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La relazione di Oliviero Diliberto al
Comitato Centrale
Il Pdci verso il quarto
Congresso
Questo Comitato Centrale, come potete facilmente
intuire, è di grande rilievo. Non solo perché indice il nostro
congresso nazionale, ma anche perché si colloca in una fase che
presenta caratteri potenzialmente nuovi rispetto a quella che
abbiamo alle spalle.
Dalla prima redazione del documento congressuale,
bozza che è stata approvata dalla Direzione Nazionale del partito e
che vi è stata consegnata, sono accadute molte cose di rilievo
politico. La segreteria ha proceduto quindi a qualche correzione,
integrazione, interpolazione, perché ha dovuto tenere conto sia
della crisi di governo che delle conseguenze della crisi. Mi
limiterò quindi, nell'introduzione, ad alcune considerazioni di
carattere squisitamente politico e generale, per ragionare insieme e
capire come rispondere alle sfide della nuova fase.
Il documento congressuale, come avevamo
stabilito, è asciutto e tutto politico. Ci saranno poi delle schede
di accompagnamento su singoli punti, ma il documento è uno e, ove il
Comitato Centrale lo approvi, sarà questo.
Abbiamo alle spalle una crisi di governo che
fortunatamente si è risolta, anche se ha segnato profondamente il
Paese e la sinistra. Credo che occorra svolgere una riflessione
sulla crisi, sia per come è avvenuta sia per come si è risolta e per
le prospettive che ha involontariamente aperto.
La crisi si è aperta al Senato perché, come
sapete, è venuto meno da un lato il voto di due irresponsabili
sedicenti di sinistra (anche se in realtà il loro voto non è stato
determinante) e per via della astensione o voto contrario di tre
senatori a vita che fino a quel momento avevano sempre votato a
favore del governo. Solo uno di questi tre voti, quello di Cossiga,
era esplicitamente contrario alla politica estera del governo.
Cossiga lo ha detto chiaramente: il suo era un voto di ispirazione
“filo atlantica”, mentre a suo dire il governo - e non del tutto a
torto – quell’ispirazione non ce l’ha a sufficienza o, per lo meno,
non quanto il precedente governo.
Gli Usa hanno dimostrato in tutte le circostanze
- da ultima la lettera dei sei ambasciatori, atto irrituale e
gravissimo di ingerenza nella politica interna di un Paese – di non
amare affatto il governo Prodi. Ma solo Cossiga ha votato contro la
politica estera. Invece l’astensione di Andreotti (l'astensione al
Senato vale come un voto contrario) è stata espressa, per sua stessa
ammissione, in relazione alla vicenda delle coppie di fatto, come
adesione alle posizioni del Vaticano. E Pininfarina, il terzo voto
contrario dei senatori a vita, è, come noto, un autorevole esponente
di Confindustria.
In altre parole, la crisi è stata aperta dal
versante moderato dell'Unione, ed è stata aperta per la contrarietà
dei poteri forti - Usa, Vaticano, Confindustria - che non vogliono
più questo governo. E tuttavia la reazione di massa, orchestrata
abilissimamente dai giornali che appartengono, non a caso, proprio a
quei poteri forti, ha fatto apparire la caduta del governo come una
“responsabilità della sinistra radicale”. Abbiano noi stessi
misurato quanto insidiosa sia stata questa offensiva
politico-mediatica e quanto abbia pesato sull'atteggiamento della
nostra gente, dell'elettorato di sinistra: siamo stati sommersi di
pesanti critiche. Tra centinaia e centinaia di e-mail, fax e
telefonate, nove su dieci esprimevano delusione, rabbia, amarezza.
Il giorno dopo la crisi abbiamo convocato la
Direzione del partito. Non sapevamo allora se Prodi ce l'avrebbe
fatta. In quell’occasione abbiamo deciso di rinserrare le fila,
tendendo la barra ben dritta e ribadendo con forza che era il
momento dell’unità.
Quando si declinano due termini come “unità e
diversità”, ci sono momenti in cui prevale l'uno e momenti in cui
prevale l'altro, perché non è mai secondaria la contingenza
politica, le condizioni date. Una linea politica non va declinata in
astratto, ma nel mondo reale. Oggi è il momento dell'unità, perché
abbiamo bisogno di recuperare con la nostra gente.
Il paradosso è che non eravamo colpevoli. Abbiamo
lavorato per recuperare perché abbiamo avvertito chiaramente che una
seconda caduta di Prodi, dopo quella provocata da Rifondazione nel
’98, non sarebbe stata perdonata e le forze della sinistra
l’avrebbero pagata pesantemente.
In quei due giorni di passione abbiamo verificato
sul campo che le medesime persone, gli stessi che sino al giorno
prima erano ipercritici nei confronti del governo, a governo caduto
ci incolpavano di aprire la strada al ritorno di Berlusconi. Si è
insomma palesata l’apparente contraddittorietà delle richieste che
vengono da nostro elettorato: da un lato la richiesta dell’unità,
dall’altro l’invito a dare risposte forti alle molteplici
aspettative del dopo elezioni.
Le due sensazioni, le due richieste convivono nel
nostro popolo esattamente come noi immaginavamo. Il panico che si è
diffuso a livello di massa è esattamente quello che ha fatto
dimenticare d'un colpo le critiche anche aspre al governo Prodi.
Critiche che, se il governo durerà, torneranno a riemergere.
Ma proprio perché la crisi è apparentemente, nel
senso comune, nata per responsabilità della sinistra, Prodi e la
parte moderata della coalizione hanno sapientemente messo a profitto
la situazione e oggi il governo, anche per l’ingresso di Follini, ha
acquisito caratteri più moderati. E noi abbiamo margini di critica
ridotti.
Fortunatamente la crisi si è ricomposta. Se non
fosse avvenuto, era già pronta, dietro l'angolo, la politica delle
larghe intese, un pericolo niente affatto tramontato, perché le
forze che abbiamo visto all’opera durante la crisi, quelle che più
hanno criticato la sinistra addossandole tutte le colpe,
continueranno a lavorare per indebolire o far cadere Prodi. C’è
comunque un paradosso. Ed è che il migliore alleato di Prodi oggi è
sicuramente Berlusconi. Nella politica delle larghe intese
Berlusconi è finito, e lo sa, ed è costretto ad essere, proprio lui,
il più rigido custode del bipolarismo.
Le forze moderate, sia nell’Unione che nella Cdl,
continuano a lavorare per costruire altri scenari. All'indomani
della risoluzione della crisi di governo, il ministro dell'Interno,
Giuliano Amato, ha rilasciato un'intervista in cui ha parlato
esplicitamente di maggioranze variabili. E le maggioranze variabili,
com’è del tutto evidente, sono l'anticamera della fine del
bipolarismo, rappresentano un allargamento al centro: ancora una
volta la politica delle larghe intese.
La verità è che questo centrosinistra dà fastidio
e dà fastidio perché al suo interno ci siamo noi, i comunisti.
Persino più di quanto noi stessi immaginiamo. Prendete Il Sole 24
Ore di ieri: c'è il chiaro tentativo di Confindustria di ridurre
la stabilizzazione dei circa 400 mila precari delle pubbliche
amministrazioni che noi comunisti abbiamo ottenuto nella
Finanziaria. Che vuol dire? Vuol dire che i comunisti dentro il
governo - se sono capaci - ottengono risultati, non sono
ininfluenti. E’ proprio per questo ci vogliono cacciare.
E’ allora evidente che in questa fase è richiesto
a tutti noi un grandissimo equilibrio, sapendo che siamo in un
crinale difficile, più difficile di quello in cui eravamo prima. E
tuttavia noi Comunisti italiani siamo usciti dalla crisi bene, con
grande visibilità, con grande capacità di recuperare. Rispetto ai
due giorni della crisi di governo, abbiamo dato prova di una grande
tenuta del gruppo dirigente che ha consentito di dare di noi una
buona immagine.
Dovremo continuare a gestire la fase politica in
questo modo. Con spirito unitario e con l’unità del gruppo
dirigente. Poi verificheremo insieme, dopo il congresso, come
declinare la diversità e l'unità, anche se con maggiore equilibrio
che in passato.
La crisi di governo ha colpito noi e tutto il
centrosinistra. Ma chi ne ha subito di più le conseguenze è
Rifondazione, che si trova oggi in una situazione assai difficile,
tenuta sotto schiaffo da una parte e dall'altra. E’ colpita sul
versante moderato ma, soprattutto, in quello di sinistra, nel
rapporto con i movimenti. A questo vanno aggiunte le forti tensioni
all’interno del gruppo dirigente che riguardano essenzialmente la
linea politica. Perché quando i mutamenti sono eccessivi, quando si
passa da “centrosinistra e centrodestra per me pari sono” a
“centrosinistra ultima spiaggia e Prodi capo della rivoluzione
proletaria”... beh, come dire, qualche prezzo lo si paga.
Durante la crisi Rifondazione ha tenuto un
profilo esageratamente arrendevole. Quando si è profilata l'ipotesi
dell'apertura all'Udc, noi abbiamo dichiarato di non avere nulla
contro l’adesione all’Unione di singoli senatori, mentre l’ingresso
dell’Udc avrebbe cambiato il profilo del governo. Rifondazione
invece aveva già pubblicamente dichiarato di essere pronta
all'allargamento della maggioranza.
Anche la gestione della vicenda Turigliatto non è
stata brillante. L’espulsione è stata tardiva e controproducente ed
ha provocato gli strali de il manifesto mentre i giornali
borghesi parlavano di “processo staliniano”.
Nei giorni scorsi si è tenuta a Torino una
manifestazione che non era, come scritto sui media, dei trotzkisti
del Prc. Si è trattato della manifestazione di un pezzo vero di
Rifondazione, capeggiato da un capo del vecchio Pci, Gianni Alasia,
da Cremaschi, un pezzo importante di sindacato, e con la presenza di
tutte le minoranze interne. C’è la sensazione che quel partito,
senza più il suo timoniere, abbia perso la bussola. Nel suo gruppo
dirigente si sono aperte lacerazioni profonde su quale sbocco dare
alla situazione politica a sinistra.
Nella riunione della precedente Direzione ho
chiesto ai compagni un mandato per “aprire” a Rifondazione
comunista. Ho quindi rilasciato due interviste proprio su questo
tema. Bertinotti ha replicato in una lunga intervista su
Liberazione e per la prima volta, da quando c’è stata la
scissione, ha avviato un dialogo senza steccati, eliminando
innanzitutto dalla scena politica la sua creatura, e cioè la
Sinistra europea, e poi parlando della necessità - Bertinotti ha un
linguaggio diverso dal mio, ma interpretarlo è utile - che la
sinistra faccia “massa critica” perché altrimenti verrebbe
cancellata.
Bertinotti è consapevole che il disegno della
parte moderata della nostra coalizione - e D’Alema lo ha esplicitato
- è quello di costruire un centrosinistra profondamente diverso da
quello attuale: un centrosinistra che imbarchi l'Udc e pezzi
consistenti di moderati e metta la sinistra sostanzialmente ai
margini, anche ricorrendo ad una legge elettorale forcaiola.
Bertinotti lo ha capito. Noi lo avevamo capito prima, ma non mi
interessa la disputa sulla primogenitura.
Quando parla di “massa critica”, Bertinotti
intende la possibilità di aprire un percorso non di riunificazione,
ma di unità a sinistra, nelle forme che si determineranno. Un
percorso nuovo. Dentro Rifondazione non tutti la pensano così. Il
segretario Giordano ha rilasciato dichiarazioni di netta chiusura.
Comprensibile dal suo punto di vista, anche se chi fa il segretario
di un partito dovrebbe sempre pensare alle conseguenze collettive,
non a quelle individuali. E non a caso il leader della sinistra
dissina, Fabio Mussi - che ieri ha dichiarato che non aderirà al
Partito Democratico - ha detto: “Io sto con la linea di Bertinotti e
non con quella di Giordano”. Bertinotti e parte del gruppo dirigente
del Prc ha preso atto che la Sinistra Europea è naufragata: si è
trattato di nulla di più che di un po’ di ceto politico che sul
piano del consenso non ha portato sostanzialmente nulla.
A nome della Direzione ho rilasciato su questo
tema ulteriori interviste e poi, in un impegnato discorso alla
Camera dei Deputati, ho ufficialmente aperto una riflessione
pubblica tra noi e Rifondazione per tentare davvero di andare avanti
su questa linea. Badate, noi dobbiamo insistere, perché per la prima
volta dopo tanti anni la nostra linea, la linea di unità a sinistra,
viene premiata.
Ho piena consapevolezza delle difficoltà che
abbiamo di fronte, del percorso accidentato che ci attende. Ogni
qual volta si tenta un percorso unitario a sinistra, c'è sempre un
ostacolo che lo impedisce. Ma sino ad oggi l'ostacolo più grande era
rappresentato proprio Bertinotti. Ricordate la Camera di
consultazione permanente, il Forum programmatico di Patta?
Bertinotti poneva sempre un alt affermando la sua contrarietà ad
“assemblaggi di ceti politici”. In realtà era l'autosufficienza di
Rifondazione.
Oggi Rifondazione teme l'effetto Molise a livello
nazionale, e cioè una perdita drammatica di voti mentre noi
continuiamo ad avanzare.
In questa situazione ci può essere in qualche
compagno la tentazione dell'autosufficienza: “Rifondazione sta
attraversando una crisi: bene, cresciamo noi”. Io credo che la crisi
di Rifondazione, viceversa, debba spingerci con più coraggio, con
più determinazione, sulla linea dell'unità a sinistra. Perché in un
momento politico come l’attuale, dobbiamo reagire al tentativo di
cancellare la sinistra. Da soli non potremmo farcela. Tanto più se
vi sarà una legge elettorale con soglie di sbarramento. Il tentativo
dei partiti più grandi, tutti, è quello di eliminare le forze
minori, i cosiddetti “cespugli”, ma soprattutto le forze della
sinistra, introducendo il modello tedesco che ha una soglia di
sbarramento del 5%. Non ci arriviamo noi, ma oggi non ci arriva
neanche Rifondazione. E Rifondazione lo sa perfettamente.
Non sappiamo le forme che prenderà questo dialogo
e questo tentativo di riunificazione. Io ho una bussola che è ciò
che abbiamo scritto nel documento, la bussola dell'unità e della
nostra identità. Non ne vedo altre e sarei per non mettere ulteriori
paletti o criteri o metodologie. Noi che siamo stati gli alfieri
dell'unità a sinistra. di fronte all’apertura di Bertinotti non
possiamo certamente tirarci indietro. Per questo chiedo a tutti i
compagni di superare gli inevitabili fastidi, i vecchi rancori, le
storie pregresse e di guardare avanti. La politica si fa con la
testa, non con la pancia. Viviamo uno di quei momenti in cui si può
determinare un grande cambiamento nella storia politica italiana,.
In questo Comitato Centrale chiedo a tutti i compagni ed a tutte le
compagne di esprimersi con sincerità. Questo è il Comitato Centrale
che varerà il Congresso. Quale occasione migliore per fare tra noi
una discussione limpida, serena, politicamente attenta!
Ho proposto, a nome della Direzione e della
Segreteria, un percorso. E’ il percorso dell'unità nel mantenimento
della nostra identità. E’ così che accettiamo il terreno dello
scontro unitario. Dico “scontro” perché non sarà un dialogo
semplice. Bertinotti ha già messo in campo alcuni temi:
ambientalismo, femminismo, non violenza. Ha dimenticato il tema più
importante e centrale, quello del lavoro. Io invece ritengo che
l'unificazione della sinistra possa avvenire solo se il terreno
comune è quello del lavoro, è la rappresentanza politica del lavoro
salariato, nelle forme che si vanno esprimendo, quelle inedite e
quelle antiche.
Non abbiate paura dell'unità. La nostra è
un'identità forte. Il cimento unitario preoccupa chi ha un'identità
debole, chi si confonde con gli altri, chi entra in osmosi con gli
altri. E’ la famosa contaminazione occhettiana.
Per la prima volta si può forse aprire la strada
della Confederazione della Sinistra e per la prima volta, forse, le
dure repliche della storia non ricadranno su di noi, ma su coloro
che l'unità non l'hanno voluta sino adesso. Bertinotti l'ha capito,
altri ancora no.
Ultimamente, alla Camera, intervenendo sulla
fiducia al governo Prodi, ho terminato citando un grande scrittore,
perché forse il momento è davvero arrivato. Voglio citarlo ancora,
nella sede solenne del Comitato Centrale che dà l’avvio al Congresso
nazionale dei Comunisti Italiani: “se non ora, cari compagni e
compagne, se non ora, quando?”.
10/03/2007
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