
documentata monografia sul campo
di concentramento fascista
(costruito nell'autunno del 1941
e rimasto in funzione fino al
settembre del 1943), riporta il
nome di due bambine romni che
prima compaiono nell'elenco dei
nati nel campo, ma qualche mese
dopo i loro nominativi vengono
trascritti nell'elenco dei
deceduti. Ricorda Stanka: «Poi è
morta un'altra bambina piccola.
O dio, de fame. Poi forse anche
è un po' ammalata dentro, sai
come succede. Una bambinetta
piccola. Sua mama se chiamava
Resa... se morta de fam, de fam,
fredo, fam, tuto un insieme.
Morivano ogni giorno, e sai cosa
facevano. Li mettevano nelle
casse e li portavano in cimitero
e poi quelli che accompagnavano
- ma però accompagnati coi
militari, militari di qua e di
là, un reggimento... quando
arrivavano in cimitero, quelli
che compagnavano prendevano
fuori de cassa i poveri morti e
li buttavano dentro senza, e le
casse le portavano via per
mettere altri dentro dopo. So
che un funerale di una sinta era
maggio. Sai perché mi ricordo
maggio, perché erano quei fiori
di maggio fuori. Quei bianchi
fiori che hanno un bel profumo.
Quei fiori bianchi come grappoli
d'uva. Ecco, quelli lì li ha
portati mamma dentro, che li ha
raccolti e se li è portati
dentro nel campo».
A Gonars morirono 500 sloveni e
croati. Dopo l'8 settembre del
1943 i fascisti abbandonano il
campo e i prigionieri riescono a
fuggire. Ma la madre di Stanka
non intraprende il viaggio di
ritorno: «La mamma ha trovato un
quattro cinque famiglie di
zingari italiani qua, che erano
vicino a Palmanova. E lì siamo
fermato a parlare e le hanno
detto ma stai qui, stai qui,
stai con noi».
La storia di Maria
Maria, una sinta italiana, è
nata invece a Trieste nel 1929:
«La mia famiglia facevano i
suonatori ambulanti. Suonavano
molto bene. Musiche gitane,
ungheresi. Poi i miei fratelli
avevano le giostre, ma non
andavano lontano, lavoravano
sempre qui a Trieste. Allora a
tempo di guerra avevamo le
carovane, le famose carovane di
legno coi cavalli. Siamo partiti
via di Trieste e siamo andati in
furlania».
Quando nel 1943 i tedeschi
occupano il Friuli Venezia
Giulia, Maria e la sua famiglia
si spostano nella campagna
friulana ritenendola più sicura
della grande città. Invece anche
lì, ricorda Maria, «venivano i
tedeschi e noi si aveva molta
paura. Entravano dentro il
carrozzone e tiravano giù tutto.
Buttavano via il mangiare, le
pentole e spaccavano coi piedi.
E certe volte volevano anche
picchiare. Io non so perché ce
l'avevano con noi e gli ebrei.
Non lo so perché, non lo so
veramente perché. Dicevano che
ci vogliono uccidere, così
dicevano... alles kaputt, alles
kaputt. Solo quello loro avevano
nella bocca. Zigeuner nichts
gutes... zingari niente brave
persone».
Nel documentario, Maria racconta
anche l'episodio di una giovane
rom slovena violentata da sette
nazisti. Poi, un giorno, «siamo
venuti fino a Palmanova. A
Palmanova, sono venuti i
tedeschi con le Ss e uno
italiano, proprio del paese lì,
e hanno preso mio fratello più
piccolo che aveva 17 anni».
Del gruppo di rom sloveni e di
sinti italiani di cui facevano
parte Stanka e Maria, furono in
molti ad essere arrestati e
deportati. Ricorda Stanka:
«Hanno preso mio fratello dopo
un cinque mesi. Prima della
mamma lui. Sono venuti le Ss e
hanno preso mio fratello, hanno
preso sto povero Carlo, sto
Bepi, sto Tulala, Orlando e
Richetto. E li hanno portati
prima a Palmanova, poi da
Palmanova a Udine e da Udine in
Germania. E son tornati tre, e
tre son rimasti lì, son morti
lì».
Maria: «Dopo tredici mesi di
campo di concentramento, questo
mio fratello è venuto a casa.
Sembrava un cadavere tirato
fuori dalla terra. Pelle e ossa,
non di più. Pelle e ossa. E
allora è andato avanti ancora un
po' e poi è morto... così... è
brutto ricordare... è bello
ricordare lo stesso, ma è anche
brutto».
Per Maria, Stanka e gli altri
rom che vivono in Friuli durante
l'occupazione nazista, le paure
e le sofferenze non hanno fine.
Qualche mese dopo la
deportazione dei giovani
ragazzi, infatti, anche la madre
di Stanka e altre donne vengono
arrestate. Continua Stanka: «E
lì hanno preso la mamma. Dopo
hanno preso questa Vilma, la
mamma del povero Carlo e una
donna che aspettava un bambino.
Dopo quella l'hanno mandata a
casa e invece queste in
Germania».
Epilogo
Per i rom, però, anche la vita
nell'Italia del dopoguerra è
amara. Stanka: «Mia mamma è
tornata a casa, però non l'hanno
mandata qui subito, l'hanno
mandata a Ljubljana. Lei è
andata al tribunale ha detto che
ha tutti i bambini a Udine, che
deve venire a prenderli. E le
hanno fatto un lasciapassare,
l'hanno fatta venire a Udine.
Però non è tornata più. Siamo
rimasti sempre a Udine, sempre
in provincia di Udine. E
tutt'ora. Guarda quanti anni
sono in Italia, ero bambina...
ancora devo avere la
cittadinanza. Miei figli sono
tutti cittadini italiani. Sono
nati tutti qui in giro Udine».
Maria: «Dopo la guerra ci siamo
di nuovo rifatti un pochino.
Prese di nuovo le giostre. Ci
siamo inseriti perché si va a
lavorare. Sono stata a lavorare
anch'io, proprio qui giù nelle
fabbriche. Poi avevamo le
baracche, qui a Trieste in via
Valmaura. Poi conoscendoci la
gente dice: `Ma guarda te, non
abbiamo mai pensato che siete
persone così...'. Però non
c'hanno fiducia... non danno
pace, non danno pace. Qui, al
campo dove vivo, sono i
carabinieri notte e giorno,
polizia notte e giorno. Non
danno pace».
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