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Comitato Centrale: Le
conclusioni di Oliviero Diliberto
Forse perché tra noi non ci sono in questo
periodo divisioni, forse perché non ci sono documenti alternativi e
la condivisione della linea è di fondo, ma avrei preferito che tutti
e due i giorni, e non soltanto l’ultimo scampolo della mattinata
finale, fossero contraddistinti da una discussione vera.
Oggi c’è stato un primo accenno di discussione
che ha registrato declinazioni di una linea complessivamente
condivisa, alcune torsioni che, con molta sommarietà, e me ne scuso,
possono essere definite di destra o di sinistra. Il Pci, che era un
grande partito, riusciva, e bene, a far convivere la linea di Ingrao
e quella di Amendola. Noi non abbiamo né Ingrao né Amendola e io non
sono Togliatti né Berlinguer, ma la dinamica è quella, è la
stessa.
Considero la cosa positiva perché auspico che
questo dibattito sia davvero fatto alla luce del sole e non sia in
alcun modo vissuto come un problema. Semmai il problema è
esattamente il contrario: è l’imbalsamazione del dibattito.
Abbiamo alle spalle tre anni molto difficili. Il
fondatore di questo partito non c’è più e io me ne dispiaccio, e
nonostante tutto abbiamo continuato ad andare avanti, a crescere.
Sento però ancora un deficit di passione politica. Voglio essere
sincero. La “passione” maggiore negli organismi dirigenti l’ho vista
quando si discuteva di gestione, mai di linea politica. Qualche
volta la linea politica è stata utilizzata allo scopo di litigare
sulla gestione. E’ il tempo di voltare pagina, e siccome abbiamo
deciso di fare un congresso tutto politico, con un documento snello,
di linea, di orientamento, occorre far vivere i congressi di
federazione e quelli regionali nell’ambito di un dibattito politico.
Invece vedo - dico ancora una volta ciò che penso - che i congressi
delle federazioni e i congressi regionali si stanno preparando
facendo a gara tra chi si dice più d’accordo con il segretario, tra
chi è “più in linea”. Ma dietro questo atteggiamento c’è spesso il
tentativo di mettere il cappello su questa o quella federazione. So
perfettamente che la degenerazione della politica è un morbo da cui
non siamo immuni, che è penetrato anche dentro di noi ma, lo ripeto,
non è un buon modo di affrontare il congresso, per di più in una
situazione oggettivamente molto difficile.
Con la crisi del governo Prodi, le forze moderate
sono uscite allo scoperto, hanno palesato i loro obiettivi, il loro
progetto per il Paese. Un rischio grande. Ma prospettive inedite si
stanno aprendo anche a sinistra. Dal male può nascere il bene.
L’apertura di Bertinotti nasce anche dalla
necessità di superare le gravi difficoltà in cui versa Rifondazione.
Anche noi abbiamo avuto qualche contraccolpo dalla crisi. Ma chi ha
cavalcato il no ad ogni costo, chi nel passato ha sostenuto
l’equivalenza tra centrodestra e centrosinistra, chi ha esaltato i
movimenti fini a se stessi, chi ha sostenuto l’intransigenza anche
quando era settarismo, oggi paga i prezzi maggiori. Da questa
difficoltà si è aperta tuttavia una dinamica che può rivelarsi
positiva per la sinistra.
Bertinotti parla di “massa critica”. E’ una cosa
importante. Per la prima volta fa il nostro ragionamento: per
leggere le difficoltà del momento, per strappare quanto più
risultati è possibile o per bloccare, quanto più è possibile,
controriforme, bisogna essere più forti come sinistra e dunque più
uniti.
La nostra proposta di Confederazione della
Sinistra è in campo fin dal congresso di Bellaria, non è una novità.
Però c’è una novità nella situazione complessiva: noi parlavamo di
Confederazione sapendo che era uno strumento di attacco politico, ma
sapendo altrettanto bene che, con le condizioni date, non si sarebbe
fatta. Qualche compagno magari si diceva d’accordo con la
Confederazione pensando che tanto non si sarebbe fatta. Oggi il
quadro è completamente mutato. Io non so se la Confederazione si
farà, ma so che si può fare. Se dunque ci sono compagni che non sono
d’accordo, è il momento di esplicitarlo fino in fondo. Badate, è
legittimo avere un’opinione diversa, ma va detto chiaramente. Perché
verrà un momento in cui bisognerà decidere se farla e come farla, e
sarà un momento difficile. Ma una cosa deve essere a tutti chiara:
il nostro partito resta, con la sua autonomia. Sarebbe strano quel
segretario di partito che chiedesse la fine del partito che dirige!
Fassino, sì, lui può anche esercitarsi in questa forma di
autolesionismo, di autodistruzione. Non io, non noi.
Il partito c’è e ci sarà. Bisognerà verificare le
condizioni con le quali procedere sul terreno dell’unità, le
modalità. Come sarà il contenitore? Al momento non lo sa nessuno.
Mentre noi abbiamo una logica che si sforza di essere aristotelica,
diciamo parole che corrispondono a cose, nel presidente della Camera
c’è il grande affresco, il linguaggio immaginifico, il linguaggio
impressionistico, che è allusivo ma anche elusivo sulle questioni.
Verificheremo. Ma io trovo del tutto ragionevole che nel partito ci
siano su questo opinioni diverse. Il compito di chi dirige il
partito non è quello di sposare l’una o l’altra tendenza, è quello
di metterle insieme, di tenere tutti nel percorso che comunemente si
sceglie. E così come l’intervento del compagno Rizzo ha dato una
torsione di sinistra alla linea, l’intervento del compagno Guerrini
ha dato una torsione di destra. Ci dobbiamo meravigliare? No! Io, il
gruppo dirigente, nel suo complesso, dovrà fare sintesi fra queste
due posizioni. Non possiamo permetterci né uno slittamento
ipergovernista, né uno slittamento antigovernista. Dobbiamo
continuare in questo crinale difficilissimo, declinando unità e
diversità. Se non fossimo diversi, perché dovremmo esistere come
partito? E se non fossimo unitari, ci troveremmo rinchiusi in una
sezione a sventolare la bandiera rossa e non conteremmo nulla per i
lavoratori, per il Paese. Le due cose, unità e diversità, si
tengono. La critica che abbiamo avanzato al governo, non era la
critica del Pdci, era la critica di settori larghissimi del
centrosinistra, tanto è vero che il consenso al governo è crollato,
a livello di massa, dopo la finanziaria. Non dobbiamo mai nascondere
a noi stessi la verità.
Abbiamo avuto sulla manovra un giudizio fatto di
luci ed ombre, per certi versi “centrista”. Sulla riforma delle
pensioni, che poi, vivaddio, è stata estromessa dalla finanziaria;
la riforma delle tasse, che all’inizio era devastante e poi è
arrivata al percorso finale in modo diverso; i tagli alla scuola,
che sono stati meno di quanto annunciato ma che comunque hanno
colpito pesantemente l’università. Come potevamo non dire che le
ombre erano molte? Certo, risultati ne abbiamo strappati e abbiamo
fatto benissimo a valorizzarli. Perché dentro una finanziaria con
tante cose che non andavano, compresi i ticket della sanità, c’era
uno sforzo eccezionale sull’evasione fiscale e c’era la
stabilizzazione dei precari delle pubbliche amministrazioni.
Oggi è più difficile tenere quella rotta perché
la crisi di governo, attribuita erroneamente alla sinistra, ci ha
tolto un’arma. E dunque “diversità e unità” diventa oggi “unità e
diversità”. Non sappiamo, oggi, se tra sei mesi il governo ci sarà
ancora o se cadrà per le manovre neocentriste.
Dobbiamo interpretare, giorno per giorno, il
contesto nel quale si svolge la vicenda politica. Quando arriverà,
se arriverà, la riforma delle pensioni, e se sarà una riforma che
non ci andrà bene, il contrasto sarà fortissimo. Nei dodici punti
concordati tra Prodi e i segretari dei partiti della maggioranza,
non c’è nulla. Si parla dell’aumento delle pensioni minime e della
tutela dei giovani precari. Può voler dire tutto e niente, si tratta
di un titolo, vedremo con quali contenuti sarà riempito.
Prodi è stato molto cauto perché sa che le
pensioni sono un terreno scivolosissimo sul quale si può anche
cadere, ma quando arriverà il nodo pensioni io mi auguro che la Cgil
farà la sua battaglia contro e noi, in quella battaglia,
affiancheremo la Cgil.
Non so se Rifondazione sarà in grado di seguirci.
Rifondazione aveva aperto all’Udc, compagni, Rifondazione era in uno
stato di sbandamento tale che aveva accettato, pur di non andare
alle elezioni, che l’Udc entrasse al governo. Noi siamo stati gli
unici a tenere, insieme a Prodi che è interessato, ovviamente, alla
tenuta di questo quadro politico.
Dovremo essere in grado di seguire questo
difficile crinale. Guai a noi se il governo cade, guai a noi se cade
da sinistra. Dovremo lavorare affinché il governo non faccia danni a
se stesso. Se ci fosse l’aumento dell’età pensionabile, il primo a
pagarne le conseguenze sarebbe proprio il governo, non soltanto la
sinistra.
Tutto questo ci porta ad una riflessione amara
sullo stato della sinistra italiana. E’ sparito il merito delle
questioni. Oggi ho letto i giornali, come faccio sempre. Sono pieni
di dichiarazioni di D’Alema a Mussi: «Ma come, siamo stati insieme
per quarant’anni e non vieni nel partito democratico e vai con
Boselli?». Sembra che Mussi stia ragionando su un partito o altro
con Boselli. E in nome dell’ancoraggio al socialismo europeo stanno
provando a contattare anche il gruppo di socialisti che oggi stanno
con la destra. Ma vi rendete conto? E’ una discussione di ceti
politici del tutto scollegata dai riferimenti con la società, con le
classi! Chi pagherà di più la nascita del partito democratico sarà
la Cgil, perché non sarà più il sindacato di riferimento del partito
democratico e c’è il rischio di un suo isolamento a sinistra.
Noi dobbiamo intensificare, con tutte le
difficoltà del caso, i rapporti con la Cgil, perché la nostra linea
di riunificazione della sinistra va esattamente nella direzione di
mantenere un rapporto, una relazione istituzionale e politica del
sindacato con i partiti. La sinistra unita serve anche a questo
compagni. Serve per contare, per rappresentare il lavoro nelle
istituzioni. Se mai realizzeremo l’unità della sinistra, ci sarebbe
una forza politica con una percentuale sopra le due cifre. E con
quella forza faremmo un buon servizio a quei ceti che noi vogliamo
difendere.
Tutto questo sarà oggetto di ciò che nella
relazione ho chiamato “scontro unitario”. Non sarà semplice.
Bertinotti e qualcuno dei suoi ha fatto un’apertura, ma saranno in
molti a frenare dentro Rifondazione, ci saranno provocazioni,
critiche al vetriolo. Noi dobbiamo tenere una calma lucida, perché
l’obiettivo dell’unità è il nostro obiettivo e ci mette in profonda
sintonia con il popolo della sinistra.
Ci sono due scenari, due ipotesi in campo: la
prima è che Rifondazione, che ha di fatto abbandonato l’idea del
partito della Sinistra europea - che è stata un fallimento - può
decidere di fare la Confederazione tra pari, noi compresi, nel
rispetto delle reciproche autonomie. Sarebbe la vittoria della
nostra linea - poi magari non si chiamerà Confederazione perché la
primogenitura non ce la darebbero - ma di questo si tratterebbe. C’è
poi un’altra ipotesi: che Rifondazione voglia fare asse con i pezzi
di compagni Ds che non entrano nel partito democratico. E’ uno
scenario che do per probabile, non certo ma probabile. Poiché
Bertinotti dice che «bisogna superare il Novecento, bisogna togliere
gli steccati, non comunisti con comunisti, ma tutti in gioco», io
non escludo che il secondo scenario possa vedere Rifondazione
partecipare ad un’operazione neo socialista - secondo me non di
grande respiro ma questo è nostro giudizio - insieme a quelli che si
richiamano al socialismo europeo. In pratica un’operazione che
traghetta le forze della sinistra, non comuniste o acomuniste, in un
quadro politico che, ovviamente, ci vedrebbe tenuti fuori. Beh
compagni, se si verificasse un’ipotesi di questo genere, io
naturalmente la deprecherei perché la nostra linea è un’altra, ma è
indiscutibile che rimarremmo gli unici titolari del simbolo, della
falce e martello.
Insomma sia nell’una che nell’altra prospettiva,
noi saremo in campo comunque. Non dobbiamo avere paure ed
incertezze. Questo se riusciremo a tenere bene assieme unità e
diversità. Noi dovremo durissimamente lavorare, essendo unitari per
due, come si diceva una volta, per ottenere il primo dei risultati
e, per quanto mi riguarda, io lo farò senza alcun tentennamento
perché sono convinto che sia più utile la prima strada. Tra l’altro
nella prima strada, cioè la Confederazione, si aprirebbe una sana
battaglia per l’egemonia, una battaglia che noi giocheremmo tutta
sul versante del lavoro, cioè sulle contraddizioni di classe che
sono proprio quelle che Bertinotti ha “dimenticato” di nominare.
Quando abbiamo iniziato l’intrapresa nel 98, non
so quanti avrebbero scommesso che saremmo arrivati fin qui, con un
partito in campo, che aumenta i voti, aumenta gli iscritti. Se ce
l’abbiamo fatta, vuol dire che appunto ci riconosciamo tutti
reciprocamente una qualche capacità. Quale che sia lo scenario tra i
due che ho delineato credo che noi dovremo, ed è l’ultimo punto che
voglio trattare, intenderci bene con i termini per fare anche tra
noi un’operazione di igiene verbale, linguistica. Noi diciamo la
“diversità comunista” e “l’identità comunista”. Dico un’eresia: io
non so più qual è, ma non lo sa più nessuno nel mondo qual è
l’identità comunista. Ho un intenso scambio internazionale, anche
grazie all’eccellente lavoro che svolge il dipartimento Esteri, e mi
sono recato più volte in paesi che si chiamano ancora paesi
comunisti e rivendicano l’identità comunista. Ebbene in Cina,
l’articolo 1 della Costituzione è stato cambiato, dibattito che in
Italia, naturalmente appassionata alle dichiarazioni di Mastella,
non arriva. Ebbene l’articolo 1 della Costituzione cinese recita che
la Cina è una repubblica socialista ad economia di mercato. Quando
io ho sostenuto che, stando ai classici, repubblica socialista ad
economia di mercato è un ossimoro, una contraddizione in termini,
quando ho chiesto, «ma cosa vuol dire?», un alto dirigente del
partito comunista cinese mi ha risposto, e non me lo dimenticherò
mai: «Noi non sappiamo bene cosa vuol dire, però funziona».
In America Latina non ci sono partiti comunisti
che vincono le elezioni, ci sono dei partiti di sinistra, alcuni
abbastanza bizzarri. Chavez, per il quale io ho una grandissima
stima, non è un comunista, è un ex parà che poteva essere di destra
e invece ha scelto, diciamo, una forma populistica di sinistra molto
positiva. Chavez ha vinto le elezioni e ha sconfitto un golpe che
aveva proclamato, guarda caso, Presidente della Repubblica il
presidente della confindustria venezuelana. Chavez e il suo governo
rappresentano una speranza di cambiamento e di giustizia sociale per
il Venezuela. Ma non sono comunisti. Idem per tante di quelle
esperienze che nei paesi islamici si trovano sul fronte
antimperialista. Lo stesso processo cinese lo hanno inaugurato in
Vietnam. A Cuba si dibattono in un sistema misto ormai di economia
pubblica ed economia privata. Quando parliamo nel mondo delle
identità comuniste, tutti danno la risposta che ho dato io: non lo
sa più nessuno, è oggetto di una ricerca. Ricerca che noi nel nostro
piccolo - e voglio citare il convegno milanese sulla cultura che ha
organizzato Paola Pellegrini perché è stato straordinario - stiamo
producendo.
Dobbiamo avere la consapevolezza che questa è la fase, che non ci
sono più verità, tanto meno partiti guida o stati guida. Io non ci
credevo nemmeno nel Pci agli stati guida, figuratevi adesso! Nel
documento si parla, l’ho scritta io quella parte, non della
sconfitta dell’Unione Sovietica ma della dissoluzione dell’Unione
Sovietica. Si è dissolta per ragioni interne non è stata sconfitta
dall’avversario. Quel sistema non reggeva più, quei gruppi dirigenti
non reggevano più. Vogliamo iniziare a discutere liberamente di
queste cose? Non per andare verso il passato e guardare al passato.
Tutt’altro. Noi non possiamo che fare politica guardando verso il
futuro. Non è un caso che il documento congressuale si apre
parlando ai giovani, a chi oggi ha 18 anni. Mi sono emozionato ieri
quando la compagna Dolci ha ricordato che nel ‘89, congresso di
scioglimento del Pci, il primo dei due congressi di scioglimento,
lei ha parlato contro ed era incinta di suo figlio che oggi ha 18
anni. Ecco sono proprio loro, i giovani, l’investimento di questo
partito. Qual è la sfida nostra allora? Quella di saper riannodare
la grande tradizione dalla quale proveniamo al futuro. Il mondo non
è più quello di quando avevamo 20 anni e questo è il cimento
intellettuale più difficile. Che cosa è dunque che noi possiamo dire
essere oggi l’identità comunista? C’è una sola cosa che possiamo
dire - per il resto possiamo solo affermare con il poeta “ciò che
non siamo è ciò che non vogliamo” - in positivo. Che noi
irriducibilmente riteniamo, e io ne sono convintissimo, che la
grande contraddizione resta ancora oggi la contraddizione capitale
lavoro. Ecco la diversità comunista sta nel fatto che noi
continuiamo a credere che soltanto con un cambiamento dei rapporti
di classe, e non in Italia, ma nel mondo, potremo provare a ottenere
il nostro obiettivo. E’ del tutto evidente che questo obiettivo, si
declina oggi in Italia non proclamando la rivoluzione. Scriveva
Togliatti: «Bisogna diffidare di quelli che scrivono la rivoluzione
con la R maiuscola». La denuncia cioè della retorica, della
ridondanza. Noi oggi abbiamo il 2,3% dei voti e col 2,3% dei voti,
possiamo provare a strappare dei risultati solo se stiamo dentro al
centrosinistra, altrimenti, con tutto il rispetto per i compagni che
vengono da quella storia, facciamo Democrazia proletaria e noi non
vogliamo fare Dp, vogliamo fare un’altra cosa. Abbiamo l’ambizione
di provare a fare un partito grande che sia all’altezza delle sfide
nuove. Noi forse non ci riusciremo, ma i nostri giovani sì. Ai
nostri giovani che per fortuna sono tanti e sono bravissimi, spetta
questo cimento. Per fare questo dobbiamo riconoscere la nostra
parzialità, la nostra non autosufficienza, avere sempre il senso
delle proporzioni e saper che noi conteremo nella misura in cui
avremo esattamente questa consapevolezza e cioè, che mettiamo questo
partito, non al servizio di noi stessi, ma al servizio di una
battaglia politica per il cambiamento.
Ci riusciamo? Non sempre ma l’obiettivo è di
riuscirci. Facciamo il congresso, e lo variamo ufficialmente, per
dire una cosa semplice, per rispondere a coloro che dicono che
«certa sinistra non serve». Noi dobbiamo, viceversa, dimostrare che
questa sinistra è utile e che un partito comunista non serve ai
comunisti. Un partito comunista serve ai lavoratori.
11/03/07
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