Piergiorgio Odifreddi: ecco tutti gli ostacoli sul
cammino della scienza
Abbiamo chiesto al celebre matematico dell’Università di Torino di
tracciare un profilo etico e filosofico della scienza e dello scienziato: “Si
parla tanto di biotecnologie ma così poco delle ricerche sugli armamenti:
occorrono regole, e la politica, per garantire sviluppo e libertà”
Buongiorno prof. Odifreddi. Qual è in Italia il rapporto tra scienza e
libertà?
In Italia abbiamo molto poca libertà di ricerca scientifica. Per due motivi
contrapposti ma forse, anche, complementari.
Uno è, diciamo così, prosaico, ed ha a che fare con i finanziamenti da
una parte e con la struttura degli enti che hanno a che fare con la ricerca,
dall’altra. Intendo dire che da noi è molto scarso l’interesse nella
ricerca, e basta vedere tutte le polemiche e le traversie attraverso le quali
sono passati gli enti di ricerca. Primo fra tutti il Cnr, che è stato
commissariato. Diciamo che l’ambiente di ricerca non è particolarmente
favorevole. Non lo è nemmeno nelle Università, dove c’è poi una specie di
schizofrenia tra la carriera del professore universitario, che dovrebbe
essere fatta soltanto in base alla ricerca, e dall’altra parte gli obblighi
universitari, che sono obblighi puramente di insegnamento. Soffriamo
di una strana mistura tra insegnamento e ricerca, che c’è ovviamente
ovunque nel mondo ma da noi i due aspetti sono completamente separati: la
ricerca serve a far carriera e l’insegnamento serve a guadagnarsi il pane. Sono
due aspetti staccati e infatti non è un caso che i nostri scienziati scappino
molto volentieri. Ricordo per esempio che i quattro premi Nobel italiani viventi
nelle materie scientifiche – ne abbiamo cinque di premi Nobel, uno però è per la
letteratura: Dario Fo – due nella fisica, Rubbia e Giacconi, e due
nella medicina, la Montalcini e Dulbecco, hanno tutti ottenuto il premio
per delle ricerche compiute all’estero. E questo qualcosa vuol dire:
innanzitutto vuol dire che non c’è alcuna preclusione di tipo genetico
degli italiani per la ricerca. E questo è il primo motivo: l’organizzazione
dell’Università e della ricerca.
Secondo motivo, che appunto dicevo complementare, è l’enorme interferenza
che non si può dire della politica, perchè è direttamente della
religione. Che però poi passa evidentemente attraverso i filtri della
politica, dei partiti celericali. Di partiti clericali in Italia ce ne
sono sempre stati, a partire dalla Democrazia cristiana, e continuano ad
esserci. Questi intralci si verificano regolarmente: basti pensare al
referendum sulla procreazione assistita. E sono intralci gravi che non
favoriscono il lavoro della ricerca.
Quindi abbiamo, da una parte, la noncuranza o l’incapacità della politica
nell’aiutare la ricerca, e dall’altra parte gli intralci diretti che la Chiesa
pone e che poi vengono risuonati da tanti partiti. È chiaro che alla fine
tutto questo penalizza la scienza e la ricerca, e non è un caso che fra
gli italiani ci siano così pochi premi Nobel.
Questo discorso ci fa tornare alla memoria una famosa frase di Bertrand
Russell del 1930 – quindi più che profetica! – che diceva “di
fronte alla porta del progresso c’è un drago di guardia, e questo drago è la
religione: per accedere al progresso bisogna prima abbattere il drago”.
Non posso far altro che inchinarmi di fronte al maestro Russell che
queste cose le ha dette spesso e volentieri e che ha scritto un libro che si
intitola Perchè non sono cristiano...
È tratta precisamente da lì questa citazione...
E tra le tante motivazioni riporta proprio questa: il fatto che la religione sia
un intralcio non soltanto alla ricerca ma più in generale al pensiero
razionale...
Lei mi invita a nozze perchè il primo marzo uscirà il mio nuovo libro che è
ispirato a quello di Russell fin dal titolo, “Perchè non possiamo
essere cristiani (e meno che mai cattolici)”. Ed è un’analisi –
naturalmente, fatta prima da Russell e poi ben più modestamente da me –
del fatto che di religioni ce ne sono tante ma non tutte sono
contraddittorie con il pensiero scientifico e con la ricerca tecnologica. Perché
il Buddhismo, o quantomeno il Buddhismo tibetano, sembra essere
l’esatto contrario: il Dalai Lama si incontra regolarmente ogni paio
d’anni con ricercatori e scienziati di tutto il mondo e si vede come quella sia
una religione non in contraddizione con lo spirito scientifico, una religione
che fa esperimenti su stessa. È vero però che anche Giovanni Paolo II nel
suo libro, parlando del Dalai Lama, diceva “sì, quello lì io lo
conosco bene: non è certamente una persona religiosa”. Cioè, in altre
parole, i nostri religiosi considerano quelle religioni lì, che sono più
vicine alla scienza, come delle non-religioni. E forse fanno bene...
Dunque, mentre ci sono delle religioni piuttosto compatibili con il pensiero
scientifico, ce ne sono altre che non lo sono. In particolare le religioni
rivelate, cioè l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam, mi sembra che vadano
poco d’accordo con il pensiero scientifico. Il fatto di pensare che ci sia un
libro che contiene la verità definitiva e che quindi ad esso bisogna
ispirarsi invece di guardare il mondo e cercare di scoprire pian piano qual è la
verità – magari con la v minuscola – fa sì che ovviamente si crei
un’incompatibilità con l’impresa scientifica. La rivelazione in
quanto tale è in contrasto con tutti coloro che invece pretendono di cercare la
verità nella ricerca.
Di tutte le religioni rivelate – e sono tante se pensiamo che anche all’interno
del cristianesimo ci sono varie facce – credo che il cattolicesimo sia la
peggiore di tutte perchè a differenza di altri ceppi e anche in un certo modo
dell’ebraismo, è una religione essenzialmente dogmatica. E questo è
l’esatto contrario dello spirito scientifico: che qualcuno tenti di imporre la
propria verità perchè glie l’ha detta Dio o perchè l’ha vista chissà
dove, o perchè l’ha letta nel Libro, è il contrario di quello che fanno
gli scienziati che invece cercano, piano piano, innanzitutto facendo
esperimenti, e basandosi sui fatti, e poi usando dimostrazioni e ragionamenti...
Quindi, sicuramente la religione è un drago. Cerca di impedire il
progresso della scienza e lo ha sempre fatto fin dagli inizi. Perchè la scienza
occidentale, moderna, è nata da Galileo e appena è nata la scienza in
Italia abbiamo visto subito che Galileo è stato processato, Giordano Bruno
è stato arso vivo, Campanella è finito in galera per trent’anni...
Insomma, c’è stata immediatamente una reazione (da parte della Chiesa,
ndR) perchè si capiva benissimo che le due imprese, la religione e la
scienza, erano contrapposte fra di loro. E la cosa è andata avanti e continua ad
andare avanti: poi c’è stato il darwinismo, naturalmente avversato
anch’esso, nell’Ottocento e ancora ai nostri giorni. Infine. oggi ci sono le
biotecnologie... È quindi certamente molto difficile riuscire a fare scienza
e ricerca libera in un Paese che è ancora cattolico. E questo gli
scienziati lo sperimentano quotidianamente.
Per fare un esempio: due anni fa, per il referendum sulla procreazione
assistita, i due campi erano chiaramente disposti. Da una parte c’erano
praticamente tutti gli scienziati italiani – dico praticamente tutti
perchè poi ci sono sempre personaggi isolati come Dallapiccola o
Vescovi, che con quel nome non poteva fare altro che essere schierato
dall’altra parte – con i due premi nobel, Dulbecco e la Montalcini,
come testimonial, mentre dall’altra parte c’erano i religiosi, i clericali,
e i loro testimonial erano il cardinal Ruini e il nuovo papa Benedetto
XVI. Questo è il mondo che ci troviamo di fronte in Italia: da una parte i
premi Nobel e dall’altra parte cardinali e papi.
Parlando di politiche per la scienza, qual è il punto di vista dello
scienziato e quanto si discosta da quello del politico?
Beh, le esigenze della ricerca sono molto varie. Ci sono ricerche che, per
esempio, toccano temi molto sensibili eticamente, e in quei campi
l’influsso o il controllo, o forse l’indirizzo è la parola migliore, non
solo credo sia possibile ma forse anche dovuto. Non mi riferisco soltanto
alle ricerche alle quali abbiamo già accennato, come le staminali, ma
anche ad altre, di cui forse si parla poco perchè sono perfettamente integrate
nel sistema politico, però non meno preoccupanti, e che sono le ricerche sugli
armamenti.
Mi diceva il premio Nobel per la pace Rotblat, morto un anno o due fa,
che la maggioranza degli scienziati mondiali lavora a ricerche direttamente o
indirettamente collegate agli armamenti. Quindi è chiaro che se la scienza ha
anche questi risvolti, che non dobbiamo né tacere né far finta di non vedere,
allora un indirizzo politico è necessario. Certo però la politica cerca
di spingere, o di tirare, gli scienziati verso queste ricerche, invece di
bloccarle. È un po’ una specie di paradosso: gli scienziati finiscono spesso per
essere dei collaborazionisti del potere politico, come d’altra parte diceva già
Bertolt Brecht nella sua Vita di Galileo: nell’ultima edizione
Galileo veniva presentato appunto come il traditore che aveva
accettato di piegarsi – in quel caso era potere della Chiesa – al potere
politico dell’epoca.
Si parla molto spesso di biotecnologie e si parla molto meno di ricerche sugli
armamenti: e credo che questo sia un problema molto preciso e grave.
Quando usiamo i termini libertà e progresso, relativamente al
discorso scientifico, si pone il problema di quale accezione di queste parole
stiamo utilizzando. Da scienziato, quando lei usa i termini libertà e
progresso, a quale accezione fa riferimento?
Pasolini distingueva tra sviluppo e progresso e noi spesso
confondiamo scienza e tecnologia: sono cose abbastanza collegate
ma anche sostanzialmente diverse. La tecnologia spesso precede la
scienza: prima si è inventato il cannocchiale e poi si è sviluppata la relativa
teoria... Sviluppo e progresso non sono sinonimi: il progresso ha una
connotazione positiva e indica un andare avanti, qualcosa di utile
per l’umanità; lo sviluppo è semplicemente fare di più di quello che si
faceva prima, ma non necessariamente di meglio. Credo che la tecnologia
abbia più spesso a che fare con lo sviluppo che non con il progresso:
si costruiscono, si inventano, si producono tantissime cose spesso molto poco
utili. La scienza è un’impresa molto sfaccettata: non è detto che tutto ciò che
è scientifico sia anche necessariamente positivo.
E anche quando si parla di libertà bisogna stare attenti: la libertà per
essere vera dev’essere assoluta, ma se poi libertà
significa sviluppare armamenti sempre più potenti, forse si può anche permettere
una sua limitazione. Lo scienziato si sente sempre naturalmente seccato
quando qualcuno gli impone o cerca di imporre dei limiti alla sua ricerca. Ma
bisogna capire che spesso è perché queste ricerche hanno degli effetti diretti
sul benessere della popolazione – o sul malessere nel caso degli
armamenti – e allora la libertà va limitata. La libertà assoluta è
semplicemente lassismo: la libertà deve avvenire all’interno di regole.
Occorrerebbe un concerto tra lo scienziato da una parte e la politica
dall’altra. Perchè, di per sé, lo scienziato è irresponsabile, ma nel
senso buono del termine: perchè quello che fa lo scienziato non ha direttamente
una valenza etica... Si inventa il coltello, ma poi questo coltello può
essere utilizzato per tagliare la bistecca a tavola o per tagliare la gola del
vicino: l’etica non è dentro il coltello ma è nel suo uso. È
chiaro però che quando si parla di armamenti diventa molto difficile pensare che
possano essere usati in maniera eticamente positiva: forse ci sono cose che
andrebbero abolite completamente, a partire dalle armi nucleari.
Ultima domanda, più personale se lo permette. Lei ha avuto, se mi
passa la metafora scherzosa, una specie di “conversione”: prima era uno
scienziato che si rivolgeva esclusivamente alla comunità scientifica in termini
molto tecnici e specialistici, e i suoi libri non avevano volontà divulgative
per la cosiddetta massa; ad un certo punto ha deciso di cambiare
radicalmente rotta e si è rivolto ad un pubblico più vasto, di massa per
così dire, affrontando temi prima non toccati e con un approccio divulgativo.
Cosa è successo?
È un percorso ovviamente graduale: può capitare che uno ad un certo punto pensi
che le ricerche e gli studi che ha fatto durante la vita possano avere delle
ricadute più generali. Io per esempio studiavo logica matematica, e più
specificatamente i teoremi di limitatezza e incompiutezza della matematica, che
fin dagli anni Trenta hanno sempre avuto delle ricadute filosofiche più generali
che vanno oltre l’aspetto tecnico ed immediato. Quindi ho cominciato a fare
divulgazione su questi aspetti che erano i più vicini alla mia
ricerca. Poi, piano piano, uno comincia a scrivere sui giornali più
specialistici, e poi si avvicina ai quotidiani, alla radio, alla televisione. E
lì le cose si allargano perchè è ovvio che uno non può parlare sempre degli
aspetti più tecnici...
Però credo che ci sia un percorso abbastanza naturale in quasi tutti gli
scienziati – anche se non tutti hanno la voglia o il talento per farlo –
perchè la matematica, come diceva un grande matematico di inizio secolo,
Hardy, è uno sport da giovani. E così come un calciatore che da
giovane gioca e poi, quando invecchia, comincia a fare l’allenatore, o il
critico sportivo, oppure, come nel caso di Rivera, finisce in Parlamento,
per il divulgatore accade la stessa cosa: da giovane fa ricerca ma quando
poi la tensione e l’attenzione della ricerca cominciano a scemare,
arriva la voglia da una parte di tirare un po’ i remi in barca e dall’altra di
allargare il proprio campo di riferimento, per non parlare sempre di cose che
possono capire solo 20 o 50 persone al mondo. E poi si pensa, specialmente nel
mio campo, che ci siano effettivamente delle cose che interessano un pubblico
più vasto: la matematica, se vogliamo, è un esempio archetipico di pensiero
razionale. È l’impianto della matematica che può servire all’uomo
comune – se vogliamo chiamarlo così – per capire che il pensiero matematico,
la lucidità del suo ragionamento, può essere qualcosa di utile, diciamo,
in assoluto.
Poi, c’è da considerare che da noi in Italia si fa poca divulgazione. Quindi
diventa più visibile la piccola quantità di scienziati che se ne occupa – siamo
quattro o cinque tutto sommato. Mentre all’estero, e soprattutto nei paesi
anglosassoni, c’è una grandissima tradizione. Questo è in generale ciò che agli
scienziati accade di voler fare: estrarre la parte più filosofica e
teorica del proprio lavoro, lasciando da parte quella più tecnica.
Ma nel suo caso c’è stato anche un motivo più privato: la
contrapposizione con quello che forse all’epoca era l’unico scienziato, o
pseudo-tale, che faceva divulgazione. Il riferimento è ovviamente a
Zichichi. E lei si è chiesto come mai in Italia la voce della scienza alla
gente doveva venire solo da una persona che divulgava clamorose fesserie...
Temo di doverla deludere su questo. Perchè Zichichi lo conoscevo solo
come nome, proprio perchè scriveva sui giornali e andava in televisione.
Però, guardando poco la televisione e leggendo poco i giornali, lo conoscevo
quasi solo esclusivamente, appunto, come nome. Quindi di partenza non c’è
stata la volontà di dire “questo dice troppe stupidaggini e allora tentiamo
di fare un po’ meglio, e non sarà difficile...” È stato soltanto in seguito,
quando ho cominciato a scrivere i miei libri, che capitando in libreria ho visto
un libro sull’Infinito scritto da Zichichi. E ho detto “toh,
guarda”... Credevo che fosse un fisico e ho capito solo dopo che mi
sbagliavo. Quando infine ho trovato delle sue pubblicazioni di divulgazione su
temi matematici, ho avuto la curiosità di vedere cosa diceva... A quel punto mi
sono messo le mani nei capelli.
Certo, ci sono tanti modi di fare divulgazione e ognuno ha il suo stile –
come diceva Buffon: “Le style est l'homme” – e io spero di avere
uno stile diverso da quello di Zichichi. E se posso dire – tra l’altro
mi sono preso già un paio di denunce da parte sua, perchè non è abituato a
sentirsi dire queste cose – oltre ad essere un cattivo divulgatore è
anche un cattivo esempio: abbiamo parlato prima di questa contrapposizione tra
scienza e religione, e mentre la maggior parte degli scienziati sono appunto
atei e agnostici perchè sanno che il loro lavoro è incompatibile con
la religione, e in particolare con quella dogmatica del cristianesimo e del
cattolicesimo, Zichichi fa un po’ il portavoce di un’idea di
compatibilità tra religione e scienza... È una cosa un po’ contraddittoria: lo
scienziato amico del Papa e di Andreotti!
Certamente, come esempio è importante, ma come esempio negativo.
La ringrazio molto
Ehehehehe... - ride - Bene.
26/02/07
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