Diliberto: «C'è possibilità di
un ricongiungimento a sinistra»
(23.4.07)
- Congressi di Ds e Margherita hanno dato
ufficialmente il via alla fase costituente del Partito democratico. I due
partiti hanno approvato un ordine del giorno comune
con il quale si impegnano a sciogliersi all'atto
di nascita del Pd che dovrà essere un «partito nuovo e unitario, capace di
coinvolgere le espressioni migliori delle culture democratiche e riformiste,
fondato sulla partecipazione e sull'adesione personale e diretta dei cittadini».
Nel congresso dei Ds si è vissuto un clima di pathos e commozione, per la
nascita del Pd ma soprattutto per la consapevolezza che qualcosa di importante
sta finendo. Grandi applausi per l'intervento di Prodi che dal Mandela Forum di
Firenze annuncia: «Al termine di questa legislatura il mio compito è finito,
l'Italia avrà bisogno di nuovi leader e di una grande partecipazione popolare».
Un addio più imminente è accolto da molti applausi ma anche da lacrime. «Sarebbe
bello un doppio successo, buona fortuna compagni!», sono le parole con cui Fabio
Mussi esce dai Ds e dichiara che ora si aprono due fasi costituenti, quella del
Pd e quella di «una forza di sinistra, socialista, laica e di governo». Mussi se
ne va dopo un lungo abbraccio con Piero Fassino, confermato segretario del
partito e che il giorno dopo si troverà al congresso della Margherita accanto a
Francesco Rutelli, a sua volta rieletto leader dei Dl. L'intervento finale di
Rutelli è tutto incentrato sulla necessità di riformismo e unità, «caro Piero,
siamo già lo stesso partito, condividiamo gli stessi orizzonti», poi il leader
Dl invita l'ex-comunista Fassino, commosso, sul palco ed insieme alzano il
braccio in segno di vittoria sulle note di “One”, titolo significativo, degli
U2. Unica nota stonata in questa giornata di abbracci e buoni intenti è la
rivolta dei parisiani che non partecipano alle votazioni finali per l'assemblea
federale e per il presidente, dopo aver visto respinta la proposta di votazioni
segrete. Alla conclusione dei due congressi il Pd è una realtà e la sinistra
radicale non resta a guardare. Per il segretario dei Comunisti italiani,
Oliviero Diliberto, questi non sono giorni belli per la sinistra, «i Ds erano, e
in parte sono, il più grande partito della sinistra italiana. Nel momento in cui
confluiscono in un soggetto obiettivamente di carattere moderato, c'è il rischio
che la sinistra scompaia dal nostro Paese». Ma la costituzione del Pd detta
anche un'accelerazione nel progetto di riunificazione delle sinistre, uno dei
temi che sarà in agenda nel congresso del Pdci. Diliberto paventa la
possibilità di un «ricongiungimento familiare ed aspettiamo in tal senso una
risposta da Mussi, da chi non è entrato nel Pd e da Rifondazione Comunista».
Parlando di Mussi, il leader Pdci ricorda la provenienza dalla stessa storia:
«Io sono rimasto comunista, lui non lo è più, ma ci sono tutti i margini per una
ricomposizione della sinistra».
Congresso Margherita
Allo
studio 5 di Cinecittà nessuno ha guastato la festa e ora che il congresso della
Margherita è quasi finito, Francesco Rutelli può consentirsi di gigioneggiare:
«Nel futuro partito democratico si discuterà se chiamarci “amici” o “compagni”.
Compagni è una bella parola, viene da “cum panis” e al mio collaboratore Filippo
Sensi ho chiesto se questa parola compaia nelle Sacre Scritture. Hanno trovato
almeno 100 citazioni. Vi leggo solo quella più poetica...». Segue lettura dalla
Bibbia e la rapida conclusione della replica finale di Rutelli, che pochi minuti
dopo sarà confermato presidente della Margherita, con un solo voto contrario sia
pure a scrutinio palese. Una votazione per acclamazione voluta dagli ex Popolari
(Marini, Castagnetti, Franceschini, Letta, Fioroni) che in questo modo
immaginano di aver ulteriormente indebolito Rutelli, che avrebbe preferito una
conferma con voto segreto. Da oggi - e per i mesi a venire - i Popolari
immaginano Rutelli come un presidente di transizione verso il partito
democratico, una creatura che dovrebbe vedere la vita tra circa un anno.
Chiudendo il congresso Rutelli ha sciorinato il consueto rosario di battute
“buone” per i titoli di giornali e tg. Rivolto a Piero Fassino, arrivato a
Cinecittà e accolto da una sincera standing ovation, Rutelli ha detto: «Caro
Piero, noi siamo già lo stesso partito, siamo una squadra». E proprio in
conclusione: «E ora al lavoro, avanti col partito democratico: viva la
Margherita, avanti con coraggio, sembra strano ma vi dico: vogliamoci bene». E
ancora: «Verrà il momento per la sfida della leadership e sarà un momento
vitale, uno dei passaggi chiave per dire che il Pd è un partito democratico. Ma
per favore non viviamo in attesa di quella sfida».
Ma i discorsi pronunciati ai congressi ds e dl da diversi potenziali candidati
hanno fatto capire che la corsa è già partita. Nella Margherita il congresso ha
consentito di vedere in chiaro la manovra degli ex popolari. Certo, il
capogruppo dell’Ulivo Dario Franceschini si è rivolto a Rutelli con linguaggio
criptico: «Ho visto troppe persone immaginare che la riuscita di un processo
stia soltanto nel guidarlo», «dovremo essere una squadra in cui anche i leader
sappiano rinunciare» alle postazioni di comando e nonostante ciò «Rutelli deve
guidare il partito nella fase costituente». I popolari, ottenuta una larga
maggioranza nel partito (60-62% contro il 28-30% di Rutelli, il restante 10%
suddiviso tra diniani e ulivisti), grazie anche ai poteri speciali assegnati al
“parlamentino”, immaginano di ritagliare per Rutelli un ruolo di traghettatore,
lo stesso che Massimo D’Alema sembra aver assegnato a Piero Fassino. Ma Rutelli,
che già in passato ha dimostrato di essere il più veloce e il meno pavido tra i
leader della Margherita, si sta già riposizionando, provando a proporsi come
personaggio di sintesi più di quanto non lo sia stato sinora. E se la battuta
sui “compagni” è sintomatica, lo sono di più i ripetuti, inediti richiami alla «lacità
dello Stato». Ieri mattina, prima della replica di Rutelli, le correnti avevano
trovato un accordo per i 98 membri ancora da inserire nel “parlamentino” del
partito, due terzi dei quali erano stati già eletti dai congressi locali. Col
parere contrario dei parisiani, le correnti hanno preferito non votare e
spartirsi a tavolino le quote.
Congresso DS
E'
stato il tema della democrazia l'asse portante del discorso del segretario dei
Ds Piero Fassino, che a Firenze ha chiuso il congresso finale dei Ds, prima
della nascita del nuovo Partito democratico, accolto da un lungo applauso e
dalle note di una canzone di Rino Gaetano, "Il cielo è sempre più blu".
E nella relazione del leader
della Quercia sono sembrate anche smussarsi le due "questioni" aperte con la
Margherita prima della nascita del Pd, la collocazione internazionale del nuovo
soggetto politico e la laicità. "La democrazia è la grande questione.. . Partito
democratico non è un nome neutro, più leggero, meno impegnativo... ma ha nel
nome un grande destino per affermare quei valori cruciali in cui crediamo...
oggi democratico vuol dire riformista, democratico vuol dire di sinistra", ha
detto Fassino in un passaggio-chiave del suo discorso, che ha chiuso un animato
congresso di tre giorni del più importante partito di governo, nonché più grande
erede del Pci, che probabilmente di qui a un anno sarà parte del Pd.
"Questo congresso ci serve ancora di più per capire - ha detto ancora il leder
della Quercia - che non è vera una certa lettura che è stata data di questa
denominazione. Si pensa che Partito democratico sia una definizione più neutra,
meno impegnativa, più leggera. Che sia meno di Democratici di sinistra e meno di
Democrazia e Libertà, il motto della Margherita". "Non è la fine della nostra
storia", ha detto oggi Fassino, ripetendo le parole della sua relazione di
apertura, pronunciata giovedì scorso di fronte a una platea di oltre 1.550
delegati, 80 delegazioni di paesi alleati stranieri, rappresentanti di tutta la
scena politica italiana, oltre 400 giornalisti accreditati.
E se ieri il ministro dello Sviluppo Economico Pierluigi Bersani aveva invitato
i Ds a non dare l'idea di "essere sul lettino dello psicanalista", oggi Fassino
ha citato il padre della psicanalisi, Sigmund Freud, che metteva in guardia dal
tentativo di eliminare il rischio dalla vita. "Il rischio fa parte della vita,
la sfida della vita sta nel rischio", ha detto Fassino, incitando il suo partito
ad andare avanti sulla strada del Pd. E a chiusura del congresso l'Assemblea dei
delegati ha approvato a maggioranza il dispositivo che dà il via libera alla
fase costituente del Partito democratico.
Fassino Piace a Berlusconi
Il colpo di teatro finale
al congresso DS è invece tutto appannaggio dell'accreditato
speciale, vale a dire lo stesso Berlusconi, che incalzato
da alcune domande inizia il suo consueto siparietto: "Il Pd?
Quasi quasi mi iscrivo anch'io", dice provocatoriamente,
affermando che per il 95% del discorso di Fassino, se i principi
enunciati dovessero risultare coerenti ai fatti, soprattutto in
tema di riformismo e liberalismo, non ci sarebbero motivi di
dissidio.
"Ha tratto spunto da Fassino?", viene chiesto al Cavaliere, che
prontamente risponde: "Ho preso molti appunti, cerco di imparare
da tutti".
Tali parole
dovrebbero far riflettere molto. Quando uno di destra come
Berlusconi approva parzialmente il discorso di Fassino è la
dimostrazione lampante che i DS non sono più di sinistra e che
il loro cammino verso il centro è una vittoria del Cavaliere di
Arcore. Cosa succederà nessuno lo sa, ma di certo non è affatto
esclusa la nascita di una grande coalizione di centro alla quale
magari Silvio non è detto che se ne trarrebbe del tutto fuori.
La speranza è che il popolo della sinistra avverta le debolezze
di questo futuro PD perché da esso non potranno venire grandi
riforme a sostegno dei lavoratori. Il suo spostamento deve
essere ben chiaro, non è altro che un allontanamento dalle
tematiche di sinistra per spostarsi verso Confindustria. Non a
caso Bersani voleva devolvere l'intero tesoretto in mano a
Montezzemolo. Grazie al cielo, sotto pressione della cosiddetta
Sinistra Radicale è arrivato un compromesso che ha dato il 66%
di tale capitale ai cittadini.